LA PREVENZIONE DEI DISTURBI DELLA NUTRIZIONE E DELL’ALIMENTAZIONE

I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono in costante aumento e mutamento. Essi colpiscono, seppur in forma diversa, ragazze e ragazzi sempre più giovani. Fare prevenzione a disturbi così complessi è un compito che, soprattutto dopo la pandemia da Sars-Cov2, è diventato sempre più urgente. La prevenzione, in questo caso, non si riferisce solo alla riduzione o eliminazione dei fattori di rischio ma, soprattutto, al consolidamento dei fattori protettivi nei soggetti potenzialmente a rischio.

Per quanto riguarda i fattori di rischio, possiamo distinguere i fattori individuali (età, genere, personalità, metabolismo, ormoni ecc.), i fattori familiari (dipendenze, abusi, dinamiche relazionali ecc.) e i fattori socioculturali che necessitano di una riflessione più approfondita. I disturbi alimentari sono molto diffusi nella società occidentale, che ha standard di bellezza che idealizzano corpi magri e tonici. Questo tipo di immagine corporea rimanda all’idea di successo, disciplina, autocontrollo e salute. Tutte le altre caratteristiche, che divergono da questo ideale, sono scorrette e da abolire. La finalità della prevenzione è proprio quella di promuovere l’accettazione della diversità e un’idea di benessere che superi il giudizio estetico.

Tra i fattori di rischio bisogna considerare anche lo sport che, se per molti è un’attività da cui attingere autostima ed energia positiva, per altri diventa un mezzo attraverso cui raggiungere il corpo tonico e muscoloso perfetto.

Un altro fattore riguarda il cibo e le diverse abitudini alimentari. Negli ultimi anni, le industrie alimentari hanno proposto una così vasta diversità di cibo (senza glutine, senza lattosio, senza grassi, senza conservanti ecc), da promuovere l’idea che molti alimenti siano dannosi, causa di intolleranze e malesseri fisici di vario genere e, quindi, da eliminare dalle routine alimentari.

Questi ed altri fattori di rischio contribuiscono a creare gli scenari entro cui i soggetti fragili e vulnerabili possono trovare, nel controllo del cibo e del peso, una consolazione, il riempimento di un vuoto o una punizione per non essere all’altezza delle aspettative della società.

Fare prevenzione diventa, dunque, una lavoro centrato su diversi fattori e sviluppato su diversi piani. Deve agire a livello universale e selettivo, comportamentale e strutturale; deve raggiungere diversi target come i giovani, i genitori, gli insegnanti, i medici, le organizzazioni sportive e giovanili, la scuola, i comuni. In Italia, il compito di prevenzione è lasciato ai clinici e alle associazioni dei familiari. Solitamente, però, chi lavora e vive vicino a chi soffre, è orientato a focalizzare il problema e i fattori di rischio, senza lasciare spazio ad altri orientamenti che promuovano, ad esempio, la prevenzione a tutto campo. Questo succede in diversi Paesi del Nord Europa, dove la prevenzione è affidata a Centri altamenti formati che si occupano solo di questo. Si tratta di Centri nati negli anni 90 per la prevenzione alle dipendenze e che, poi, hanno allargato l’attività anche ai disturbi alimentari, al gioco d’azzardo e alla violenza.

Tratto da: I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: un’epidemia nascosta

Il disturbo selettivo e restrittivo dell’alimentazione (ARFID)

Sempre più spesso capita di incontrare persone che manifestano disinteresse per il cibo o evitano determinati alimenti a causa di specifiche caratteristiche, come il colore o la consistenza. A questi comportamenti può associarsi una forte preoccupazione per le possibili conseguenze negative collegate al mangiare, quali vomito, rischio di soffocamento, dolori allo stomaco ecc. Tutte queste caratteristiche potrebbero rientrare nella definizione di ARFID, definito dal DSM 5 (American Psychiatric Association, 2013) come “ disturbo evitante restrittivo nell’assunzione di cibo”, caratterizzato da una persistente incapacità di soddisfare adeguati bisogni nutrizionali e/o energetici, che portano a conseguenze come perdita di peso, carenze nutrizionali e limitazioni nella vita sociale, scolastica o lavorativa. È importante sottolineare che, alla base delle restrizioni e degli evitamenti alimentari, non ci siano motivi riconducibili alla volontà di perdere peso o all’insoddisfazione per le forme corporee, come succede per altri disturbi alimentari.
Tale disturbo, ancora poco conosciuto, ha esordio prevalentemente nell’infanzia o nella prima adolescenza (alcuni studi indicano che i pazienti con questo disturbo tendono ad essere più giovani rispetto a quelli con anoressia nervosa e bulimia nervosa) ma, in alcuni casi, anche in età adulta. Le cause hanno una natura multifattoriale. Potrebbe trattarsi di esperienze traumatiche legate al cibo, che causano una restrizione o un evitamento dell’assunzione del cibo stesso. Thomas (2017) ipotizzò, invece, un’origine biologica, una predisposizione genetica ad anomalie nella percezione del gusto e nell’appetito. Anche il contesto sociale può avere un ruolo importante: i social permettono la diffusione di contenuti, spesso privi di fondamenta scientifiche, che sostengono l’assunzione di certi alimenti piuttosto che altri, favorendo abitudini alimentari sbagliate.
Qualsiasi sia l’origine di tali disturbi, è importante non sottovalutarne e sminuirne i segnali. Come tutti i disturbi alimentari, la cura richiede uno specifico intervento specialistico e multidisciplinare, che intervenga sulle problematiche psicofisiche ma, anche, sulle possibili comorbilità patologiche. I risultati di alcune ricerche hanno mostrato, infatti, una frequente comorbilità con i disturbi d’ansia e, in alcuni casi, con i disturbi dello spettro autistico e con il disturbo da deficit di attenzione/iperattività.

Dott.ssa Giordana Macaluso


BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.) Washington, DC: American Psychiatric Association.
Thomas, J.J., Lawson, E.A., Micali, N., Misra, M., Deckersbach, T. , &. Eddy, K.T. (2017). Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder: A Three Di mensional Model of Neurobiology with Implications for Etiology and Treatment. Curr
Psychiatry Rep., 19(8), 54.
SITOGRAFIA
https://www.dottoressacarretta.it/disturbialimentari anore ssia bulimia binge cernusco/disturbi alimentari fascia pediatrica/arfid disturbo evitante restrittivo assunzione del cibo/
https://www.stateofmind.it/2021/10/arfidcause trattamento/
https://www.ipsico.it/news/arfidrestrizione evitamento cibo bambini/

L’equilibrio interrotto: il disturbo del comportamento alimentare nel contesto familiare

I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono delle condizioni psicopatologiche che minacciano di intaccare il contesto relazionale e l’equilibrio familiare.

Di fatti, la famiglia del paziente costituisce la struttura relazionale privilegiata all’interno della quale il soggetto, portatore di disagio, si trova implicato e diviene il luogo in cui il disturbo stesso si manifesta più intensamente e in tutte le sue sfaccettature (Tafà et al., 2017).

Vivere a stretto contatto e prendersi cura di una persona affetta da DCA pare non sia un compito semplice: spesso si associa ad elevati livelli di stress psicologico e scarsa qualità di vita dei genitori (Kyriacou, Treasure e Shmidt, 2008), associato ad un ingente carico emotivo. Oltre all’importanza del funzionamento familiare e delle caratteristiche e qualità delle relazioni tra i membri della famiglia, diversi studi hanno recentemente dimostrato un associazione tra DCA in soggetti adolescenti e rischio psicopatologico dei genitori (es. sintomi ansiosi e depressivi; Tambelli et al. 2015).

Quando il disturbo alimentare irrompe e scardina gli equilibri e i piani della vita familiare, ci si trova a confrontarsi con qualcosa che è difficile da capire, che spesso non si conosce, svalutandone la rilevanza o descrivendo il problema come qualcosa che riguarda solo il paziente (Calabrò et al. 2019). Per cui, il primo approccio al DCA di un congiunto, da parte della famiglia, è tendenzialemente associato all’insorgenza di sentimenti contrastanti quali: senso di colpa, rabbia, delusione, senso di impotenza, disperazione e paura.

Da un lato, le modificazioni delle interazioni familiari e della qualità delle relazioni, conseguenti all’insorgenza del DCA, possono contribuire al mantenimento del sintomo, evidenziando così l’impossibilità di cambiare schemi rigidi e disfunzionali rispetto alla guarigione (Treasure, Sepulvede, MacDonald, Whitaker, Lopez, Zabala et al., 2008). Dall’altro lato però, la famiglia può divenire risorsa, ossia un ponte tra il paziente e il contesto socio-assistenziale, in cui la comprensione profonda da parte dei genitori di quegli aspetti più nascosti rispetto ad altri invece visibili, divengono strumento per la ri-costruzione di una relazione reciprocamente empatica.

Pertanto, è possibile ipotizzare l’esistenza di contesti relazionali che aiutano e che curano e di altri che, invece, creano circuiti viziosi in cui, con l’intento di curare o riparare un equilibrio svanito, si sfocia in alti costi affettivo-emotivi, cognitivi, familiari e sociali.

La particolarità e la complessità dei disturbi del comportamento alimentare, l’abbassamento dell’età di esordio e la gravità delle conseguenze cliniche e psicologico/psichiatriche ad esso correlate, impongono la pianificazione di interventi e percorsi specifici ed efficaci negli ambiti della prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione, che tengano sempre più in considerazione il contesto familiare.

Dott.ssa Debora La Rubina

Bibliografia:

– Calabrò, A., Beduglio, S., Lupo, R., & Bardone, L. (2019). Valutazione dei bisogni dei genitori di soggetti affetti da Disturbi Alimentari e l’efficacia dell’home treatment (HT): revisione narrativa della letteratura. Evaluation, 1(2), 19-28

– Kyriacou, O., Treasure, J. & Schmidt, U. (2008). Understanding how parents cope with living with someone with anorexia nervosa: modelling the factors that are associated with carer distress. International Journal of Eating Disorders 41: 233-242.

– Tafà, M., Cimino, S., Ballarotto, G., Bracaglia, F., Bottone, C., & Cerniglia, L. (2017). Female adolescents with eating disorders, parental psychopathological risk and family functioning. Journal of Child and Family Studies, 26(1), 28-39.

– Tambelli, R., Cerniglia, L., Cimino, S., & Ballarotto, G. (2015a). Parent-infant interactions in families with women diagnosed with postnatal depression: a longitudinal study on the effects of a psychodynamic treatment. Frontiers in Psychology, 6, 1210.

– Treasure, J., Smith, G. D. & Crane, A. M. (2007). Skills-based Learning for Caring for a Loved One with an Eating Disorder: The New Maudsley Method. London: Routledge.

IL MERICISMO

Con il termine mericismo ci si riferisce ad un comportamento ripetuto più volte nel tempo (per almeno un mese) che consiste nel masticare, deglutire gli alimenti, rigurgitarli, masticarli, deglutirli ulteriormente o sputarli. Tale comportamento è molto comune in età infantile (tra i 3 e 12 mesi) ma è una modalità transitoria e non considerata patologica, in quanto tende ad una remissione spontanea (Della Ragione, Vicini, Maria, De Santis, Chiara & Ferri, 2021).

Si tratta di un comportamento facilmente riscontrabile anche in persone affette da disabilità intellettiva e può manifestarsi in qualsiasi momento di vita. Durante il trattamento è dunque fondamentale considerare la possibilità di una duplice diagnosi, quella di ritardo mentale o di psicopatologia.

Tale pattern comportamentale è inoltre associato (in soggetti di intelligenza media) ad alcune condizioni psicologiche: stato d’ansia cronico o stato depressivo (Amarnath R.P., Abell T.L. & Malagelada J, 1986).

Per poter diagnosticare il mericismo come disturbo del comportamento alimentare è dunque fondamentale andare ad escludere qualsiasi disfunzione gastrointestinale (reflusso gastroesofageo, ernia iatale, gastroparesi etc..) la quale provocherebbe il rigurgito in modo involontario e valutare il possibile decorso di altri disturbi del comportamento alimentare, in cui la pratica del rigurgito viene attuata in modo volontario (Brega, 2016).

Proprio per questo è possibile individuare tale comportamento in chi soffre di bulimia nervosa o anoressia. In questi casi, infatti, la funzione appare autoconsolatoria e autostimolativa (Manzato, Cuzzolaro & Maria Donini, 2022).

Il rigurgito viene vissuto come modalità consolatoria in quanto il soggetto percepisce una condizione di benessere generata dalla “risposta infantile” data dal proprio corpo (Brega, 2016).

Diversi studi hanno sottolineato uno sviluppo del mericismo in soggetti che, in età infantile, hanno avuto un rapporto sano con la figura materna che è stato però interrotto bruscamente. Tale condizione ha portato ad osservare come durante l’infanzia questi bambini fossero in grado di autoprovocarsi delle contrazioni dell’epigastrio (“bocca dello stomaco”), con conseguente rigurgito del latte nella zona orale. É stato osservato che la reazione psicofisica di questi infanti, dopo il processo di rigurgito, è associabile a quella dei bambini dopo aver concluso la poppata dal seno materno. Il comportamento mericistico adottato può essere così guidato da una fantasia connessa al processo di allattamento materno. Non potendo contare sulla presenza fisica della propria figura di attaccamento, gli infanti cercano, in questo modo, di ottenere la stessa gratificazione psicofisica derivante dall’allattamento, andando a simulare l’intero processo con tutte le sensazioni ed i piaceri ad esso annesso. In questo modo negano l’assenza della figura materna diventando loro stessi tale figura mancante.

Partendo da questo presupposto, di fronte all’assenza di un legame di attaccamento sicuro in età infantile, questa forma di comportamento, in età adulta, assume una funzione difensiva. Attraverso il mericismo, la “fame d’oggetto” connessa ad una pulsione orale viene soddisfatta solo simbolicamente, impedendo la consapevolezza di un reale bisogno relazionale che porterebbe la persona a doversi scontrare con l’esperienza traumatica di un attaccamento primario, deludente e disgregante. L’individuo in questo modo, cerca inconsapevolmente di rispondere ad un bisogno relazionale rimasto insoddisfatto già a partire dall’età infantile (Barone, 2010).

Chi soffre di mericismo, spesso tende ad isolarsi perché tale comportamento viene rifiutato e considerato “ripugnante” dalla comunità di appartenenza. Questa reazione da parte della realtà circostante sottrae ulteriormente l’individuo a nuove esperienze relazionali, andando in questo modo ad intensificare il disturbo stesso (Konarski et al., 1992).

Difronte ad un quadro sintomatologico così complesso risulta dunque importante identificare e riconoscere il malessere di base che lo nutre, di modo da poter lavorare su di esso e ridurre in questo modo il sintomo stesso.

Dott.ssa Rossella Ottaviani

Bibliografia

Amarnath R.P., Abell T.L. e Malagelada J. (1986), The rumination syndrome in adults, «Annals of Internal Medicine», vol. 105, pp. 513-518.

Barone, D. (2010). Tanto ruminare per nulla. International Journal of Psychoanalysis and Education – IJPE.

Brega, I. (2016). Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: non solo anoressia e bulimia. State of Mind.

Della Ragione, L., Vicini, Maria, De Santis, Chiara & Ferri, S. (2021). I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione: un’epidemia nascosta.

Manzato, E., Cuzzolaro, M. & Maria Donini, L. (2022). Hidden and Lesser-known Disordered Eating Behaviors in Medical and Psychiatric Conditions: Springer.

Konarski E.A., Favell J.E. e Favell J.E. (1992), Manual for the assessment and treatment of the behavior disorders of people with mental retardation, North Carolina, Western Carolina Center Foundation

LA RELAZIONE SIMBIOTICA MATERNA COME PRELUDIO DEL SINTOMO ANORESSICO

All’interno di un contesto familiare, quando uno dei membri presenta un disturbo alimentare, è di fondamentale importanza rivolgere la propria attenzione non solo all’individuo che presenta la sintomatologia, ma anche alla famiglia stessa. Quest’ultima, infatti, ha un ruolo fondamentale nell’evoluzione e gestione del sintomo (Siegel, Brisman, & Weinshel, 1995).

Il rapporto tra un figlio ed i suoi genitori è estremamente importante, in quanto agisce e condiziona la percezione che lui avrà di sé stesso e della realtà circostante andando di conseguenza a plasmare anche le sue future relazioni affettive (Sepe, 2018).

Numerosi studi empirici e clinici, rivelano come uno stile di attaccamento insicuro con i propri caregivers, possa divenire un fattore predisponente in grado di favorire l’esordio di alcuni disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale (Corte, 2005).

Come ben sappiamo l’adolescenza è un periodo critico e complesso della fase evolutiva, nel quale si va incontro ad un processo di separazione, disidentificazione / identificazione dalle figure genitoriali.

Le giovani adolescenti, in tale fase di crescita, dovrebbero separarsi dalla figura materna e, allo stesso tempo, identificarsi con essa al fine di poter così acquisire un ruolo femminile adulto. Un blocco in tale processo, se non risolto, può condurre a sviluppare un sintomo anoressico come risposta evolutiva. Ne è un esempio il rapporto simbiotico che può crearsi tra madre e figlia, all’interno del quale le due figure si percepiscono come elementi appartenenti allo stesso organismo (Ferrari, 2021). Si tratta di un rapporto insano, caratterizzato da una vera e propria dipendenza affettiva e da un “nutrirsi” reciproco tra le due parti. La giovane adolescente, infatti, esperisce se stessa come un’estensione della figura materna e non come un individuo autonomo ed indipendente. La radicale perdita di peso permette alla ragazza di sembrare molto più giovane della sua reale età, rimanendo così aggrappata ad un’eterna infanzia. Questo, di conseguenza, andrà a nutrire sempre di più la fantasia materna, costruita su un’immagine infantile della figlia da cui la madre non riesce a separarsi (Ferrari, 2021).

Tale circolo vizioso può dunque andare a compromettere la crescita e la salute stessa della giovane adolescente.

Alla luce di tali considerazioni, all’insorgere del disturbo alimentare, si cerca di procedere attraverso un trattamento multidisciplinare-integrato, capace di tener conto non solo del soggetto e del suo sintomo ma anche del contesto e delle dinamiche familiari in cui è inserito. Possiamo così notare come la gravità del disturbo, le caratteristiche della famiglia e del singolo, siano elementi di uguale importanza su cui dover lavorare al fine di favorire il benessere dell’individuo (Lauro, 2021).

Dott.ssa Rossella Ottaviani

BIBLIOGRAFIA:

Corte, B. (2005). Attaccamento e Disturbi Alimentari.

Ferrari, G. (2021). Percorsi di comprensione dei disturbi del comportamento alimentare.

Lauro, G. (2021). Dinamiche psichiche delle madri di pazienti con anoressia nervosa. Psiconline.it

Sepe, A. M. (2018). Come riconoscere un rapporto tossico con la madre. Psicoadvisor.

Siegel, M., Brisman, J., & Weinshel, M. (1995). Come sopravvivere all’anoressia e alla bulimia: strategie per famiglie e amici. Feltrinelli.

DRUNKORESSIA

DIMAGRIRE PER BERE E BERE PER DIMAGRIRE

La Drunkoressia appartiene alla famiglia dei disturbi alimentari, come Anoressia e Bulimia, ma è ancora poco conosciuta. Il termine Drunkoressia è stato coniato negli Stati Uniti per indicare un nuovo e pericoloso comportamento alimentare che si è diffuso negli ultimi anni tra gli adolescenti. Esso è un disturbo caratterizzato da una minima assunzione quotidiana di cibo, finalizzata ad una maggiore assunzione di alcolici che, grazie alla relativo introito di zuccheri, procurano un senso di sazietà che permette di non avvertire la fame. Assumere alcolici significa ingerire calorie; la rinuncia al cibo non è, dunque, fine a sé stessa, ma determinata dal desiderio di poter bere maggiormente. Assumere alcolici è però solo una motivazione iniziale, un modo semplice per contenere ansia e stress. Successivamente la motivazione “drunkoressica” diventa motivazione “anoressica” in quanto dimagrire diventa lo scopo principale unito alla convinzione di poter vincere la fame. Come per altri disturbi del comportamento alimentare, si sceglie di punire il corpo manifestando una forma di controllo su di esso.

CONSEGUENZE

Questo disturbo è stato considerato nel tempo una variante dell’Anoressia in quanto possiedono uguali criteri diagnostici: stessa diminuzione ponderale e rifiuto del cibo nonché medesimi rischi correlati (patologie renali, neurologiche, cardiovascolari e amenorrea) a cui, però, si aggiungono conseguenze derivanti dal consumo di alcolici, quali disturbi dell’apparato gastro-intestinale, danni al fegato ed al cervello, cardiopatie. Complicanze di tipo psicologico possono essere rappresentate, invece, da disturbi del sonno, sessuali, sintomi depressivi e ossessivi, irritabilità e stress.

CAUSE

Tra le possibili cause di insorgenza di tale disturbo, si riscontrano fattori non solo legati all’immagine femminile proposta dai mezzi di comunicazione ma anche fattori legati agli spot che pubblicizzano alcolici. Oltre ad una adeguata campagna di prevenzione probabilmente bisognerebbe adottare nuove misure contro le pubblicità e i messaggi televisivi che veicolano stili di vita e modelli sbagliati. Ad oggi queste misure non sono state ancora adottate e i giovani possono guardare in televisione spot che pubblicizzano alcolici in cui non manca il riferimento al legame tra uso di sostanze alcoliche, successo nelle relazioni, senso di appartenenza all’interno del gruppo sociale e felicità della persona. Nonostante, in Italia, molte realtà comunali abbiano previsto delle restrizioni al consumo di alcol, il fenomeno non sembra arrestarsi. Sempre in ambito di prevenzione, bisognerebbe interrogarci e capire le cause di questo fenomeno e investire sul suo contenimento e, inoltre, sarebbe auspicabile educare gli adolescenti alle conseguenze di uno smodato uso di alcolici, combattere l’idea che il divertimento risulti possibile solo mediante comportamenti trasgressivi. Non dobbiamo dimenticare che la Drunkoressia è un Disturbo del Comportamento Alimentare che può avere gravi conseguenze e nel momento in cui raggiunge livelli d’allarme è necessario intervenire attraverso terapie di nutrizione, psicoterapie individuali e di gruppo.

BULLISMO E DCA

Esiste un legame tra bullismo e disturbi alimentari, a dichiararlo è un studio pubblicato sull’International Journal of Eating Disorders, realizzato da esperti dell’Università della North Carolina.

Si è scoperto che il bullismo può aumentare le possibilità di incorrere in rapporti malsani con il cibo. A manifestare questi disagi non sarebbero solo le vittime di questo grave e sempre più diffuso fenomeno giovanile, ma anche gli stessi responsabili di atti di bullismo.

LA RICERCA

Per condurre la ricerca gli esperti americani hanno esaminato un campione di 1420 bambini, che sono stati suddivisi in quattro categorie: bambini che non sono mai stati coinvolti in fenomeni di bullismo; bambini che talvolta sono stati vittime e talvolta artefici; bambini vittime di bullismo e, infine, bambini che sono stati solo bulli.

In base ai dati raccolti è emerso che chi è stato vittima di episodi di bullismo corre maggiori rischi (in percentuale quasi doppia) di soffrire di disturbi alimentari rispetto a coloro che non lo sono mai stati.

I bambini sia bulli sia vittime hanno più probabilità di diventare anoressici o bulimici. L’impatto del bullismo sui bulli veri e propri sarebbe molto significativo: è stato registrato una percentuale del 30,8% di giovani che presentano sintomi di bulimia rispetto al 17,6% di coloro che non sono mai stati coinvolti in atti di bullismo.

PIU’ A RISCHIO I PERSECUTORI

I bulli adottano con più facilità, rispetto agli altri, comportamenti bulimici, come l’abbuffarsi o il sottoporsi a purghe e a pratiche di eliminazione del cibo ingerito. Questo fenomeno può essere spiegato dal fatto che, probabilmente, a prendere in giro gli altri si diventa più sensibili sulla propria immagine corporea e si viene anche assaliti da sensi di colpa per il comportamento adottato. Il tutto può condurre ad un atteggiamento autopunitivo e a gesti autolesivi. Esiste, dunque, un legame tra bullismo e disturbi alimentari che riguarda non soltanto le vittime di questo fenomeno, ma anche gli stessi esecutori degli atti di bullismo.

La bulimia

UNA PATOLOGIA POCO EVIDENTE

Quando si parla di disturbi del comportamento alimentare, si è soliti pensare all’anoressia e all’eccessiva magrezza. In realtà, lo spettro delle patologie alimentari è ben più ampio e, molto spesso, poco riconosciuto dai familiari o dagli amici. Un esempio, è ciò che accade ai soggetti bulimici.

DI COSA SI TRATTA?

La bulimia è una patologia che colpisce circa il 2% della popolazione. E’ caratterizzata dall’introduzione di una quantità di cibo significativamente maggiore rispetto a quella che consumerebbe una persona normale, nello stesso intervallo di tempo.

Tale condotta agisce negativamente sulla persona, non solo a livello psicologico ma anche a livello medico. Pertanto, è possibile riscontrare: un indebolimento del cuore, aritmie, modificazione dei liquidi corporei e degli elettroliti, disidratazione, carenza di potassio e magnesio, ulcere, compromissione degli organi.

UN DOLORE NASCOSTO

La persona bulimica tende a non mostrare a tutti il proprio dolore. Si tratta, quindi, di un dolore taciuto e rifiutato; un sintomo che esprime il bisogno di vicinanza dell’altro e, allo stesso tempo, la ricerca di una propria autonomia.

LA BULIMIA: UN’ILLUSIONE

La caratteristica principale della bulimia è un circuito in cui la persona passa dal desiderio del controllo costante della fame, ad una fase di fallimento di queste aspettative.

La trasgressione di tali regole è vissuta come una pesante sconfitta, con conseguente senso di vergogna e paura di ingrassare; tali vissuti reinnescano nuove abbuffate e di nuovo senso di colpa, sfiducia in se stessi e il desiderio di riparazione e autopunizione.

UNA CONDOTTA DI ESPULSIONE

Le abbuffate diventano incontrollabili e la persona smette di mangiare solo quando si sente piena fino al malessere.

Dopo l’abbuffata, scatta la necessità di eliminare il cibo ingerito. Di solito, si fa ricorso al vomito autoindotto o a lassativi e diuretici. Il vomito consente di soddisfare il desiderio di cibo e, al tempo stesso, libera il corpo dalle intollerabili conseguenze della sua ingestione.

ANORESSIA E BULIMIA: UN CONFINE SOTTILE

Spesso, si crea un’altalena di periodi in cui domina la fame bulimica incontrollabile, ed altri in cui domina la rinuncia anoressica.

Gli esperti concordano sul fatto che tra anoressia e bulimia ci sia un considerevole legame. La caratteristica che più accomuna le due patologie è l’alterazione della percezione della propria immagine corporea. In una recente ricerca, in cui ai soggetti con disturbi alimentari sono state presentate immagini di corpi femminili con diverso peso corporeo, si chiedeva di scegliere quali disegni rappresentassero meglio il proprio peso e quali potessero indicare il loro aspetto ideale, è emersa una sopravalutazione delle proprie dimensioni corporee e la scelta di figure estremamente esili come ideale. Quindi, il soggetto bulimico ha in mente un corpo anoressico e il sintomo bulimico corrisponde al fallimento del progetto anoressico.

DINAMICHE FAMILIARI

E’ possibile che all’interno del nucleo familiare, si creino delle relazioni morbose tra i membri, che impediscono ogni forma di crescita e indipendenza personale. Queste relazioni disfunzionali possono portare i genitori a proiettare delle aspettative di perfezione, che vengono inconsciamente assimilate dai propri figli e che possono sfociare nel disturbo alimentare. L’importanza di riconoscere questi comportamenti alimentari è fondamentale, perchè possono danneggiare gradualmente la propria vita e quella delle persone più care. Per questo motivo, l’intervento tempestivo di specialisti risulta il metodo di cura più efficace per affrontare queste problematiche.

Gli adolescenti migranti nella loro città – di Sarantis Thanopulos

Gli adolescenti migranti nella loro città

Sarantis Thanopulos

 

Secondo papa Francesco il bullismo dei bambini, è opera di Satana (un modo di rappresentare il male), il segno dell’assenza di compassione. Il ministro Minniti, richiamato a Napoli dalle continue aggressioni operate da bande di adolescenti, ha attributo un carattere nichilistico agli attacchi: colpiscono nel mucchio, in modo analogo a quello del terrorismo jihadista.

La crudeltà nei bambini ha due forme distinte, ma convergenti, di provenienza. La prima è una reazione alla restrizione graduale del loro desiderio, la cui espressione compiuta, sottoposta al dominio “politico”, socializzante della relazione sessuale dei genitori, è spostata nel futuro. La seconda è la percezione di una violenza arbitraria, la sopraffazione del più debole da parte del più forte, presente nel mondo degli adulti. La sopraffazione i bambini la sentono sulla loro pelle tutte le volte che i genitori agiscono in modo normativo, avulso dal dialogo e dallo sforzo di una reciproca comprensione, imponendo una logica dell’esistenza incomprensibile a cui si può solo uniformare.

L’elemento sadico riscontrabile nei bambini esprime il loro identificarsi con la forza sopraffattrice che li conduce a proiettare la propria fragilità di fronte alla violenza della norma, in altri bambini, o negli animali. La compassione li porterebbe nella strada opposta: alla riammissione della loro prossimità alla vittima e al sentirsi inermi in un mondo senza giustizia, spietato.

L’esplosione pulsionale della pubertà, lo sviluppo di un corpo erotico in grado di accedere alla sessualità genitale, porta alla riattivazione del desiderio impetuoso della prima infanzia faticosamente, dolorosamente represso, con una virulenza fin a quel momento insospettabile, che anche per il carattere inizialmente incestuoso, endogamico del risveglio, mette in pericolo l’ordine familiare. Sottostante alla preoccupazione di un disordine grave, agisce la paura più forte e destabilizzante degli adolescenti di non poter gestire il loro  sconosciuto e travolgente corpo nuovo e di restare in sua balia. La potenza dell’eros che si rivela in loro, li rimette nelle mani dei loro genitori, detentori del sapere della sua gestione, li riporta alla condizione di subalternità che li fa sentire sfruttati e umiliati e dalla quale vogliono uscire.

L’aggressività è la reazione al loro senso di impotenza. Non potendo essere direttamente  rivolta agli adulti, che li sovrastano sul piano del potere, riprende la strada proiettiva dell’infanzia e si scatena contro i loro coetanei, quelli supposti deboli o  “complici” della società ipocrita dei “grandi”. Essa è complicata dalle prime correnti erotiche extrafamiliari, indifferentemente omofile e eterofile in questa fase, che gli adolescenti sviluppano tra di loro e non sono in grado di governare. Le guerre tra gang sono in parte forme distorte del desiderio reciproco che in tal modo è ammesso e, al tempo stesso, negato.

Ciò che rende oggi questi scontri, da sempre presenti, più invasivi e indiscriminati, é lo scollamento totale di grandi masse di adolescenti delle periferie cittadine dal loro disastrato, desertico tessuto sociale. Queste masse migrano verso il centro della loro città, che non li riconosce come suoi figli dimenticati. Sono trattati come invasori barbarici e possono trovare nella loro identificazione con la barbarie un senso di identità precario che cerca la sua solidità nella prepotenza. Siccome la società che li discrimina è più barbarica di loro, trovano nella sua violenza sempre più sguaiata in cui si riflettono, il loro vincente e, in prospettiva, mortifero modello.