“E a noi, chi ci pensa?”

Riflessioni cliniche sull’impatto psicologico della pandemia sui bambini affetti da disturbi alimentari.
Intervista alla Dott.ssa Alessia Marcassa, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

La pandemia ha avuto, in qualche modo, un impatto sulla salute mentale dei bambini?
La recente pandemia ha reso necessario confinare le famiglie nelle loro case mettendo alla prova le capacità di adattamento del singolo, non solo per la limitazione della libertà personale ma anche per la riorganizzazione della vita domestica. Per quanto riguarda la popolazione pediatrica sembra che i bambini siano stati i soggetti meno vulnerabili agli effetti del virus a livello fisico, ma hanno subito un grande impatto a livello emotivo e psicologico. In questi ultimi anni i vari lockdown, la didattica a distanza (DAD) e lo smartworking hanno comportato una differenza di abitudini alimentari nelle famiglie, di conseguenza bambini con pregresse difficoltà sulla sfera alimentare hanno avuto un peggioramento nel quadro sintomatologico e si è rilevata una maggiore incidenza d’esordio di disturbi alimentari.

Quali sono i possibili fattori di rischio?
Per rispondere a questa domanda ho elaborato alcune riflessioni che nascono dal lavoro clinico con bambini di età compresa dai 6 ai 13 anni che hanno manifestato o un aggravamento sintomatologico o una manifestazione del sintomo. Sono presenti dati di realtà che hanno coinvolto tutti e che i bambini hanno subito di conseguenza: la chiusura di scuole e quindi di tutti i tipi di servizi sociali hanno fatto si che in breve tempo la loro vita, che negli ultimi anni li ha resi molto attivi sia sul piano scolastico passando a scuola molte ore, sia sul piano sportivo, abbia subito un azzeramento di legami esterni alla famiglia.

Una comunicazione deficitaria all’interno del contesto familiare cosa può comportare in bambini con Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA)?
In molte situazioni i bambini sono stati sovraesposti alle informazioni o al contrario sono stati tenuti lontani dalle notizie per il timore di turbare il loro equilibrio. In entrambi i casi sono bambini che non hanno fatto esperienza di adulti in grado di parlare loro con parole comprensibili di ciò che stava avvenendo nel mondo, creando da un lato una preoccupazione totalizzante e dall’altra una scarsa capacità di spiegarsi ciò che stava avvenendo intorno a loro. Spesso nelle famiglie con disturbi alimentari ci sono grandi difficoltà di comunicazione e questo momento di pandemia ha reso il tutto ancora più complesso a causa di adulti molto preoccupati e con vissuti depressivi o ansiogeni legati all’incertezza e alla mancanza di controllo del momento. L’insicurezza e il discontrollo sono vissuti emotivi che si rintracciano chiaramente nei disturbi alimentari di bambini che perdono quella spontaneità e leggerezza legata ai momenti dei pasti.

La pandemia ha stravolto la quotidianità di tutti, questo aspetto come si è manifestato nei bambini con DCA?
Spesso durante la pandemia gli stessi adulti hanno cambiato abitudini alimentari per il timore di perdere il controllo legato all’impossibilità di condurre una vita frenetica e quindi alla difficoltà di gestire non solo i pasti ma anche gli orari annessi. Molto spesso i bambini hanno avuto difficoltà nella gestione del tempo della giornata in quanto gli adulti in primis hanno fatto fatica a mantenere degli orari legati ad una quotidianità che offriva momenti diversificati in cui la giornata trascorreva senza confusione e spaesamento. Per i bambini le abitudini e gli orari sono fondamentali per mantenere intatto un assetto di regolarità che aiuta a incrementare sicurezza e consapevolezza.
In questi anni molte famiglie hanno sperimentato delle giornate in cui tutto ruotava intorno al cibo, a ricette nuove, a un tempo che, mai come in questo momento, è ruotato intorno all’alimentazione. Nel corso della pandemia, infatti, molti genitori hanno sperimentato una maggiore difficoltà nel trovare modi diversi e sempre nuovi di trascorrere il tempo insieme ai propri figli.

Per quanto riguarda l’ambito clinico, ha potuto rilevare qualche cambiamento?
Un importante aspetto che ho riscontrato nella pratica clinica è stato assistere ad un incremento di aspetti regressivi sia in maschi che in femmine, come se la chiusura forzata li avesse autorizzati a perdere quelle autonomie che stavano acquisendo nel percorso di crescita. Questa aspetto legato all’autonomia riguarda anche i pasti perché molti bambini hanno manifestato delle dipendenze affettive significative non legate alla loro età cronologica, ad esempio richiedendo l’attenzione esclusiva di un genitore durante i pasti o manifestando agitazione quando i pasti venivano consumati al di fuori dell’ambiente domestico. Respirando sempre di più un’aria legata a vissuti di insicurezza e incertezza si sono manifestate grandi paure legate all’addormentamento e al mantenimento del sonno, somatizzazioni fisiche sia cutanee che gastrointestinali e timori di stare male o di perdere persone significative. In questo momento ancora più che in altri sarebbe stato importante parlare della morte e della malattia come di qualcosa di cui si poteva e doveva parlare. È stato fondamentale nel lavoro clinico ascoltare ciò che i bambini avevano compreso, le loro paure e i loro pensieri.

La chiusura della scuola, luogo fondamentale per la socializzazione, e l’introduzione della DAD che effetto hanno avuto sui minori?
Il fatto che non abbiano potuto andare a scuola ha reso complicato mantenere i legami con i compagni e gli amici, fondamentali nell’età dello sviluppo in quanto segnano i primi momenti di individualizzazione attraverso il contatto emotivo ma anche fisico. Spesso ho ascoltato attraverso le loro parole una grande mancanza della fisicità, di un abbraccio dato al compagno, di una carezza ricevuta dalla maestra come momenti di contatto importante con l’esterno e le loro emozioni. Questa pandemia ci ha portati ad avere il timore di vedere e stare vicino agli altri come se dovessimo costantemente preoccuparci che l’altro non fosse un pericolo, cosa che per noi adulti era comprensibile ma che per i bambini è stato molto complesso da comprendere e accettare.
Hanno fatto molta fatica ad elaborare un concetto di scuola e quindi anche di apprendimento diverso, tramite il video di un pc e non nel contesto di classe con tutte le dinamiche che questo comporta. Hanno manifestato più sintomatologie ansiose legate alle prestazioni e ai voti che hanno avuto delle ripercussioni sul controllo o discontrollo alimentare.

Quando le scuole sono state riaperte, cosa è successo?
Tutte le difficoltà descritte in precedenza hanno fatto sì che anche nei momenti di riapertura i bambini abbiano fatto fatica a riaprirsi al mondo quasi come se facessero fatica a riprendere delle abitudini o delle sicurezze che prima avevano ma che il confinamento ha tolto. Riprendere una vita quotidiana ha significato allontanarsi dall’assetto familiare in cui sono rimasti chiusi per mesi e questo ha riattivato in maniera molto evidente difficoltà di separazione e individuazione legate a questo tipo di patologia.

In questa situazione, i genitori cosa possono fare?
Quello che le famiglie possono fare oggi è mettersi in una posizione d’ascolto rispetto ai bisogni emotivi dei propri figli accogliendo e non giudicando il dolore e le paure manifestate. Si ritiene fondamentale per i genitori non spaventarsi di fronte a tali aperture, che rappresentano il loro modo per chiedere un reale aiuto. Per accogliere e creare un clima di ascolto i genitori stessi si possono avvalere del supporto di un professionista che li sostenga in un momento che in tutta la famiglia risulta essere destabilizzante, questo sarà propedeutico anche per la creazione di strumenti adeguati per sostenere il figlio nel proprio percorso di crescita.

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