Te lo dico con il CORPO

L’adolescenza rappresenta un periodo di transizione e sviluppo nel corso del quale avvengono importanti cambiamenti. Questi, se vissuti in modo inadeguato, possono portare ad acquisire comportamenti alimentari scorretti.

Gli adolescenti per comunicare in modo non verbale il loro disagio fisico, manifestano disturbi del comportamento alimentare. Tale atteggiamento, nasconde in realtà un disturbo più profondo.

I loro comportamenti possono essere caratterizzati da rituali ossessivi nelle fasi precedenti e concomitanti al pasto. E’ possibile osservare regimi alimentari restrittivi ed eccessiva attività fisica e/o abbuffate che possono portare a condotte eliminatorie.

FATTORI DI RISCHIO

Questi tipi di comportamenti possono essere caratterizzati da vissuti di solitudine e distanziamento sia dal gruppo dei coetanei che dal nucleo familiare.

Durante il periodo adolescenziale, il rapporto con i genitori si complica: i ragazzi mettono in atto una sorta di conflittualità con le figure di riferimento rivendicando una maggiore indipendenza e autonomia.

Talvolta anche la mancata elaborazione di situazioni quotidiane come divorzi, separazioni o lutti può portare con se un dolore che viene manifestato attraverso un disturbo alimentare.

Inoltre, nella società odierna, i Mass Media giocano un ruolo fondamentale per gli adolescenti. I ragazzi vengono costantemente bombardati da ideali di bellezza e modelli perfetti ai quali fare riferimento, sperimentando così un senso di inadeguatezza non avendo sviluppato una solida e definita identità.

Un altro fattore di rischio può essere rappresentato da situazioni di bullismo che l’adolescente può vivere in ogni contesto quotidiano.

Il cibo rimane così l’unico pensiero costante, assumendo dunque un ruolo predominante. Questa rigidità, crea un’apparente sicurezza che porta l’adolescente a mettere in atto comportamenti ritualizzati e a mantenere abitudini disfunzionali. I ragazzi, così, non identificandosi più con il proprio corpo, tendono a tenerlo sotto controllo attraverso il disturbo alimentare.

COSA PROPONE IL CENTRO

Il Centro di Psicoterapia e Formazione FIDA offre percorsi di psicoterapia individuale per gli adolescenti e un supporto alla genitorialità, personalizzati in base alla situazione contingente. L’accompagnamento psicologico può essere, inoltre, affiancato da consulti medici e nutrizionali, gestiti da dietisti e nutrizionisti, al fine di offire un approccio integrato.

Te lo dico con il CIBO


Le stime pediatriche rilevano un incremento sempre maggiore di difficoltà alimentari in età evolutiva e questo dato fa emergere interrogativi importanti sull’insorgenza di tali problematiche e sulla necessità di interventi precoci che possano aiutare e sostenere le famiglie.

Sia il corpo che la mente sono coinvolti in tali disturbi, il primo si fa portavoce delle difficoltà mentre il secondo ha caratteristiche più nascoste e complesse, per questo vengono coinvolti diversi nel percorso di cura.

Un primo allarme può essere rilevato dal pediatra che può notare differenze di peso significative sia in eccesso che in difetto e allertare la famiglia su una situazione di difficoltà che merita una valutazione più approfondita.

In età evolutiva spesso il corpo viene utilizzato come strumento comunicativo di difficoltà legate al mondo interno che non riescono ad essere espresse in altro modo, da qui l’importanza della comprensione delle emozioni sottostanti.

Il bambino vive le emozioni in maniera istintiva e mostra ai genitori quello che prova attraverso i comportamenti che mette in atto. Mangiare troppo o mangiare poco può essere un tentativo di comunicare una difficoltà o un disagio che stanno vivendo. Dato che il cibo viene offerto loro dalle figure di riferimento, diviene spesso lo strumento che il bambino utilizza per entrare in relazione con l’adulto.

Diventa quindi fondamentale cogliere i segnali e slegare il prima possibile il cibo da situazioni disfunzionali che possono protrarsi e peggiorare nel tempo.

Quando il cibo e le situazioni ad esso collegate rappresentano una difficoltà, i genitori possono  provare vissuti di ansia, impotenza e sensi di colpa che vengono trasmessi al figlio rendendo quei momenti difficili da gestire.

Spesso i bimbi che manifestano questi disagi hanno difficoltà a tollerare i cambiamenti che incontrano durante il percorso di crescita con vissuti di paura, insicurezza o rabbia. Questi cambiamenti possono coinvolgere l’ambiente familiare attraverso separazioni, lutti, cambiamenti di abitazione o abitudini in generale. Significativi diventano anche i contesti scolastici e sociali dove i bambini si confrontano con altri adulti di riferimento e con i coetanei. Essi possono portare a vissuti di inadeguatezza o competenze che non si sentono completamente acquisite.

I problemi legati al cibo possono prendere i connotati di un vero e proprio blocco evolutivo poiché percepiscono la quotidianità come opprimente e pesante da sostenere.

Tutti questi passaggi evolutivi impongono una messa in gioco e una conseguente perdita di una condizione di sicurezza, per questo tali momenti vanno supportati e accolti nella loro fragilità.

Il disordine alimentare tipico di alcune fasi evolutive può seguire un’evoluzione nella direzione di un futuro quadro sindromico più importante (anoressia, bulimia, obesità), in momenti di crescita differenti dall’infanzia all’adolescenza.

Anche i genitori vanno aiutati a cogliere questi segnali per comprendere al meglio come certi fatti quotidiani e di vita possono incidere sull’emotività e sulla sensibilità dle proprio figlio, così da poterlo aiutare a mettere in parola le difficoltà cosi da non utilizzare il loro corpo come mezzo di comunicazione di questi vissuti di sofferenza.

Il Centro di Psicoterapia e Formazione FIDA offre uno spazio di ascolto sia ai genitori che ai minori. Durante il colloquio con i minori verrà utilizzato il gioco come mezzo di comunicazione, facendo emergere la soggettività e la sua emotività. 

Ogni percorso di cura verrà valutato e impostato in base alle caratteristiche personali e in un approccio integrato tra curanti, persona e famiglia.

Progetto di Ricerca con l’Università di Psicologia di Torino

Il Centro CPF ha partecipato al progetto:
“IL RUOLO DELL’ATTACCAMENTO, DELLA DISSOCIAZIONE, DI TRATTI DI PERSONALITA’ ALESSITIMICI E DELLA VERGOGNA, IN UN CAMPIONE DI SOGGETTI AFFETTI DA DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE” 

Il Centro CPF-FIDA Torino, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, ha partecipato ad un progetto di ricerca dal titolo “Il ruolo dell’attaccamento, della dissociazione, dei tratti di personalità alessitimici e della vergogna in un campione di soggetti affetti da disturbi del comportamento alimentare”. Tale progetto si è svolto nel periodo marzo 2012 – marzo 2013.
Scopo della ricerca è stato quello di indagare la presenza di caratteristiche alessitimiche e sintomi dissociativi, misurati attraverso la somministrazione dei test TAS-20 e DES-II, il profilo di attaccamento misurato con il test ASQ, l’esistenza della correlazione positiva tra stili di attaccamento insicuro e funzionamento mentale di tipo alessitimico e la correlazione positiva fra dissociazione e alessitimia.
La raccolta dati è avvenuta tramite la somministrazione dei test a pazienti affetti da DCA, nella sede del Centro FIDA-CPF di Torino (Federazione Italiana Disturbi Alimentari – Centro di Psicoterapia e Formazione) e nella Comunità Terapeutica “La Vela” di Moncrivello.
Riassumendo i risultati dello studio effettuato, i punteggi ottenuti al TAS-20 consentono di descrivere il campione come borderline per le caratteristiche alessitimiche; per quanto riguarda gli stili di attaccamento, i risultati dell’ASQ evidenziano come la maggioranza del campione presenti uno stile di attaccamento evitante (70%), mentre nei punteggi della DES-II ha ottenuto un punteggio significativo (superiore al cut-off) il 15% del campione.
Dai risultati delle analisi correlazionali, valutate attraverso il coefficiente di correlazione di Spearman, è emersa una correlazione positiva statisticamente significativa tra la dimensione alessitimica e il profilo di attaccamento insicuro, mentre non si è riscontrata alcuna correlazione significativa tra alessitimia e dissociazione.

Il trattamento della famiglia

Il trattamento dei familiari è un elemento centrale nella cura e nell’identificazione precoce del disturbo alimentare. Riuscire a riconoscere il sintomo può significare definire un’area di intervento mirata e specifica per ogni persona coinvolta.
Il Centro CPF offre:

  • interventi di sensibilizzazione volti ad aiutare i familiari nella comprensione dei segnali in merito al disagio, che si manifesta attraverso il cibo e il corpo. Tali interventi sono pensati anche per genitori con bambini piccoli, che pur non muovendosi in quadri diagnostici già conclamati nell’ambito dei disturbi alimentari, presentano segnali particolari intorno al cibo;
  • interventi volti a sostenere, aiutare e motivare il soggetto nel proprio percorso di cura.

I familiari di una persona che soffre di disturbi del comportamento alimentare sono in genere disorientati e pervasi da sentimenti di rabbia, rifiuto ed impotenza che li possono portare a temere di “fare la cosa sbagliata” o ad avere reazioni che potrebbero originare ulteriori problematiche relazionali.
Angosciati dall’impotenza di fronte all’eccessiva perdita o aumento di peso del figlio/a, i genitori spesso oscillano tra l’immobilismo e l’eccessivo interventismo. Il pensiero intorno al “devo fare” diventa predominante, rinunciando quasi inconsapevolmente alla possibilità di pensare a quanto sta accadendo.
Nel Centro di Psicoterapia e Formazione abbiamo costruito uno spazio di ascolto separato da quello del figlio/a per sostenere i familiari nella gestione delle loro difficoltà, attraverso:

  • colloqui psicologici individuali e/o di coppia: in questo spazio i genitori avranno la possibilità di sperimentare uno spazio per pensare ed interrogarsi su quanto sta avvenendo in famiglia;
  • gruppi di sensibilizzazione volti al riconoscimento del problema: spesso nominare il sintomo fa paura e risulta difficile prendere atto della situazione. Iniziare a parlarne può essere il primo passo per sentirsi meno soli e meno angosciati;
  • gruppi psicoterapeutici volti alla comprensione delle dinamiche relazionali all’interno della famiglia: grazie alla psicoterapia, che vede coinvolti entrambi i genitori in uno spazio e con un terapeuta diversi da quelli che riguardano il proprio figlio/a, sarà possibile lavorare sulla storia familiare, sull’evoluzione del sintomo e sui sentimenti che coinvolgono la coppia (dalla rabbia al senso di colpa, dalla sofferenza profonda al dolore che annulla ogni altra possibilità di comunicazione).

I Disturbi Psicosomatici

I Disturbi Psicosomatici sono delle vere e proprie malattie che producono danni a livello organico e sono causate o aggravate da fattori emotivi.
I sintomi psicosomatici si possono manifestare nell’apparato gastrointestinale con gastrite e colite ulcerosa; nell’apparato cardiocircolatorio con tachicardia, aritmia, cardiopatia ischemica e ipertensione; nell’apparato respiratorio con asma bronchiale; nell’apparato urogenitale con dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce, anorgasmia ed enuresi; nel sistema cutaneo con psoriasi, acne, dermatite atopica, prurito, orticaria e sudorazione profusa; nel sistema muscolo-scheletrico e nell’alimentazione.
I sintomi psicosomatici possono essere associati alla depressione e ai disturbi d’ansia.
Questo disturbo può essere inteso come un meccanismo di difesa che protegge da emozioni dolorose e intollerabili e utilizza il corpo per manifestarle.
I disturbi più diffusi sono l’ipocondria e il disturbo dismorfofobico caratterizzato da un’eccessiva focalizzazione su un difetto fisico che impedisce la normale vita personale, relazionale e sociale.
La cura psicologica presenta delle difficoltà perché queste persone hanno grandi difficoltà a riconoscere il disturbo organico originato da problematiche psicologiche.

I Disturbi Depressivi

I disturbi depressivi sono patologie molto diffuse e possono colpire chiunque, indipendentemente dall’età, dal sesso e dal livello di cultura.

Dagli studi scientifici emerge che si manifesta più nelle donne che negli uomini.

La depressione si esprime per ogni soggetto in modo differente, per motivi diversi e con una sintomatologia più o meno grave.

La depressione produce sintomi psicocomportamentali e psicofisiologici come il disturbo del sonno, dell’alimentazione, della sessualità, delle funzioni gastro-intestinali, del peso corporeo e delle energie psicologiche e fisiche.

Il soggetto sente di essere immerso in una profonda tristezza, prova disistima, insicurezza, sfiducia e una complessiva perdita d’interessi. Emerge una forte tendenza a colpevolizzarsi e a sentirsi falliti.

Le persone che soffrono di questi disturbi tendono ad avere un pensiero rigido rivolto solo al “dovere”che si deve assolvere.

Spesso si hanno anche aspettative irrealistiche verso sé stessi perché si hanno standard molto elevati nei propri confronti.

La depressione è una sofferenza che ha origini profonde e che viene spesso scatenata da un’esperienza di perdita.

Un lutto, una separazione, la fine di un amore, la perdita del lavoro, incidono sulla persona fino a farle perdere il senso della vita.

In queste situazioni spesso vengono prescritti i farmaci che possono aiutare ma non agiscono sulle cause che hanno portato una persona a rifugiarsi nella depressione.

La psicoterapia può, invece, aiutare la comprensione di quanto è accaduto e sostenere le persone a poter nuovamente investire nella vita.

Gli Attacchi di panico

Gli attacchi di panico durano solo alcuni minuti, ma lasciano la persona che ne è stata colpita in una profonda angoscia e paura.

Oltre alla sensazione di soffocamento, tremore, vertigini, sudorazione e tachicardia, provocano una sensazione di morte imminente e una completa perdita di controllo.

Gli attacchi di panico sembrano “nascere dal nulla” lasciando in questi soggetti l’ansia e il terrore che l’esperienza si possa ripetere senza sapere dove e quando avverrà l’attacco successivo.

Si instaura così una sorta di “Paura della Paura” che porta le persone alla disperazione. Quest’angoscia e paura costringe questi soggetti a controllare le situazioni che potrebbero metterli in pericolo portandoli così a rinunciare a molte attività.

Se i farmaci possono aiutare a tenere sotto controllo gli attacchi di panico, i problemi psicologici sottostanti a questi disturbi necessitano di essere affrontati.

L’Abuso e i DCA

I disturbi del comportamento alimentare possono essere correlati ad abusi sessuali o psicologici subiti nell’infanzia o nel corso della vita.
Molte donne vittime di abusi sessuali, psicologici e maltrattamenti non sono riuscite nella loro vita a svelare a nessuno questo segreto nonostante il peso immenso che ha o ha avuto nella loro esistenza. Hanno passato la vita a nasconderlo e mascherarlo a tutti, così l’unico elemento che rimane per raccontare cosa è stato vissuto è il SINTOMO ALIMENTARE.

I traumi subiti nell’infanzia , la rabbia e il dolore mai espressi e accumulati rispetto a tali avvenimenti, scelgono il corpo per potersi manifestare.

Così vediamo donne che sottopongono il proprio corpo a diete terrificanti, che ricorrono al vomito e ai lassativi, che si ingozzano fino allo stremo o che effettuano gesti autolesivi attraverso tagli, incisioni, scarificazioni per autopunirsi, o per sentirsi vive.

Il corpo diventa il campo di battaglia dove si esprime l’auto distruttività generata da conflitti e dolore mai espressi e mai risolti.

Il dolore subito viene ripetuto dalla donna adolescente o adulta sul proprio corpo.

Spesso tutto questo serve sia per effettuare una vendetta verso le figure genitoriali che hanno oppresso, abusato o negato quello che il soggetto ha dovuto subire passivamente, sia per difendersi dalla disperazione e dall’angoscia che la rabbia provata suscita.

L’abuso sessuale lascia ferite profondissime associate a vissuti di disperazione, vergogna e colpa, sentimenti che portano la persona ad isolarsi e a chiudersi verso il mondo esterno.

Nell’abuso vengono minate alla base la fiducia in sé stessi e negli altri, le vittime restano bloccate nell’espressione della vita affettiva e qualsiasi emozione di una certa intensità viene vissuta come pericolosa in quanto richiama la violenza subita.
Nell’abuso il trauma non è solo procurato dall’abusante ma anche da una madre che non difende e protegge mettendo in atto comportamenti che procurano una vera devastazione nel bambino. Madri che non intervengono, facendo finta di non vedere, che minimizzano o fanno sentire la figlia in colpa per ciò che è avvenuto.

Un altro aspetto traumatizzante è il mantenimento del segreto che viene spesso gelosamente nascosto talvolta perché minacciati dall’abusante , altre volte perché si sviluppa un legame di lealtà e protezione con il proprio violentatore.
Il segreto nel tempo acquista una grande risonanza all’interno del mondo emotivo e con esso si costituisce un forte legame che porta le persone a conservarlo dentro di sé, a volte per tutta la vita.

Spesso, proprio intorno a questo doloroso segreto, si sviluppano i comportamenti sintomatici che possono trovare una risoluzione solo se, pian piano, il segreto può essere svelato ed elaborato con il terapeuta.

Dipendenze Affettive – trattamento

“Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo carattere, la sua indifferenza o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo. Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuosi lui vorrà cambiare per amore nostro, stiamo amando troppo.
Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.”
(Robin Norwood, Donne che amano troppo)

Negli anni ’70 Robin Norwood nel libro “Donne che amano troppo” tratta la problematica della dipendenza affettiva, di cui  si sente sempre più parlare.
Nella dipendenza affettiva, l’amore verso l’altro, presenta caratteristiche delle dipendenze in generale. Il dipendente affettivo non riesce a conservare la propria individualità in un rapporto, a porre dei confini tra se stesso e l’altro. Si attacca eccessivamente all’altro, teme più di tutto l’abbandono e la solitudine e queste paure lo portano ad essere sempre più geloso ed ossessivo verso il partner.

E’ una forma di dipendenza che colpisce solitamente le donne, con fasce di età molto diversa.
Donne fragili che, alla continua ricerca di amore che le gratifichi, si sentono inadeguate.
Donne che non riescono a stare in una relazione senza dipendere e senza elemosinare attenzioni e continue richieste di conferme.
Questa modalità di porsi in relazione con l’altro le aiuta a fronteggiare e neutralizzare il profondo senso di impotenza, disagio e vuoto affettivo che avvertono intensamente.
Il bisogno disperato di sicurezza condiziona il progetto della loro vita affettiva, per timore di ogni cambiamento soffocano lo sviluppo delle loro capacità individuali e sopprimono ogni loro desiderio ed interesse.
Queste donne vedono nell’amore la risoluzione dei loro problemi, il partner assume il ruolo di un salvatore, diventa lo scopo della loro vita e la sua assenza anche temporanea dà la sensazione di non esistere.
Chi soffre di dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. E’ possibile l’insorgere di una vera e propria sintomatologia come idee ossessive, depressione, insonnia, disturbi del comportamento alimentare e ansia generalizzata.
L’ansia spesso deriva dall’oscillazione tra il desiderio/paura di sperimentare vicinanza e il desiderio/paura della lontananza. Molto forte è la paura ossessiva di perdere la persona amata, fobia che si alimenta a dismisura ad ogni piccolo segnale negativo. Talvolta è sufficiente non ricevere una telefonata o rimanere inaspettatamente soli per avere paura di un abbandono definitivo.
L’amore è inter-relazione dinamica, scambio ed accrescimento reciproco tra le persone che si amano.
Gli affetti che comportano paura e dipendenza, tipici delle dipendenze affettive, sono destinati a distruggere l’amore.
La guarigione dalla dipendenza affettiva non è il distacco dalla persona o dalle persone da cui si è dipendenti, bensì l’acquisizione di un’autonomia affettiva, ciò che permette di entrare in relazione con gli altri, perchè li vogliamo, li scegliamo e non perchè abbiamo bisogno di loro per vivere.
I dipendenti affettivi giungono a chiedere aiuto quando “toccano il fondo”, quando hanno la percezione del vuoto, della perdità di identità, della rabbia e della frustrazione di non vedere ricambiata la dedizione e il loro amore. In questi momenti dolorosi trovano la spinta per uscire dal circolo vizioso della dipendenza affettiva.
La psicoterapia, sia individuale che di gruppo, consente alle persone che soffrono di dipendenza affettiva di potere modificare il loro modo di relazionarsi e di amare, aiutandole ad osservarsi nelle relazioni, a divenire consapevoli del messaggio che danno di sé, in modo da poter accedere al concetto profondo di sé e ai nodi della loro storia personale che li ha condotti ad un simile funzionamento.

Dipendenze Affettive: prospettive teorico – cliniche

 

Il tema della dipendenza affettiva è attuale sia per motivi psicopatologici sia per motivi culturali, perché si tratta di una condizione mentale tipica del nostro tempo.

La sua fenomenologia trova molte similarità con la dipendenza da sostanze, è noto, infatti, come le dinamiche psicologiche alla base di una dipendenza patologica siano le stesse qualunque sia l’oggetto da cui si dipende. In presenza della persona amata o di oggetti ad essa legati, si vivono sentimenti di euforia e desiderio sfrenato oppure, quando subentra la separazione, condizioni di umore depresso, irritabilità, ansia e rabbia, anedonia e senso di vuoto.

In questi soggetti si possono osservare frequentemente pensieri ossessivi e attenzione quasi totalmente focalizzata sulla persona amata anche in sua assenza; vengono inoltre utilizzate modalità di relazione e di comportamento disfunzionali che portano a conseguenze negative e persino a vivere un disagio significativo e un senso di malessere profondo che tuttavia viene mantenuto.

L’elemento più evidente sul piano cognitivo ed emotivo, nel caso in cui l’oggetto di dipendenza sia un’altra persona, consiste nella ricerca costante di figure protettive accudenti e incoraggianti con cui stabilire e mantenere un legame affettivo stabile.
Il desiderio di protezione e di accoglienza, in particolar modo nei momenti esistenziali più difficili, è funzionale all’esistenza dell’individuo.

In tempi di crisi dei valori e di instabilità e precarietà delle relazioni, questo tipo di dipendenza diventa una fonte di sicurezza alternativa che, come tale, tende a selezionare stili di attaccamento ambivalenti o conflittuali e a favorire la formazione di legami affettivi incostanti e deboli.
Dalla letteratura scientifica in materia risulta che il 99% dei soggetti dipendenti affettivi sono di sesso femminile (D. Miller, 1994).
Si tratta di donne di età diversa: dalle post-adolescenti (età dai 20 ai 27) fino alle adulte con figli piccoli (al disotto dei 14 anni), ma anche grandi, vale a dire la fascia di età che si calcola intorno ai 45 anni (dai 45 ai 50 anni). Sembra si tratti di donne fragili, alla continua ricerca di un amore che le gratifichi, donne che si sentono inadeguate e che hanno difficoltà a prendere coscienza di loro stesse e del loro diritto a stare bene.

La dipendenza affettiva è essenzialmente una condizione relazionale caratterizzata da una cronica assenza di reciprocità: il dipendente affettivo non riesce a conservare la propria individualità in un rapporto né a porre dei confini fra se stesso e l’altro, si attacca in modo eccessivo, immagina che il proprio benessere dipenda dall’altro, teme più di ogni altra cosa l’abbandono e la solitudine; e, paradossalmente, sono proprio queste paure che lo portano ad essere sempre più geloso ed ossessivo verso il partner.

Secondo J. Bowlby (noto Psicoanalista britannico che ha elaborato la Teoria dell’Attaccamento) le modalità di attaccamento dell’individuo hanno radici nel legame madre-bambino. La funzione di base sicura inizialmente assolta dalla figura genitoriale, diviene poi, attraverso l’interiorizzazione dei comportamenti e degli affetti, una struttura interna che caratterizzerà le future relazioni. Quando questo rapporto è armonico e si sviluppa in modo sufficientemente buono, allora viene fornita al bambino un’iniziale fiducia in se stesso e nel mondo che costituisce le basi dell’autostima. Quando non si realizza tale attaccamento, possono viceversa svilupparsi modalità relazionali disfunzionali.

La dipendenza affettiva troverebbe dunque la sua origine in bisogni infantili inappagati: i bambini i cui bisogni d’amore rimangono non riconosciuti, possono adattarsi imparando a limitare le loro aspettative.
Da adulti questi soggetti rischieranno di dipendere dagli altri per quanto concerne la cura di se stessi e la soluzione dei loro problemi; temendo di essere respinti, rifuggiranno il dolore, non avranno fiducia nelle loro abilità fino a giudicarsi persone non degne d’amore.

È certamente difficile stabilire in quale misura le diverse situazioni familiari incidano sulle successive relazioni, ma di certo esse hanno un ruolo nello sviluppo di relazioni caratterizzate da dipendenza affettiva, e quindi incidono sulla tendenza ad instaurare un legame di tipo simbiotico con il partner.

M. Mahler (Psicoterapeuta ungherese, esponente di spicco della Psicologia dell’Io) considera il ciclo di vita come un alternarsi tra fasi di avvicinamento ad una base sicura e fasi di separazione-individuazione. L’individuo, secondo l’autrice, alterna l’esigenza di protezione, sicurezza, calore e ristoro, al bisogno di esplorare l’ambiente e se stesso. Questo modo di rapportarsi con l’esterno nel legame simbiotico viene meno perché non può essere tollerata la separazione, ed è proprio l’intolleranza al distacco a costituire il cuore della dipendenza affettiva. Questo perenne stato di non separazione mette in gioco principalmente il proprio senso d’identità personale più profondo che si trova ad essere confermato o disconfermato dalla presenza o meno del partner.

Le persone che vivono una dipendenza affettiva sono spaventate da ogni cambiamento e sopprimono ogni desiderio e ogni interesse, mentre il bisogno disperato di sicurezza fa da guida ad ogni progetto emotivo.

Considerando la soggettività di ogni persona, gli interventi terapeutici con il paziente con dipendenza affettiva devono sostenerlo affinché recuperi la propria identità e il contatto con i propri bisogni, rimettendo se stesso al centro della propria vita psichica. Questo obiettivo può essere raggiunto aiutandolo ad acquisire consapevolezza di sé e delle dinamiche psicologiche caratterizzanti la propria storia. Allo stesso tempo, si deve aiutare la persona ad individuare i mezzi e le possibilità che gli consentano di trovare un diverso modo di stare in relazione in modo tale che, una volta riconosciuti e tollerati i propri bisogni, eviti di crearsi una dipendenza patologica da un altro.

Dott.ssa Rossana Vercellone