RIFLESSIONI INTORNO AI DISTURBI ALIMENTARI E NON SOLO

di Nadia Delsedime e Michela Marzano

Queste riflessioni in forma di dialogo fra la dr. ssa Nadia Delsedime (in seguito N.D.), medico psichiatra esperta in DCA, e la Prof.ssa Michela Marzano (in seguito M.M.), nota autrice di saggi e docente di Filosofia Morale all’Università R. Descartes di Parigi, vogliono sfiorare temi nucleari riguardanti la genesi, lo sviluppo e il mantenimento dei Disturbi Alimentari (DA). Il corpo, il femminile, l’età evolutiva e i suoi disagi; sono riflessioni che intendono aprire al desiderio di approfondire, sono accenni che intendono stimolare un dibattito e un pensiero, una conoscenza sul tema. Dietro al fenomeno dei DA sta un mondo complesso che non può essere ignorato né tantomeno esaurito nel sintomo e nella cura dello stesso; un mondo fatto di relazioni, emozioni, interiorità e rapporti con la società contemporanea.

IL CORPO COME LINGUAGGIO

N.D. Le malattie del corpo – dai disturbi psicosomatici ai disturbi del comportamento alimentare – sono, in tutte le età della vita, un vero e proprio linguaggio, atto a esprimere emozioni, sentimenti, bisogni, richieste. Il corpo ha un suo linguaggio e si fa linguaggio, che richiede di venire ascoltato. “Noi siamo un colloquio” per citare Eugenio Borgna che a sua volta cita un verso di Hoelderlin.

Nell’ambito delle funzioni di cura pertanto, l’ASCOLTO diventa strumento fondamentale, se inserito all’interno di una relazione, non solo terapeutica, ma primariamente fra individui.

La CURA intesa come terapia è fondata sull’ATTENZIONE. Attenzione nel senso di vedere, ascoltare, comprendere utilizzando i sensi, l’empatia, il linguaggio non verbale (del corpo, ancora una volta).

“Curare una malattia” quindi non dovrebbe essere solo l’atto di estirpare uno o più sintomi, riparare un guasto, e di conseguenza soffocare un linguaggio, bensì dovrebbe sottintendere un “prendersi cura” a tutto tondo dell’individuo che presenta quei particolari sintomi, che hanno un significato e comprenderne tale significato.

M.M. Mi piace molto la frase in cui Borgna riprende Hoelderlin e scrive: “Noi siamo un colloquio”. Non solo perché è bella ed evocativa, ma anche e soprattutto perché permette di capire come mai, a un certo punto della vita, può accadere che il corpo diventi “sintomo”. Quando il colloquio con noi stessi si interrompe, il corpo trova il modo di dire ciò che le parole non riescono più a nominare. È per questo che anch’io sono convinta che l’ascolto sia la chiave di volta quando si vuole aiutare una persona che soffre di disturbi alimentari. È d’altronde proprio l’ascolto, nel senso lato del termine – essere visti, essere percepiti, essere riconosciuti – che, a un certo punto, è venuto meno: non si è stati né visti né ascoltati per ciò che si è; si è stati cancellati da un‘immagine ideale e idealizzata alla quale si è cercato poi disperatamente di corrispondere.

Il problema è che, a forza di cercare di conformarsi a ciò che è “altro” da sé, prima o poi si arriva a quello che a me piace definire il “punto di rottura”; il sintono, in fondo, non è altro che un modo per dire “basta”, soprattutto quando mancano le parole per dirlo in altro modo.

Da questo punto di vista, “guarire” non significa tanto smettere di focalizzarsi sul cibo – che probabilmente resterà per sempre un punto di fragilità, ciò cui si ricorre quando si è stanchi, stressati, malinconici, delusi o nuovamente prigionieri dello sguardo altrui – ma imparare ad ascoltarsi: mettersi su “pausa”; darsi tempo e pazienza; accettare che il presente possa a volte arrotolarsi su stesso, addirittura riavvolgersi e ripiegarsi sul passato, prima di ripartire. Anche perché non c’è nulla da riparare.

Ogni persona ha le proprie fratture e le proprie fragilità. E, spesso, sono proprio queste fratture che ci permettono di essere le persone uniche che siamo, senza che qualcuno cerchi di cancellarle e di normalizzarci.

IL CORPO COME SIMBOLO DEL FEMMINILE

N.D. Da sempre la donna viene vista e giudicata attraverso il suo corpo, il vestito di carne che indossa. Il corpo diventa oggetto, feticcio, “pezzo d’arte” da ammirare o denigrare, diventa biglietto da visita per molte donne, che sono le prime a essere inflessibili verso il proprio corpo. Lo tiranneggiano. Lo maltrattano. Lo modificano. Lo costruiscono. Alla ricerca di una perfezione impossibile.

La maggior parte delle ragazze e donne è insoddisfatta del proprio corpo, lo vorrebbe diverso, ne cambierebbe alcune parti. Molte arrivano a vergognarsene. Ed ecco nascere concetti quali il body shaming, non solo legato al fat shaming (vergogna del grasso corporeo), ma in senso lato vergogna per come si è, per ciò che si è.

Il corpo come rappresentazione del Femminile diventa quindi anche IDENTITÀ. Modo per trovare una sicurezza, fonte di autostima. Il controllo sul corpo diventa imprescindibile per placare ansia e senso di vuoto o per curare una forma depressiva. Modellare il corpo (attraverso una dieta, l’attività fisica, gli interventi estetici) diventa quindi forma di autocura. Che non significa però sapersi prendere cura…

Questo di fatto è il nucleo centrale di molti Disturbi Alimentari.

M.M. Il corpo è “tangibile”, nel senso che è l’oggetto su cui, immediatamente, si può leggere la propria capacità o incapacità di controllo. Al di là dell’estetica, io credo che l’attenzione ossessiva al corpo sia la conseguenza inevitabile di quel controllo eccessivo che si cerca di esercitare su se stessi. Un po’ come quando si decide di mettere ordine in casa, di fare le pulizie, di “prendersi cura” dello spazio nel quale si vive, spesso nel tentativo di riprendere una qualche forma di controllo su di sé.

Per certi aspetti, tutto dipende dalla “misura”: “where to draw the line”, come si dice in inglese. Ossia dalla modalità che si riesce a trovare per evitare che la cura di sé smetta di essere “cura” e diventi un ennesimo volto dell’ossessione.

Se dico questo, è perché sono stanca di sentir ripetere sui social o in televisione che i DA sarebbero la semplice conseguenza di un modello ideale di corpo, e che quindi è sulle immagini del corpo che ci si dovrebbe concentrare. La questione dei DA è ben più profonda, viene da lontano, e spesso non ha nulla a che vedere con la bellezza o l’estetica.

Certo, l’anoressia si manifesta in persone che cercano la “perfezione”, ma è una perfezione in senso lato. Si tratta di persone che cercano di andare al di là dei propri limiti. Che cercano di perfezionarsi e che, se non ci riescono, si sentono in colpa. La chiave per capire cosa c’è dietro i DA è quel senso di colpa onnipresente, quel non sentirsi mai “abbastanza”. Abbastanza bella o abbastanza buona. Abbastanza intelligente o abbastanza sensibile. Abbastanza forte o abbastanza amata.

DISTURBI ALIMENTARI ED ETA’ EVOLUTIVA

N.D. I Disturbi Alimentari nell’infanzia e nell’adolescenza sono in rapida espansione, soprattutto in questi tempi critici legati alla pandemia. L’età d’esordio è scesa a 8-9 anni. Di pari passo con il diffondersi dell’utilizzo delle nuove tecnologie e dei social network a fasce di età sempre più basse, aumenta il pericolo di accesso a siti “pro ANA” e “pro MIA”, o di confronto con coetanee/coetanei o di challanges riguardanti il corpo. Il bullismo sui social o il solo diffondersi di commenti denigratori, è una ferita che può colpire gravemente l’autostima in formazione.

Ma il malessere, il disagio psicologico, i sintomi alimentari o l’autolesionismo, sono anche fasi di passaggio, prove di iniziazione, crisi che sono anche possibilità di crescita e di costruzione di una identità propria. Sono forme di ribellione. Forme di autonomia. Quindi non sempre la “malattia” è da demonizzare. Di nuovo è una forma di linguaggio, che SIGNIFICA QUALCOSA E CHIEDE QUALCOSA. La sfida per genitori, familiari, insegnanti, medici e psicologici, adulti in generale, è saper o voler ascoltare quella richiesta…

M.M. Ogni sintomo, in quanto tale, non ha lo stesso significato per chiunque. Il sintomo può essere lo stesso, ma spesso la storia che ci si porta dentro è diversa. È sempre all’interno di un contesto, d’altronde, che un sintomo assume un significato specifico e unico.

Ciò detto, è vero anche che il sintomo è sempre un segnale, ossia un modo per dire ciò che non si riesce a significare o nominare altrimenti. È per questo che talvolta può anche essere positivo che un sintomo si manifesti precocemente: se un sintomo si manifesta presto, c’è la possibilità, per la famiglia, di interrogarsi sulle dinamiche disfunzionali che hanno portato una figlia o un figlio ad ammalarsi. Il sintomo può allora essere l’occasione, per i genitori, di riflettere non solo sul proprio modo di relazionarsi ai figli, ma pure sulla propria vita di coppia. E magari per fare lo sforzo di modificare qualcosa.

Spesso, la “malattia” non è in chi presenta un sintomo: il sintomo è talvolta solo la punta dell’iceberg di una malattia che è altrove, nel rapporto tra i genitori, nell’ansia di una madre, nei deliri di onnipotenza di un padre, nelle assenze di uno dei due genitori o nella loro presenza invasiva.

Ecco perché, ancora una volta, si torna all’importanza dell’ascolto. E alla capacità che un terapeuta ha (o meno) di decifrare la richiesta esatta che un bambino o una bambina stanno cercando di formulare attraverso i DA.

CONCLUSIONI

In conclusione, ciò che emerge da questo scambio di battute è l’importanza dell’ascolto del sintomo, sintomo in quanto discorso simbolico, in quanto rappresentazione profonda di un disagio o di una fragilità, o anche di una denuncia di qualche ferita subita nel passato.

Il sintomo alimentare significa molte cose diverse e la “cura” quindi non può essere che l’accogliere e il farsi carico di questi significati. Non è solo questione di peso o di corpo inteso come immagine estetica, di insoddisfazione rispetto a canoni imposti da una società in continua trasformazione, di inquietudine adolescenziale…questa è la facciata esterna, l’interpretazione più semplice e forse anche la cosa più visibile e che spaventa di più i familiari di chi da un DA è colpito. La paura della morte, di veder sparire sotto il proprio sguardo un figlio o una figlia, il senso di impotenza e frustrazione che affligge non solo i familiari ma talvolta anche i terapeuti che cercano di “combattere contro” questa malattia, talvolta scordandosi di allearsi con il/la paziente, è uno dei problemi maggiori da affrontare perché impedisce di ascoltare con lucidità la domanda che sta dietro il sintomo. Certamente il sintomo quando mette a rischio la vita va ridimensionato, ne va ridotta la carica esplosiva, ci si deve occupare del corpo da un punto di vista medico, il peso va messo in sicurezza, ma il dialogo e l’ascolto devono essere presenti sempre attraverso ciascuna di queste fasi, allo scopo di creare una vera alleanza terapeutica con il/la paziente e non lasciarlo solo/a nella lotta contro se stesso/a.

Citando Delphine De Vigan dal libro “Giorni senza fame”, il/la paziente deve capire che “non è più sola a combattere contro se stessa”. In questa battaglia condivisa alla fine la cosa importante è affrontare il senso di colpa pervasivo che contraddistingue i DA, colpa di non essere mai abbastanza, per se stessi e per gli altri. La cosa importante è ACCETTARE E ACCETTARSI. O meglio accettarsi attraverso l’essere accettati.

Chiudo citando il finale del libro di Michela Marzano “Volevo essere una farfalla”: “Forse l’unica cosa che ho veramente capito è che nella vita non si può fare altro che accettarsi. Ed essere indulgenti. E perdonarsi.”

Recensione del libro Giorni senza Fame (di Delphine De Vigan)

Una recensione a cura di Nadia Delsedime

Questo romanzo autobiografico parla di malattia (Anoressia Nervosa), ma soprattutto parla di Cura. Parla di un percorso di vita e di crescita, di un percorso di guarigione, attraverso tutte le sue ardue fasi: la negazione, la consapevolezza di avere un problema, la ricerca di un aiuto, l’ambivalenza verso questo aiuto, la ribellione e la rabbia e infine l’affidarsi a quell’aiuto, a mani altrui. L’affidarsi che è già un passo concreto verso la guarigione.

Il libro si apre con la descrizione della Malattia: “era qualcosa al di fuori di lei cui non sapeva dare un nome. Una forza silenziosa che l’accecava e guidava le sue giornate. Una forma di stordimento, di distruzione.” Una malattia connotata da aspetti anche positivi (onnipotenza, leggerezza, efficienza), ma soprattutto negativi (la paura negli occhi della gente, le cadute a terra, l’insonnia per la fame, e soprattutto il freddo, profondo, pervasivo). Sono i sintomi fisici a spingere la protagonista, Laure, a cercare un aiuto: “un freddo che diceva che era giunta al capolinea e che doveva scegliere fra la vita e la morte”.

Viene il ricovero ospedaliero (in un ospedale parigino); la prima reazione è un pianto di sollievo: “il confuso sollievo che prova nell’abbandonarsi a mani altrui”, nel mollare il controllo, nel sentirsi riscaldata dall’esterno, nel concedersi una speranza di vita. “Capisce che non è più sola a combattere contro se stessa”. Ecco un primo e nucleare significato della Cura…non essere più soli contro la malattia.

Davanti alla consapevolezza della morte, Laure si rassegna a prendere qualche chilo, però non a perdere il controllo. Non vuole morire ma vuole tirare avanti INSIEME alla sua malattia. Perché? “Non vuole guarire perché non sa come esistere se non attraverso quella malattia, una malattia che l’ha scelta…”. Quindi malattia come identità e come unica possibilità. Una malattia di cui parlano i media e che la rende parte di una comunità di persone “complici di un crimine silenzioso contro se stesse”. Una malattia che isola ma che non fa sentire soli.

Una malattia che è anche una vendetta nei confronti dei genitori, una vendetta e una richiesta estrema di essere vista, anche se in questo caso non sarebbe servito a nulla. Distruggersi a volte non serve a cambiare le cose. Non serve a cambiare gli altri. 

Così come “non c’è bisogno di morire per rinascere”…con questa frase mantra, il medico getta un seme di speranza e di desiderio di cambiamento in Laure. Se l’anoressia è ricerca di identità, forma di distruzione e annullamento, forma di vendetta, paura di vivere, è però anche un desiderio di purificazione e rinascita, di miglioramento. Rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice. Rinascere più forti. Con le ali per volare. E mentre Laure lotta contro se stessa per riprendere un po’ di peso, “il ricordo dell’ebbrezza del digiuno è ancora vivo”, una sirena che la chiama dal passato, una sirena contro cui bisogna lottare minuto dopo minuto, nel timore di perdere il controllo. In un momento di crisi profonda poi si vede il medico che le racconta una favola, la favola della bambina che mangia la carta, e quella favola smuove qualcosa nel profondo.

Interessante è il racconto della genesi della malattia da parte della protagonista, una genesi che solo poco ha a che fare con il desiderio di “attenuare le rotondità dell’adolescenza”; in realtà inizia con la sensazione di disgusto che le fa eliminare poco a poco molti cibi. “Si sentiva sempre meglio, più leggera, più pura…Doveva affamarsi ogni giorno di più per ritrovare quel senso di onnipotenza, innescando un circolo vizioso simile alla tossicomania”. Questo è il percorso classico che si innesca e si auto-mantiene, una vera e propria dipendenza, e la droga è il digiuno.

“Non voleva morire, voleva solo scomparire. Cancellarsi. Dissolversi”. Chi soffre di una grave forma di anoressia non vuole morire, anzi vuole vivere meglio, in modo più coerente con i propri sentimenti. Tenere meno posto possibile. Diventare invisibile per essere vista di più e meglio.

Nel percorso di cura ci si confronta sempre con molte paure. Paura di tornare indietro e di non poter più tornare indietro, di uscirne e di non uscirne. Ambivalenza si chiama in gergo…volere due cose al tempo stesso. Ma come spesso accade nella vita, non si può. Bisogna scegliere, rinunciare a qualcosa e andare avanti. Con la paura di lasciare alle spalle ciò che si conosce bene, e di affrontare ciò che non si conosce. Compreso un corpo nuovo. Di affrontare un risveglio anche delle emozioni e dei sentimenti, prima congelati, il desiderio di relazione, la paura di essere feriti. “Senza la sua armatura di ghiaccio è molto più fragile.”

La terapia non è solo un affidarsi passivo e senza ripensamenti, ci sono le ricadute, le resistenze, i segreti, ciò che si fa di nascosto per boicottare tutto. Ci sono i momenti di sfiducia, i contrasti con i medici, la rabbia. Anche in ambito ospedaliero si può trovare il modo di “fregare”, di fregarsi in realtà. Il rapporto con i terapeuti è fatto di momenti di odio e altri di amore, come ogni rapporto. Però quando ci si affida e si decide di svelarsi a qualcuno, quando ci si apre e quando si viene visti da quel qualcuno, quando ci si sente ascoltati davvero, scatta una sorta di amore, o comunque lo si voglia chiamare. Il rapporto terapeutico riuscito si sintetizza in una frase bellissima: “Laure lo ama per l’impegno con cui lotta insieme a lei, contro di lei”.

Ma accanto al rapporto terapeutico con i curanti, si intrecciano anche i rapporti con i co-degenti, con i compagni di viaggio e di malattia. Ognuno combatte la sua guerra, ma ci si sta vicini nei momenti di crisi. Si condivide una sofferenza, c’è comprensione, una empatia che spesso con le persone “sane” non esiste.      

Raccontarsi. La terapia si dipana attraverso un racconto, del presente, della malattia e del passato, dei perché; perché si è arrivati a questo punto, perché ci si è ammalati, perché proprio di questa malattia. Spuntano genitori inadeguati se non francamente patologici, racconti di abusi e violenze, di abbandoni. O anche solo di stanchezza. Stanchezza di essere perfette, bambine ubbidienti.. “Lo sguardo dei suoi genitori, il desiderio di compiacerli, quella ricerca di affermazione, di perfezione, che aveva fatto sua, non le lasciavano più spazio per esistere. All’inizio voleva solo dimagrire un po’ per sottrarsi a quell’influenza, poi un giorno aveva sentito il desiderio di sparire”.

“Vivere è uno sforzo immenso”. Le stesse parole della madre. Le stesse parole di chi è stanco di vivere, o di chi ha paura di tornare a vivere. Anche se è la fame di vita all’origine della malattia, “quell’appetito smisurato che non riusciva a contenere, quella voragine insaziabile che la rendeva così vulnerabile. Era come un’enorme bocca avida, pronta a inghiottire tutto, voleva una vita intensa, voleva essere amata da morire, voleva riempire la cicatrice della sua infanzia, il vuoto mai colmato che si portava dentro”. Fame di vita e paura di vivere; di nuovo lotta fra due opposti. Ambivalenza.

Guarire spesso significa arrendersi. Affidarsi. Lasciarsi curare senza troppo opporsi. Prendere peso. “Tradire una causa oscura e necessaria”. Pensare di meritarsi di guarire. Soprattutto questo. Meritarsi di stare meglio. Vincere la paura di guarire. Questa è la grande differenza rispetto ad ogni altra malattia…nell’anoressia c’è questa dannata paura. “Si aggrappa alla malattia come alla sua unica maniera di esistere. Non ha altra identità….Se guarirà si cancellerà agli occhi del mondo. Si confonderà fra la gente. Soffocherà dentro di lei quel grido rauco che giunge dall’infanzia…”

Malattia come identità, come vendetta, come modo per essere notati e sparire al tempo stesso. Paura di essere “normali” e silenziosi. Senza voce. Mentre la malattia è un grido acuto. È una denuncia.

Solo quando si farà pace col dolore del passato si sarà pronti ad andare oltre. A guarire. A sembrare normali. Con le proprie ferite ma aperti al futuro. Vivi. Caldi. Fragili.

Te lo dico con il CORPO

L’adolescenza rappresenta un periodo di transizione e sviluppo nel corso del quale avvengono importanti cambiamenti. Questi, se vissuti in modo inadeguato, possono portare ad acquisire comportamenti alimentari scorretti.

Gli adolescenti per comunicare in modo non verbale il loro disagio fisico, manifestano disturbi del comportamento alimentare. Tale atteggiamento, nasconde in realtà un disturbo più profondo.

I loro comportamenti possono essere caratterizzati da rituali ossessivi nelle fasi precedenti e concomitanti al pasto. E’ possibile osservare regimi alimentari restrittivi ed eccessiva attività fisica e/o abbuffate che possono portare a condotte eliminatorie.

FATTORI DI RISCHIO

Questi tipi di comportamenti possono essere caratterizzati da vissuti di solitudine e distanziamento sia dal gruppo dei coetanei che dal nucleo familiare.

Durante il periodo adolescenziale, il rapporto con i genitori si complica: i ragazzi mettono in atto una sorta di conflittualità con le figure di riferimento rivendicando una maggiore indipendenza e autonomia.

Talvolta anche la mancata elaborazione di situazioni quotidiane come divorzi, separazioni o lutti può portare con se un dolore che si manifesta attraverso un disturbo alimentare.

Inoltre, nella società odierna, i Mass Media giocano un ruolo fondamentale per gli adolescenti. I ragazzi vengono costantemente bombardati da ideali di bellezza e modelli perfetti ai quali fare riferimento, sperimentando così un senso di inadeguatezza non avendo sviluppato una solida e definita identità.

Un altro fattore di rischio può essere rappresentato da situazioni di bullismo che l’adolescente può vivere in ogni contesto quotidiano.

Il cibo rimane così l’unico pensiero costante, assumendo dunque un ruolo predominante. Questa rigidità, crea un’apparente sicurezza che porta l’adolescente a mettere in atto comportamenti ritualizzati e a mantenere abitudini disfunzionali. I ragazzi, così, non identificandosi più con il proprio corpo, tendono a tenerlo sotto controllo attraverso il disturbo alimentare.

COSA PROPONE IL CENTRO

Il Centro di Psicoterapia e Formazione FIDA offre percorsi di psicoterapia individuale per gli adolescenti e un supporto alla genitorialità, personalizzati in base alla situazione contingente. L’accompagnamento psicologico può essere, inoltre, affiancato da consulti medici e nutrizionali, gestiti da dietisti e nutrizionisti, al fine di offire un approccio integrato.

Te lo dico con il CIBO

Te lo dico con il CIBO

Le stime pediatriche rilevano un incremento di difficoltà alimentari già in età evolutiva. Questo dato fa emergere interrogativi importanti sull’insorgenza di tali problematiche e sulla necessità di interventi precoci.

IL CORPO COME MEZZO DI COMUNICAZIONE

Sia il corpo che la mente sono coinvolti nei disturbi del comportamento alimentare. Il primo si fa portavoce delle difficoltà emotive, il secondo ha caratteristiche più nascoste e complesse.

In età evolutiva, il corpo diviene lo strumento attraverso cui si esprimono le difficoltà che non si riescono a comunicare in altro modo. Risulta dunque fondamentale riuscire a comprendere le emozioni e slegare il cibo da quelle situazioni disfunzionali che potrebbero poi condurre allo sviluppo di un distrubo del coportamento alimentare.

FATTORI DI RISCHIO

Spesso i bambini mostrano difficoltà a tollerare i cambiamenti che incontrano durante il percorso di crescita. Separazioni, lutti, trasferimenti, possono essere infatti vissuti come eventi critici capaci di andare ad influenzare le loro abitudini alimentari.

Anche i contesti scolastici e sociali hanno un ruolo di grande rilevanza, in quanto vi è la possibilità di avere un confronto con i coetanei e gli adulti. Le dinamiche che emergono da tali confronti, se scorrette, possono portare i bambini a sperimentare vissuti di inadeguatezza, da loro poi espressi attraverso una condotta alimentare scorretta. Si tratta quindi di una condizione in cui il cibo costituisce l’unico strumento con cui poter entrare in relazione con l’adulto.

Quando il cibo e le situazioni ad esso collegate rappresentano una difficoltà, i genitori possono provare vissuti di ansia, impotenza e sensi di colpa che inconsapevolmente trasmettono al figlio rendendo così quei momenti e quelle situazioni difficili da gestire.

CONSEGUENZE

Le problematiche legate al cibo possono portare ad un vero e proprio blocco evolutivo e a percepire la quotidianità come opprimente e pesante da sostenere. Risulta dunque fondamentale per i genitori imparare a cogliere i diversi segnali, di modo da poter individuare i fattori capaci di incidere così profondamente sull’emotività e sulla sensibilità del proprio bambino. Partendo da questo presupposto è poi possibile intervenire aiutando il piccolo a verbalizzare le proprie difficoltà, così da evitare che utilizzi il proprio corpo come strumento di comunicazione.

Il disordine alimentare, tipico di alcune fasi evolutive, può portare inoltre ad un quadro sindromico futuro più importante (anoressia, bulimia, obesità). Risulta, quindi, necessario il coinvolgimento di diverse figure professionali nel processo di diagnosi e di cura.

COSA PROPONE IL CENTRO

Il Centro di Psicoterapia e Formazione FIDA offre uno spazio di ascolto ai genitori e ai minori. Durante il colloquio con quest’ultimi verrà utilizzato il gioco come mezzo di comunicazione, facendone emergere la soggettività e la propria emotività. 

Ogni percorso di cura verrà valutato e impostato in base alle caratteristiche personali, da un approccio integrato tra curanti, persona e famiglia.

Progetto di Ricerca con l’Università di Psicologia di Torino

Il Centro CPF ha partecipato al progetto:
“IL RUOLO DELL’ATTACCAMENTO, DELLA DISSOCIAZIONE, DI TRATTI DI PERSONALITA’ ALESSITIMICI E DELLA VERGOGNA, IN UN CAMPIONE DI SOGGETTI AFFETTI DA DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE” 

Il Centro CPF-FIDA Torino, in collaborazione con la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, ha partecipato ad un progetto di ricerca dal titolo “Il ruolo dell’attaccamento, della dissociazione, dei tratti di personalità alessitimici e della vergogna in un campione di soggetti affetti da disturbi del comportamento alimentare”. Tale progetto si è svolto nel periodo marzo 2012 – marzo 2013.
Scopo della ricerca è stato quello di indagare la presenza di caratteristiche alessitimiche e sintomi dissociativi, misurati attraverso la somministrazione dei test TAS-20 e DES-II, il profilo di attaccamento misurato con il test ASQ, l’esistenza della correlazione positiva tra stili di attaccamento insicuro e funzionamento mentale di tipo alessitimico e la correlazione positiva fra dissociazione e alessitimia.
La raccolta dati è avvenuta tramite la somministrazione dei test a pazienti affetti da DCA, nella sede del Centro FIDA-CPF di Torino (Federazione Italiana Disturbi Alimentari – Centro di Psicoterapia e Formazione) e nella Comunità Terapeutica “La Vela” di Moncrivello.
Riassumendo i risultati dello studio effettuato, i punteggi ottenuti al TAS-20 consentono di descrivere il campione come borderline per le caratteristiche alessitimiche; per quanto riguarda gli stili di attaccamento, i risultati dell’ASQ evidenziano come la maggioranza del campione presenti uno stile di attaccamento evitante (70%), mentre nei punteggi della DES-II ha ottenuto un punteggio significativo (superiore al cut-off) il 15% del campione.
Dai risultati delle analisi correlazionali, valutate attraverso il coefficiente di correlazione di Spearman, è emersa una correlazione positiva statisticamente significativa tra la dimensione alessitimica e il profilo di attaccamento insicuro, mentre non si è riscontrata alcuna correlazione significativa tra alessitimia e dissociazione.

Il trattamento della famiglia

Il trattamento dei familiari è un elemento centrale nella cura e nell’identificazione precoce del disturbo alimentare. Riuscire a riconoscere il sintomo può significare definire un’area di intervento mirata e specifica per ogni persona coinvolta.
Il Centro CPF offre:

  • interventi di sensibilizzazione volti ad aiutare i familiari nella comprensione dei segnali in merito al disagio, che si manifesta attraverso il cibo e il corpo. Tali interventi sono pensati anche per genitori con bambini piccoli, che pur non muovendosi in quadri diagnostici già conclamati nell’ambito dei disturbi alimentari, presentano segnali particolari intorno al cibo;
  • interventi volti a sostenere, aiutare e motivare il soggetto nel proprio percorso di cura.

I familiari di una persona che soffre di disturbi del comportamento alimentare sono in genere disorientati e pervasi da sentimenti di rabbia, rifiuto ed impotenza che li possono portare a temere di “fare la cosa sbagliata” o ad avere reazioni che potrebbero originare ulteriori problematiche relazionali.
Angosciati dall’impotenza di fronte all’eccessiva perdita o aumento di peso del figlio/a, i genitori spesso oscillano tra l’immobilismo e l’eccessivo interventismo. Il pensiero intorno al “devo fare” diventa predominante, rinunciando quasi inconsapevolmente alla possibilità di pensare a quanto sta accadendo.
Nel Centro di Psicoterapia e Formazione abbiamo costruito uno spazio di ascolto separato da quello del figlio/a per sostenere i familiari nella gestione delle loro difficoltà, attraverso:

  • colloqui psicologici individuali e/o di coppia: in questo spazio i genitori avranno la possibilità di sperimentare uno spazio per pensare ed interrogarsi su quanto sta avvenendo in famiglia;
  • gruppi di sensibilizzazione volti al riconoscimento del problema: spesso nominare il sintomo fa paura e risulta difficile prendere atto della situazione. Iniziare a parlarne può essere il primo passo per sentirsi meno soli e meno angosciati;
  • gruppi psicoterapeutici volti alla comprensione delle dinamiche relazionali all’interno della famiglia: grazie alla psicoterapia, che vede coinvolti entrambi i genitori in uno spazio e con un terapeuta diversi da quelli che riguardano il proprio figlio/a, sarà possibile lavorare sulla storia familiare, sull’evoluzione del sintomo e sui sentimenti che coinvolgono la coppia (dalla rabbia al senso di colpa, dalla sofferenza profonda al dolore che annulla ogni altra possibilità di comunicazione).

I Disturbi Psicosomatici

I Disturbi Psicosomatici sono delle vere e proprie malattie che producono danni a livello organico. Questi sono causati o aggravati da fattori emotivi.
In particolare, i sintomi psicosomatici si possono manifestare nell’apparato gastrointestinale (con gastrite e colite ulcerosa) e nell’apparato cardiocircolatorio (con tachicardia, aritmia, cardiopatia ischemica e ipertensione). Inoltre, possono coinvolgere l’apparato respiratorio (con asma bronchiale) e l’apparato urogenitale (con dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce, anorgasmia ed enuresi. Ulteriori sistemi in cui i sintomi si manifestano possono essere il sistema cutaneo (con psoriasi, acne, dermatite atopica, prurito, orticaria e sudorazione profusa) e il sistema muscolo-scheletrico. Anche l’alimentazione può essere coinvolta in questo tipo di disturbo.
In aggiunta, i sintomi psicosomatici possono essere associati alla depressione e ai disturbi d’ansia.
Tuttavia, questo disturbo può essere inteso come un meccanismo di difesa. Infatti protegge da emozioni dolorose e intollerabili, utilizzando il corpo per manifestarle.
I disturbi più diffusi sono l’ipocondria e il disturbo dismorfofobico. Quest’ultimo è caratterizzato da un’eccessiva focalizzazione su un difetto fisico che impedisce la normale vita personale, relazionale e sociale.
La cura psicologica presenta delle difficoltà. Infatti, queste persone hanno grandi difficoltà a riconoscere il disturbo organico originato da problematiche psicologiche.

I Disturbi Depressivi

I disturbi depressivi sono patologie molto diffuse e possono colpire chiunque, indipendentemente dall’età, dal sesso e dal livello di cultura.

Dagli studi scientifici emerge che si manifesta più nelle donne che negli uomini.

COME SI MANIFESTA LA DEPRESSIONE

La depressione si esprime per ogni soggetto in modo differente, per motivi diversi e con una sintomatologia più o meno grave.

La depressione produce sintomi psicocomportamentali e psicofisiologici come il disturbo del sonno, dell’alimentazione, della sessualità, delle funzioni gastro-intestinali, del peso corporeo e delle energie psicologiche e fisiche.

Il soggetto sente di essere immerso in una profonda tristezza, prova disistima, insicurezza, sfiducia e una complessiva perdita d’interessi. Emerge una forte tendenza a colpevolizzarsi e a sentirsi falliti.

Le persone che soffrono di questi disturbi tendono ad avere un pensiero rigido rivolto solo al “dovere”che si deve assolvere.

Spesso si hanno anche aspettative irrealistiche verso sé stessi perché si hanno standard molto elevati nei propri confronti.

FATTORI DI RISCHIO E CAUSE

La depressione è una sofferenza che ha origini profonde. Spesso, un’esperienza di perdita potrebbe scatenare tale disturbo.

Un lutto, una separazione, la fine di un amore, la perdita del lavoro, incidono sulla persona fino a farle perdere il senso della vita.

TRATTAMENTO

In queste situazioni spesso vengono prescritti i farmaci che possono aiutare ma non agiscono sulle cause scatenanti della depressione.

La psicoterapia può, invece, aiutare la comprensione di quanto è accaduto e sostenere le persone a poter nuovamente investire nella vita.

Gli Attacchi di panico

Gli attacchi di panico durano solo alcuni minuti, ma lasciano un senso di profonda angoscia e paura nella persona che li sperimenta.

Oltre alla sensazione di soffocamento, tremore, vertigini, sudorazione e tachicardia, provocano una sensazione di morte imminente e una completa perdita di controllo.

Gli attacchi di panico sembrano “nascere dal nulla” lasciando in questi soggetti l’ansia e il terrore che l’esperienza si possa ripetere senza sapere dove e quando avverrà l’attacco successivo.

Si instaura così una sorta di “Paura della Paura” che porta le persone alla disperazione. Quest’angoscia e paura costringe questi soggetti a controllare le situazioni che potrebbero metterli in pericolo portandoli così a rinunciare a molte attività.

Se i farmaci possono aiutare a tenere sotto controllo gli attacchi di panico, i problemi psicologici sottostanti a questi disturbi necessitano di essere affrontati.

L’Abuso e i DCA

L’UNICO MEZZO POSSIBILE

I disturbi del comportamento alimentare possono essere correlati ad abusi sessuali, psicologici e maltrattamenti subiti in età infantile o nel corso della vita.
Molte donne, nonostante la sofferenza subita, non riescono a svelare a nessuno quanto accaduto. Questo fa sì che l’unico mezzo per loro in grado di poter esprimere quanto vissuto sia il SINTOMO ALIMENTARE.

IL CAMPO DI BATTAGLIA

I traumi subiti nell’infanzia , la rabbia, il dolore mai espressi e accumulati rispetto a tali avvenimenti, scelgono il corpo per potersi manifestare.

Vediamo dunque donne che sottopongono il proprio corpo a diete terrificanti, che ricorrono al vomito e ai lassativi, che mangiano fino allo stremo o che effettuano gesti autolesivi per autopunirsi o per sentirsi vive.

Il corpo diventa, quindi, il campo di battaglia su cui poter esprimere l’auto distruttività generata da un dolore e da conflitti mai espressi e risolti.

Spesso, tutto questo rappresenta sia una vendetta verso le figure genitoriali che hanno oppresso, abusato o negato quello che il soggetto ha dovuto subire passivamente, sia una difesa dalla disperazione e dall’angoscia che la rabbia provata suscita.

CONSEGUENZE EMOTIVE

L’abuso sessuale lascia ferite profondissime associate a vissuti di disperazione, vergogna e colpa. Sentimenti che portano la persona ad isolarsi e chiudersi verso il mondo esterno.

L’abuso va a minacciare la fiducia in sé stessi e negli altri. Le vittime rimangono bloccate nell’espressione della vita affettiva e qualsiasi emozione di una certa intensità viene vissuta come pericolosa in quanto richiama la violenza subita.
Nell’abuso, il trauma non è solo procurato dall’abusante ma, anche, da una madre che non difende e protegge, mettendo in atto comportamenti che procurano una vera devastazione nel bambino. Madri che non intervengono, facendo finta di non vedere, che minimizzano o fanno sentire la figlia in colpa per ciò che è avvenuto.

IL SEGRETO

Un altro aspetto traumatizzante è il mantenimento del segreto. Quest’ultimo viene spesso gelosamente nascosto, talvolta perché minacciati dall’abusante, altre volte perché si sviluppa un legame di lealtà e protezione con il proprio aggressore.
Il segreto, nel tempo, acquisisce una grande risonanza all’interno del mondo emotivo e, con esso, si costituisce un forte legame che porta le persone a conservarlo dentro di sé, a volte anche per tutta la vita.

Spesso, proprio intorno a questo doloroso segreto, si sviluppano i comportamenti sintomatici. Questi ultimi possono trovare una risoluzione solo se, pian piano, il segreto viene svelato ed elaborato insieme al terapeuta.

  • 1
  • 2