Recensione del libro Giorni senza Fame (di Delphine De Vigan)

Una recensione a cura di Nadia Delsedime

Questo romanzo autobiografico parla di malattia (Anoressia Nervosa), ma soprattutto parla di Cura. Parla di un percorso di vita e di crescita, di un percorso di guarigione, attraverso tutte le sue ardue fasi: la negazione, la consapevolezza di avere un problema, la ricerca di un aiuto, l’ambivalenza verso questo aiuto, la ribellione e la rabbia e infine l’affidarsi a quell’aiuto, a mani altrui. L’affidarsi che è già un passo concreto verso la guarigione.

Il libro si apre con la descrizione della Malattia: “era qualcosa al di fuori di lei cui non sapeva dare un nome. Una forza silenziosa che l’accecava e guidava le sue giornate. Una forma di stordimento, di distruzione.” Una malattia connotata da aspetti anche positivi (onnipotenza, leggerezza, efficienza), ma soprattutto negativi (la paura negli occhi della gente, le cadute a terra, l’insonnia per la fame, e soprattutto il freddo, profondo, pervasivo). Sono i sintomi fisici a spingere la protagonista, Laure, a cercare un aiuto: “un freddo che diceva che era giunta al capolinea e che doveva scegliere fra la vita e la morte”.

Viene il ricovero ospedaliero (in un ospedale parigino); la prima reazione è un pianto di sollievo: “il confuso sollievo che prova nell’abbandonarsi a mani altrui”, nel mollare il controllo, nel sentirsi riscaldata dall’esterno, nel concedersi una speranza di vita. “Capisce che non è più sola a combattere contro se stessa”. Ecco un primo e nucleare significato della Cura…non essere più soli contro la malattia.

Davanti alla consapevolezza della morte, Laure si rassegna a prendere qualche chilo, però non a perdere il controllo. Non vuole morire ma vuole tirare avanti INSIEME alla sua malattia. Perché? “Non vuole guarire perché non sa come esistere se non attraverso quella malattia, una malattia che l’ha scelta…”. Quindi malattia come identità e come unica possibilità. Una malattia di cui parlano i media e che la rende parte di una comunità di persone “complici di un crimine silenzioso contro se stesse”. Una malattia che isola ma che non fa sentire soli.

Una malattia che è anche una vendetta nei confronti dei genitori, una vendetta e una richiesta estrema di essere vista, anche se in questo caso non sarebbe servito a nulla. Distruggersi a volte non serve a cambiare le cose. Non serve a cambiare gli altri. 

Così come “non c’è bisogno di morire per rinascere”…con questa frase mantra, il medico getta un seme di speranza e di desiderio di cambiamento in Laure. Se l’anoressia è ricerca di identità, forma di distruzione e annullamento, forma di vendetta, paura di vivere, è però anche un desiderio di purificazione e rinascita, di miglioramento. Rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice. Rinascere più forti. Con le ali per volare. E mentre Laure lotta contro se stessa per riprendere un po’ di peso, “il ricordo dell’ebbrezza del digiuno è ancora vivo”, una sirena che la chiama dal passato, una sirena contro cui bisogna lottare minuto dopo minuto, nel timore di perdere il controllo. In un momento di crisi profonda poi si vede il medico che le racconta una favola, la favola della bambina che mangia la carta, e quella favola smuove qualcosa nel profondo.

Interessante è il racconto della genesi della malattia da parte della protagonista, una genesi che solo poco ha a che fare con il desiderio di “attenuare le rotondità dell’adolescenza”; in realtà inizia con la sensazione di disgusto che le fa eliminare poco a poco molti cibi. “Si sentiva sempre meglio, più leggera, più pura…Doveva affamarsi ogni giorno di più per ritrovare quel senso di onnipotenza, innescando un circolo vizioso simile alla tossicomania”. Questo è il percorso classico che si innesca e si auto-mantiene, una vera e propria dipendenza, e la droga è il digiuno.

“Non voleva morire, voleva solo scomparire. Cancellarsi. Dissolversi”. Chi soffre di una grave forma di anoressia non vuole morire, anzi vuole vivere meglio, in modo più coerente con i propri sentimenti. Tenere meno posto possibile. Diventare invisibile per essere vista di più e meglio.

Nel percorso di cura ci si confronta sempre con molte paure. Paura di tornare indietro e di non poter più tornare indietro, di uscirne e di non uscirne. Ambivalenza si chiama in gergo…volere due cose al tempo stesso. Ma come spesso accade nella vita, non si può. Bisogna scegliere, rinunciare a qualcosa e andare avanti. Con la paura di lasciare alle spalle ciò che si conosce bene, e di affrontare ciò che non si conosce. Compreso un corpo nuovo. Di affrontare un risveglio anche delle emozioni e dei sentimenti, prima congelati, il desiderio di relazione, la paura di essere feriti. “Senza la sua armatura di ghiaccio è molto più fragile.”

La terapia non è solo un affidarsi passivo e senza ripensamenti, ci sono le ricadute, le resistenze, i segreti, ciò che si fa di nascosto per boicottare tutto. Ci sono i momenti di sfiducia, i contrasti con i medici, la rabbia. Anche in ambito ospedaliero si può trovare il modo di “fregare”, di fregarsi in realtà. Il rapporto con i terapeuti è fatto di momenti di odio e altri di amore, come ogni rapporto. Però quando ci si affida e si decide di svelarsi a qualcuno, quando ci si apre e quando si viene visti da quel qualcuno, quando ci si sente ascoltati davvero, scatta una sorta di amore, o comunque lo si voglia chiamare. Il rapporto terapeutico riuscito si sintetizza in una frase bellissima: “Laure lo ama per l’impegno con cui lotta insieme a lei, contro di lei”.

Ma accanto al rapporto terapeutico con i curanti, si intrecciano anche i rapporti con i co-degenti, con i compagni di viaggio e di malattia. Ognuno combatte la sua guerra, ma ci si sta vicini nei momenti di crisi. Si condivide una sofferenza, c’è comprensione, una empatia che spesso con le persone “sane” non esiste.      

Raccontarsi. La terapia si dipana attraverso un racconto, del presente, della malattia e del passato, dei perché; perché si è arrivati a questo punto, perché ci si è ammalati, perché proprio di questa malattia. Spuntano genitori inadeguati se non francamente patologici, racconti di abusi e violenze, di abbandoni. O anche solo di stanchezza. Stanchezza di essere perfette, bambine ubbidienti.. “Lo sguardo dei suoi genitori, il desiderio di compiacerli, quella ricerca di affermazione, di perfezione, che aveva fatto sua, non le lasciavano più spazio per esistere. All’inizio voleva solo dimagrire un po’ per sottrarsi a quell’influenza, poi un giorno aveva sentito il desiderio di sparire”.

“Vivere è uno sforzo immenso”. Le stesse parole della madre. Le stesse parole di chi è stanco di vivere, o di chi ha paura di tornare a vivere. Anche se è la fame di vita all’origine della malattia, “quell’appetito smisurato che non riusciva a contenere, quella voragine insaziabile che la rendeva così vulnerabile. Era come un’enorme bocca avida, pronta a inghiottire tutto, voleva una vita intensa, voleva essere amata da morire, voleva riempire la cicatrice della sua infanzia, il vuoto mai colmato che si portava dentro”. Fame di vita e paura di vivere; di nuovo lotta fra due opposti. Ambivalenza.

Guarire spesso significa arrendersi. Affidarsi. Lasciarsi curare senza troppo opporsi. Prendere peso. “Tradire una causa oscura e necessaria”. Pensare di meritarsi di guarire. Soprattutto questo. Meritarsi di stare meglio. Vincere la paura di guarire. Questa è la grande differenza rispetto ad ogni altra malattia…nell’anoressia c’è questa dannata paura. “Si aggrappa alla malattia come alla sua unica maniera di esistere. Non ha altra identità….Se guarirà si cancellerà agli occhi del mondo. Si confonderà fra la gente. Soffocherà dentro di lei quel grido rauco che giunge dall’infanzia…”

Malattia come identità, come vendetta, come modo per essere notati e sparire al tempo stesso. Paura di essere “normali” e silenziosi. Senza voce. Mentre la malattia è un grido acuto. È una denuncia.

Solo quando si farà pace col dolore del passato si sarà pronti ad andare oltre. A guarire. A sembrare normali. Con le proprie ferite ma aperti al futuro. Vivi. Caldi. Fragili.