Gruppo e creatività: percorsi di crescita

A partire dall’esperienza diretta con adolescenti nelle scuole emerge che il gruppo è visto come uno spazio caratterizzato dal conformismo e dall’omologazione, una massa in cui si cerca di essere accettati e inclusi a discapito di una perdita di individualità: “come nelle tifoserie”, dice Francesca (Liceo Linguistico), quasi a soddisfare – secondo Marika (Liceo Scienze Umane) – “un desiderio di scomparire per non focalizzare l’attenzione su di sè”. Alla domanda “chi sono?” però i ragazzi rispondono identificandosi e riconoscendosi negli altri o attraverso gli altri (“mi definirei una punk”, “sono il batterista in una band”, “sono diverso dagli altri, mi riconosco solo negli autori che leggo” dice Matteo), mostrando come l’identificazione di sè come soggetto sia vicariata dal gruppo, e rivelando quanto in realtà la dimensione gruppale sia fondamentale per la definizione di sè, soprattutto nel percorso di crescita adolescenziale. Il gruppo è infatti uno degli indicatori della spinta evolutiva: se fino a pochi anni prima gli spazi di socializzazione coincidevano con quelli offerti dalla famiglia, ora l’adolescente ha bisogno di differenziarsi, uscire dal nucleo primario e me[ersi alla prova, con tu[e le sue difficoltà, all’interno del gruppo dei pari, in cui sperimentare il nuovo sé corporeo, affettivo e sociale.

A fronte di una sempre maggiore possibilità di incontrarsi online, essere costantemente in contatto nei luoghi fluidi e virtuali delle chat e dalla rete, dall’esperienza clinica con i ragazzi si avverte quanto sia carente la diffusione di spazi reali e concreti sul territorio in cui incontrarsi e socializzare. Al di là dell’attenzione alla soggettività del ragazzo, è emerso quanto sia fondamentale offrire spazi “altri” di condivisione di tempo, pensieri, emozioni e socializzazione, che permettano di dare voce a sentimenti altrimenti inespressi.

Attraverso laboratori espressivi, la circolazione e la narrazione di storie ed emozioni all’interno del piccolo gruppo permette infatti di incontrare in modo autentico parte di sé e dell’altro (non ancora conosciute e che a volte spaventano), sfruttando il potenziale della creatività per mettere in gioco sentimenti complessi, difficili da conoscere ed elaborare. Per mezzo della fotografia, la scrittura creativa, il cinema e il disegno i ragazzi possono sperimentare, in contesti attenti e protetti, emozioni, personaggi e nuove trame, utili nella costruzione della propria identità, in costante conflitto creativo tra bisogni di individuazione come singolo e bisogni di appartenenza.

Da questi laboratori espressivo-creativi con gli adolescenti emerge il gruppo come un’entità unica, globale, diversa dalla somma dei singoli, in cui ogni individuo rappresenta parB e traH appartenenti all’intero gruppo: Gaia (Liceo Scienze Umane) racconta le sue emozioni valorizzando la dimensione del silenzio come “possibilità, momento e modo di sistemare i pensieri”, mentre Barbara (Liceo Linguistico) lo riempie portando nel gruppo tante parole, storie e sensazioni, che riflettono la sua storia di ragazza che ha vissuto e incontrato diverse realtà culturali, che diventano nel qui ed ora del laboratorio patrimonio di tu[o il gruppo. I ragazzi descrivono questi gruppi esperienziali come spazi di “trasformazione”, “crescita”, “equilibrio” e “fiducia”.

Il gruppo espressivo-creativo in adolescenza pare dunque quasi come uno spazio di transizione, intermedio tra il mondo interno ed emotivo dei ragazzi che attraversano la crisi evolutiva della crescita e la realtà sociale esterna, nella quale lentamente si cerca di costruire la propria identità di giovani adulta e far emergere le proprie risorse e peculiarità.

Grazie al cofinanziamento della Fondazione Social, l’Associazione Gapp ha potuto realizzare un progetto rivolto ad accogliere il disagio psichico dell’adolescente e della sua famiglia in tempi di crisi economica, introducendo oltre ai percorsi psicoterapeutici individuali, degli spazi di gruppo settimanali, caratterizzati dalla trasversalità (gruppi non monosintomatici), per incontrare i ragazzi nella loro quotidianità e favorire la socializzazione tra pari. Nei laboratori di Mind the Gapp 2.0 gli stimoli creativi ed espressivi sono lo strumento principale di attivazione delle emozioni, che circolano e vengono condivise all’interno del gruppo creando storie, esplorando nuovi sentieri e vie possibili nell’intricato percorso di crescita.

I nomi e i licei sono frutto di fantasia al fine di tutelare la privacy dei ragazzi.

Dott.ssa Clara Bregia – Gapp Alessandria

Relazioni e connessioni: corpi visti e corpi visualizzati

“Se, come è stato dimostrato, l’iperconnettività di oggi plasma il nostro cervello, possiamo pensare, per estensione, che lo faccia anche con il nostro corpo, il quale si modifica e trasforma nella sua concretezza e nelle sue rappresentazioni”

OPINIONI – Che il corpo rappresenta un veicolo fondamentale di comunicazione è ormai dato indiscusso. Che la sua importanza sia sempre più pregnante nella realtà sociale e virtuale è sotto gli occhi di (quasi) tutti, ed eclatante sui display dei nostri smartphone. Se, come è stato dimostrato, l’iperconnettività di oggi plasma il nostro cervello, possiamo pensare, per estensione, che lo faccia anche con il nostro corpo, il quale si modifica e trasforma nella sua concretezza e nelle sue rappresentazioni.

Protagonista di facebook, instagram, snapchat e altri social network, il corpo è iperfotografato e raccontato. Senz’altro magro, muscoloso e sexy, è un corpo continuamente stimolato e stimolante, che si diverte, si allena, si nutre, prova piacere, si abbandona al relax, parla attraverso brand e ambientazioni sia urbane che esotiche. La narrazione con e sul corpo diventa a tutti gli effetti un’autobiografia: servendosi di colori e filtri vintage, il proprio profilo online risulta una raccolta di fotogrammi emozionali, che funge da memoria del sé. Questo nuovo diario permanente, condiviso e in continua evoluzione sembra inoltre rispondere al bisogno di “fermare”, attraverso la fotografia, un tempo sempre più veloce e imperscrutabile, e una realtà in continuo e repentino cambiamento.

L’universo social e il suo modo di raccontare il corpo ha anche un importante impatto culturale. Il mondo sociale virtuale, annullando distanze fisiche e temporali, tende a sfumare i limiti differenzianti. L’assenza di confini crea uno spazio di incontro tra culture, generando nuovi modelli e rappresentazioni estetiche in cui l’interculturalità è giocata attraverso il corpo, sempre più meticciato da traH e stili esotici.

Allo stesso modo le differenze generazionali divengono meno chiare e definite, narrate da corpi di mamme e figlie adolescenti sempre più simili nelle forme, nei gusti e nelle storie. Questa rivoluzione culturale ha effetti più profondi sugli adolescenti, che attraversano un periodo in cui la metamorfosi del corpo e la costruzione della nuova identità sociale sono strettamente correlate. L’universo dei social diventa così un laboratorio antropologico all’interno del quale studiare culture, confrontare, sperimentarsi ed esprimere – in primis attraverso il corpo – i propri conflitti, le proprie modalità relazionali e le proprie appartenenze.

Come ogni strumento culturale, anche l’utilizzo di queste piattaforme sociali può esporre a rischi e problematiche. In una generazione in cui il confine tra l’essere “visti” (in senso psicologico) ed essere visualizzati diventa labile e confonde, è possibile talvolta che si instaurino modalità patologiche e disfunzionali. Mai come oggi il giudizio dell’altro è stato chiaro, palese e pubblico. Mi piace o non mi piace: il codice binario del like restituisce un’impietosa valutazione in cui non c’è spazio per le sfumature e il valore sociale diventa conteggiabile numericamente.

Il mondo dei social network nutre il narcisismo dell’“homo digitalis”, alla continua ricerca di autopromozione e conseguente conferma da parte degli altri. In situazioni di particolare fragilità, ad esempio, si può verificare una ricerca ossessiva e dipendente di conferma di sé proprio nell’apparire e nell’essere visti dagli altri. In queste relazioni virtuali l’altro funziona come spettatore piuttosto che autentico interlocutore con cui rapportarsi, e le reazioni del pubblico vengono utilizzate come tasselli per costruire l’immagine di sé.

Nella dimensione del web in cui è centrale la sovraesposizione del corpo e il ragionamento per immagini (più superficiale e carente di spessore emotivo), si può verificare inoltre una sorta di “ossessione per il corpo dell’altro” o dell’altra, continuo metro di confronto nonostante sia soggetto a ritocco o poco corrispondente alla realtà.

Se da una parte i nuovi media contribuiscono quindi alla continua esposizione di un corpo virtuale spesso troppo distante dai corpi reali grazie alle app di ritocco e personalizzazione, dall’altra la rete offre la possibilità di mettersi in gioco in uno spazio intermedio tra realtà e fantasia, una sorta di mondo “transizionale”: il cyberspace diviene in qualche modo un’estensione della propria mente, che riflette gusti, atteggiamenti e modi di essere, ma che consente anche di giocare, conoscersi, modificar(si), come avviene nell’arte o nello spazio del sogno.

Dott.ssa Clara Bregia – Gapp Alessandria

Cosa c’é dietro ai blog Pro-Ana?

La denuncia dello scorso novembre contro l’aHvità di un blog Pro-Ana, da parte di una madre di Ivrea, aveva acceso i rifle[ori sull’Anoressia Virtuale e sul pericolo dei consigli offerB da queste blogger, sempre più influencer e divinità venerate e riconosciute dai giovani contemporanei. Così, sull’onda del consueto allarmismo mediaBco, era nata la credenza che i siB Pro-Anoressia e Pro-Bulimia fossero diventaB la nuova emergenza sociale da contrastare ed eliminare, anche se, in verità, esistono da più di 10 anni in tu[o il mondo e sono una realtà che agisce nel virtuale con serie conseguenze per la vita reale.

Ciononostante, ancora oggi, in Italia manca una legge capace di regolamentare e punire la nascita e sempre maggiore diffusione di quesB siB dispensatori di suggerimenB e regole per diventare magre, belle e perfe[e, vincitrici nella ba[aglia quoBdiana con la bilancia. Il proge[o di legge, nato solo nel 2008 con firma Lorenzin e diventato decreto legge ad opera di Marzano nel 2014, punirebbe con carcere e sanzioni pesanB chi isBga con qualsiasi mezzo, anche per via telemaBca, a tenere condo[e che possano portare a disturbi del comportamento alimentare. Purtroppo tale decreto legge è ancora parcheggiato in Parlamento in a[esa di essere definito, discusso e approvato.

Partendo da questo fa[o di cronaca abbiamo cercato di approfondire la quesBone provando a scoprire e a rifle[ere su cosa c’è dietro a questo fenomeno virtuale: “Perché le adolescenB si rivolgono sempre più ai blog Pro-Ana e Pro-Mia, affidando la loro vita e la loro “felicità” ai consigli offerB dalla comunità virtuale?” Considerando che gli adolescenB contemporanei sono naBvi digitali, millenials che vivono il Web come parte integrante della loro vita, sopra[u[o nella costruzione dell’idenBtà individuale e sociale, non

possiamo non aspe[arci che ricerchino anche nel mondo virtuale riferimenB e sostegno reciproco per dare senso e forma alla confusione che spesso si trovano a vivere durante l’adolescenza. Il problema può nascere quando i giovani hanno solo il Web come punto di riferimento, guida normaBva che stabilisce regole e limiB e che offre informazioni e aiuto, diventando l’unico spazio di condivisione capace di accompagnare le adolescenB alla loro meta finale: diventare magre e perfe[e, a qualsiasi costo.

È così che, ai tempi di Internet e con le nuove tecnologie, l’anoressia ha preso spazio e voce anche nei blog Pro-Ana, terreno ferBle per rispondere alle fragilità adolescenziali, offrendo supporto e normaBvità, senso di appartenenza e di adeguatezza, in una dimensione relazionale virtuale indifferenziata ed omogenea. I nostri adolescenB, affamaB di amore e di riconoscimento, hanno bisogno di contenimento e regole, che sappiano guidarli nel percorso della vita, e sono alla ricerca conBnua di ammirazione per il Sé che, non più incanalato nelle regole delle figure genitoriali, supera ogni limite, vive in un’onnipotente libertà e fa di tu[o per o[enere l’approvazione altrui. Ed è proprio questa fame di contenimento e riconoscimento che, anche a fronte della mancanza di normaBvità genitoriale, potrebbe portarli a ricercare nel mondo “social” il riferimento, le regole e il sostegno emoBvo di cui necessitano, ritrovando nei siB Pro-Ana un ritra[o condiviso in cui riescono a rispecchiarsi.

Le chat online promuovono, infaH, un vero e proprio sBle di vita, scandendo tu[e le fasi della giornata con comportamenB prestabiliB e de[agliaB, capaci di soddisfare i bisogni di controllo e perfezione ossessivamente ricercaB dalle anoressiche. Tali forum diventano degli spazi di comunicazione e condivisione di pensieri, linguaggi e azioni in un contesto “gruppale” impegnato nella ba[aglia per l’affermazione idenBtaria a cui il proge[o anoressico dà forma. In parBcolare, viene ostentata una scelta di vita e negato il disagio a[raverso una sfida: quella del diri[o ad essere “anoressica”, sfida lanciata alla società e della quale la rete è il primo rappresentante. Così la comunità online può andare a sosBtuire le relazioni reali e a “normalizzare” comportamenB autolesionisBci e violenB compiuB dalle anoressiche nei confronB del proprio corpo, creando una forma di legame emoBvo che può portarle ad affidarsi e a seguire fedelmente i “comandamenB della magrezza” sBlaB nei siB.

La rigida normaBvità e il rispecchiamento nell’omogeneità gruppale dei blog Pro-Ana esprimono il desiderio anoressico di una relazione controllabile e poco differenziata e possono condurre a una vera e propria idealizzazione della patologia, vista non come malaHa mortale, ma come amica fedele con la quale si crea una relazione inedita e quasi fusionale: “Quando Ana è con me mi sento forte, leggera, meno lontana dai miei obieHvi”. Ana appare, appunto, uno sBle e una filosofia di vita, arrivando anche ad assumere le sembianze di una musa, una persona cara che aiuta, sosBene, protegge, richiedendo in cambio sacrificio e devozione; è definita “perfezione” ed è descri[a come dea da pregare, come colei che perdona, colei di cui si può essere degne laddove le si offrano le proprie sacrificali condo[e quoBdiane: “So che lei è il male ma io non vedo vie d’uscita, sto solo cercando di essere felice e Ana è l’unica che può aiutarmi”. In questo spazio virtuale, in cui il corporeo e il mentale si declinano con leggi proprie, va così in scena un’allucinazione condivisa che si esprime in un linguaggio di appartenenza rigidamente controllante e che diventa anche uno

scenario dove si sperimentano relazioni, emozioni e visioni, a[raverso la barriera proteHva dello schermo digitale.

Da questo quadro il fenomeno Pro-Ana ci appare in tu[a la sua complessità, in parBcolare nell’ambivalenza di un legame con l’Altro che nel virtuale è assente/presente, di un Altro capace di stabilire norme e sanzioni e di offrire riconoscimento e forza, per “aiutare” a realizzare il proprio proge[o anoressico. Cercando di esplorare cosa si cela dietro le comunicazioni espresse in questo spazio virtuale, potremmo forse concludere che nei siB Pro-Ana i nostri adolescenB ricerchino amore, ascolto empaBco, autorevolezza e riconoscimento, fonB di nutrimento per il proprio Sé, che hanno difficoltà a trovare nell’a[uale mondo offline? Se così fosse, potremmo leggere questo fenomeno come un appello “forte”, rivolto ai genitori e agli adulB autorevoli, a recuperare una funzione normaBva e una cultura del limite che sembrano essere “evaporate”.

Dott.ssa Elena Mietto – Gapp Alessandria

La figura del padre nell’ipermodernità: uno sguardo psico-socio-analitico

In occasione della Festa del Papà sul quotidiano on line Alessandria News è stata pubblicata una nostra riflessione sulla figura del padre contemporaneo.

I profondi cambiamenti sociali e culturali del XX secolo, primo tra tutti l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e la conseguente attenuazione degli stereotipi sessuali, hanno smantellato l’impianto gerarchico della famiglia patriarcale tradizionale, portando ad un cambiamento rivoluzionario della figura paterna e della sua funzione genitoriale, familiare e culturale.

Lo stile di convivenza familiare è sempre meno autoritario e più democratico, caratterizzato dalla propensione a venirsi incontro sensibilmente, anche tra generazioni, contrattando limiti e possibilità. La maggior vicinanza relazionale e la trasmissione di amore più che di regole ha delineato quella che è stata definita l’attuale “famiglia affettiva”, in cui l’obbedienza stessa è basata sull’amore e la fiducia, piuttosto che sul timore delle sanzioni.

La madre è divenuta la figura educativa centrale e la tradizionale funzione genitoriale paterna in questo contesto sembra “impallidire”; il padre appare più incerto rispetto al suo compito, meno normativo ma più conciliante e propenso ad aggirare i conflitti piuttosto che affrontarli con lo scontro. Pare quasi che si sia determinato un ribaltamento che fa sì che la percezione di essere un papà adeguato passi attraverso l’approvazione del figlio.

Con l’arrivo dell’adolescenza la funzione del padre diventa fondamentale quanto complessa: i padri di oggi si sentono più in difficoltà di fronte ai ragazzi più oppositivi, in bilico tra la memoria storica dei propri padri autoritari e una nuova autorevolezza, non ancora ben definita, ma sicuramente più affettiva, creativa, comunicativa.

Nonostante il padre sembri ricoprire una funzione più periferica nella famiglia di oggi, il suo ruolo resta di importanza cruciale: il suo sostegno materiale ed emotivo alla famiglia rimane fondamentale per il funzionamento familiare e lo sviluppo psicosociale del bambino.

Nel nostro contesto sociale, caratterizzato dalla flessibilità dei ruoli all’interno della società e della famiglia, sono sempre più numerosi i padri che si dedicano, oltre che ad attività ludiche e sociali, alla cura e l’assistenza fisica dei figli, e numerosi studi riportano che la loro capacità di fornire cure parentali adeguate migliori lo sviluppo dei bambini e non presenti differenze rispetto a quella materna. Le ricerche concordano nel ritenere le abilità di accudimento indipendenti dal sesso del genitore, ma legate a convenzioni sociali e stereotipi culturalmente appresi.

Inoltre, la figura del padre, soprattutto in momenti critici (come l’adolescenza), può mantenere un’obiettività e una separatezza rispetto alla posizione materna, che è fondamentale per ristabilire un sano equilibrio e permettere la separazione-individuazione fisiologica e necessaria per lo sviluppo dell’identità del figlio.

Il papà di oggi è dunque svincolato da modelli culturali che indicano ruoli educativi rigidi e preconfezionati da seguire, e impara a organizzare e riconoscere la nuova paternità nella sua virilità. L’esperienza terapeutica con i ragazzi mostra il desiderio di un padre che sia per loro guida e compagno di vita.

Dott.ssa Clara Bergia

Adolescenti: identità work in progress

L’adolescente si trova a dover affrontare importanti cambiamenti a livello fisico, emotivo e cognitivo, ma il compito evolutivo che compendia questi diversi aspetti è quello relativo alla costruzione dell’identità, ricercando un significato emotivo che colga la particolarità di ciascuno.

“Chi sono io?” è uno degli interrogativi più frequenti che interessano gli adolescenti.

Preadolescenza e adolescenza si configurano come periodi di grande sensibilità rispetto al corpo. Nel passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria di primo grado si assiste, spesso, ad un cambiamento nel comportamento di questi non più bambini e non ancora ragazzi, che molte volte appare incoerente e disorientante agli occhi dei genitori e degli adulti più in generale. Uno dei compiti di sviluppo più complessi che caratterizza questo periodo consiste nella mentalizzazione del nuovo sé corporeo, ovvero far proprio un corpo nuovo, diverso da quello dell’infanzia e difficile da riconoscere, soprattutto all’inizio. Cambiano le forme esteriori, le emozioni e contemporaneamente il modo di pensare: la costruzione della propria identità è un percorso che continua per tutta la vita ma durante l’adolescenza accelera e si fa repentino.

Fin da piccoli infatti si possiede un’identità personale che però è fondata principalmente sul parere e sui modelli offerti dagli adulti di riferimento. A partire dai 10-12 anni, invece, i bambini iniziano a diventare sempre più autonomi nella costruzione di se stessi a partire da criteri propri: è in questo periodo che si verifica il passaggio da un’identità completamente riflessa ad un’identità auto-riflessa, dove sono i propri giudizi ad assumere centralità.

L’identità in questo periodo sembra riproporre, ad un livello più complesso, gli interrogativi sull’essere maschi o femmine: le identificazioni con il proprio sesso sono molto più intense rispetto ai periodi precedenti e vengono rielaborate in una nuova versione, sia le esperienze infantili relative al sé, sia quelle degli anni scolari insieme con le identificazioni con i genitori. La distinzione, infatti, tra maschi e femmine si accentua notevolmente, supportata anche dai cambiamenti a livello biologico e corporeo: questi aspetti legati allo sviluppo sessuale si riflettono sulla costruzione del sé e dell’identità di genere.

L’identità di genere, ovvero il sentirsi maschio o femmina, si riferisce ad aspetti psicologici, sociali e culturali della mascolinità e femminilità ed è importante distinguerla da altri aspetti legati all’identità individuale: l’identità sessuale, che fa riferimento a quelle caratteristiche biologiche che ci permettono di identificarci come maschio o femmina, e l’orientamento sessuale, ovvero l’oggetto della propria preferenza sessuale al quale si rivolge il desiderio.

Nel passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza questi aspetti legati all’identità individuale (identità sessuale, di genere, orientamento sessuale e ruolo di genere) assumono una significativa rilevanza nel percorso identitario dell’adolescente, maschio o femmina che sia, e chiamano in causa il rapporto con il proprio corpo. È importante infatti che si esperisca armonia e congruenza tra la propria identità, nelle sue diverse espressioni, e il proprio corpo. Può infatti accadere che la realtà esterna del proprio corpo e la percezione soggettiva del mondo interno – ad esempio il senso della propria mascolinità o femminilità – non coincidano, generando una sensazione di estraniazione all’interno di se stessi. Questi bambini o giovani adulti che presentano identità di genere insolite, da una parte, pongono una grande sfida ai gruppi ed alle società in cui crescono e dall’altra, chiedono che si abbia rispetto e attenzione per loro.

In questo periodo ragazzi e ragazze diventano sempre più consapevoli di propri cambiamenti interiori ed esteriori e cominciano ad elaborare in modo cosciente i significati legati a questa trasformazione. Il corpo, profondamente cambiato rispetto a quello infantile, viene adesso riconosciuto nelle sue forme e nei suoi impulsi. Inizia la vera lotta per l’autonomia psichica che cerca conferma in una maggiore libertà di azione e di scelta, e nascono le prime relazioni sentimentali: ad un minore coinvolgimento nella relazione con i genitori, infatti, corrisponde un maggiore coinvolgimento nelle relazioni con i pari.

In questo percorso di consolidamento della propria identità, affatto lineare e privo di ostacoli, che ricorda i sentieri di montagna tortuosi e dal terreno difficile, la famiglia – qualunque forma essa assuma – rimane un elemento centrale: genitori e figli sono impegnati, infatti, in uno scambio reciproco dove le proprie caratteristiche influenzano, e sono a loro volta influenzate, da quelle altrui.

Come adulti di riferimento è importante, dunque, ascoltare e valorizzare questo particolare momento della vita, cercando di comprendere quali possano essere le difficoltà emotive che alcuni ragazzi o ragazze vivono nell’incontro con i cambiamenti fisici che caratterizzano questo periodo di crescita. Non si tratta di evitare loro esperienze difficili e problemi, ma di supportarli nell’elaborazione di questo nuovo sé e nella conquista della propria autonomia. Rispettare e supportare questa conquista significa apprezzare la loro personalità originale e unica, lasciarli liberi di crescere,  di esprimersi e al tempo stesso rappresentare un punto di riferimento stabile, un porto sicuro sempre aperto e disponibile.

Grazie al sostegno della Fondazione SociAL, attraverso il progetto Mind the Gapp mettiamo a disposizione uno spazio d’ascolto e supporto gratuito rivolto agli adolescenti e ai genitori.

Adolescenza e (in)dipendenza

“Perché bevi?” chiese il Piccolo Principe. “Per dimenticare”, rispose l’ubriacone. “Per dimenticare che cosa?”, s’informò il Piccolo Principe che cominciava già a compiangerlo.”Per dimenticare che ho vergogna”, confessò l’ubriacone abbassando la testa. “Vergogna di che?”, “Vergogna di bere”. – Il Piccolo Principe, Saint-Exupéry

Non possiamo non dirci dipendenti. La relazione e la dipendenza caratterizzano la condizione umana sin dalla vita prenatale e perdurano per tutta la vita in modalità peculiari per ciascun individuo, determinate da molti fattori che porteranno a infinite possibili variazioni.

La rivoluzione postmoderna ha profondamente mutato le relazioni e quindi le patologie e le dipendenze patologiche, sempre più ambigue e complesse, così come gli strumenti con i quali sono perpetrate. Considerata da molti l’attuale disagio della civiltà, l’addiction si declina in molteplici forme, come la dipendenza da gioco d’azzardo, da internet, shopping compulsivo, sex addiction, dipendenze comportamentali connesse alla condotta alimentare (come il binge eating disorder, l’ortoressia e il digiuno controllato), la dipendenza da lavoro, da esercizio fisico, e la dipendenza affettiva.

Il fenomeno pandemico dell’addiction si situa all’interno di un contesto culturale che promuove la politica del consumismo sfrenato, dove il limite è svanito, tutto è a portata di click e realizzabile nell’immediato, e il senso di frustrazione non è più tollerato. In ogni individuo prevale la fantasia illusoria di bastare a sé: così l’uomo paga la propria indipendenza attraverso la dipendenza compulsiva dalla sostanza che aiuta ad evitare le difficoltà e a fronteggiare la mancanza e l’angoscia da separazione. Lo scopo dell’agito nell’addiction è portare la persona lontano dal luogo in cui si trova – che può essere intollerabile a causa della noia, del dolore fisico, della paura o del conflitto – ad un rifugio della mente che permetta di sentirsi ‘fuso’, inconsapevole, eccitato, allucinato. Le caratteristiche specifiche della nuova dimensione non sono determinanti, e neppure il veicolo che li conduce, ma piuttosto il significato che la dipendenza assume nella vita del soggetto.

È possibile rintracciare al di là dei diversi comportamenti patologici un file rouge, che è rappresentato dall’esigenza di placare sentimenti di perdita, di paura o di vuoto. La realtà angosciosa talvolta viene evacuata, come in alcuni disturbi alimentari, talvolta dissimulata, come nella tossicomania, altre elusa attraverso la costruzione di avatar e pseudo identità virtuali. Infatti spesso si assiste alla compresenza di diverse forme di dipendenza nello stesso individuo, come dimostrano le correlazioni tra l’uso di sostanze e gioco d’azzardo.

La complessità dell’adolescenza fa sì che questa fase di sviluppo si configuri come periodo particolarmente a rischio: la forte spinta alla conquista dell’indipendenza con la parallela paura del fallimento, espone i ragazzi al pericolo di interiorizzare oggetti difettosi. L’insicurezza legata ai grandi cambiamenti della fase adolescenziale, come la sperimentazione dei nuovi rapporti sociali e i profondi mutamenti psico-fisici e sessuali, fa sì che sostanze come l’alcol fungano da banco di prova con una grande attrattiva, rappresentando in alcuni casi solo un breve passaggio, in altri generando future dipendenze.

Si osserva un sempre maggior consumo di alcol nelle fasce giovanili. Le sostanze psicoattive come l’alcol generano l’illusione di controllo sulle fisiologiche insicurezze, aumentando momentaneamente il livello di autostima e rendendo il soggetto più brillante nella relazione.

Il  gruppo dei pari, rifugio e luogo dei valori condivisi in cui spesso si cerca di recuperare sicurezza, ha anche il  compito di coniugare le esperienze personali con i modelli culturalmente accettati: il diritto all’azione può essere facilmente scambiato con il dovere al consumo.

La cultura contemporanea attenua nell’immaginario collettivo la consapevolezza dei danni provocati dall’abuso di alcol: il desiderio di affiliazione congiunto al piacere conviviale e alla raggiunta legalità nella circolazione degli alcolici, hanno contribuito al dilagare di forme di alcolismo sempre più frequenti. Tra le cause del consumo di alcol è sottovalutato il ruolo dell’ambiente, della cultura e della famiglia; numerose ricerche infatti hanno evidenziato come anche i genitori forniscano informazioni rilevanti per quanto riguarda la rappresentazione, il significato e le motivazioni che spingono a bere.

Gli adulti di riferimento possono svolgere una funzione protettiva rispetto a comportamenti di dipendenza patologica. In molti casi infatti il comportamento dipendente o abusante del figlio può essere un’indiretta richiesta al genitore di dargli un limite, come un bambino che piange disperato per non separarsi dalla madre. Tentare di creare canali di comunicazione alternativi con i ragazzi, per capire quali possano essere le motivazioni e i bisogni che li spingono ad assumere condotte di abuso, potrebbe essere una strada per far sì che esprimano le proprie difficoltà con modalità differenti. Una maggior fiducia e apertura nelle relazioni può aiutare i giovani a sperimentare in modo più sicuro il mondo esterno, allontanandoli dal rischio di cadere in circuiti illusoriamente compensatori. È auspicabile inoltre ristabilire il piacere conviviale dove sia la parola, al posto della sostanza, a circolare nelle relazioni.

Dott.ssa Clara Bergia
Dott.ssa Romina Cardaci

L’ossessione per le diete: le nuove forme del disagio alimentare

Nell’epoca del botulino, il silicone e la magrezza, il corpo e le sue trasformazioni diventano luogo privilegiato di espressione dell’identità. Accanto ai disturbi alimentari più noti, come l’anoressia e la bulimia, si assiste ad un aumento di nuove forme di disagio, non ancora riconosciute dal punto di vista diagnostico come patologie vere e proprie ma sempre più diffuse.

Ci proponiamo qui di inserire una riflessione circa un fenomeno sempre più dilagante e dibattuto da molti punti di vista: l’ossessione per le diete e l’alimentazione. Ne è un esempio lampante l’ortoressia – dal greco “orthos” che significa corretto e “orexis” appetito – caratterizzata dall’ossessione per gli alimenti considerati puri e sani. A differenza dell’anoressia, che si organizza secondo una restrizione della quantità di cibo, la condotta ortoressica è incentrata sulla sua qualità. Il regime alimentare diviene via via sempre più rigido, così come la programmazione dei pasti e degli alimenti, e l’evitamento fobico di situazioni che non ne permettano il controllo, porta ad una compromissione della vita sociale e affettiva della persona, che metterà sistematicamente la questione alimentare al centro della sua esistenza. In casi estremi la possibilità di frequentare ambienti e momenti sociali di condivisione è limitata drasticamente. La dieta è controllata in modo pressoché inflessibile e ad ogni piccola deviazione si accompagnano sensi di colpa profondi. Spesso questo desiderio di “salute a tutti i costi” è legato ad altre forme di controllo che si riflettono nella paura verso cibo non ritenuto idoneo, ipocondria, ossessione per il fitness, le cure estetiche e la pulizia. Come mostra la cronaca, il comportamento ortoressico o limitante rispetto ad alcuni alimenti all’interno della famiglia si riflette sui figli, che adottando passivamente la dieta intrapresa dai genitori possono incorrere in disagi sociali oltre che fisici, anche di una certa entità.

Un altro fenomeno che riguarda il comportamento alimentare contemporaneo è la massiccia diffusione delle cosiddette diete “senza”. Promossi da un mondo digitale di foodblogger che ne decantano gli effetti benefici e dubbiamente supportati da teorie scientifiche, questi nuovi mantra alimentari si moltiplicano, così come certe (auto)diagnosi di intolleranze. Senza carne rossa, senza lattosio, senza glutine o carboidrati: l’esclusione diviene il fulcro dell’alimentazione, che ricerca ossessivamente purezza e non-contaminazione allo scopo di controllare la forma fisica. Ponendosi da modello per molti, attrici e fashion blogger promuovono sul web e riviste femminili le diete più disparate; queste però, quando autoprescritte e interpretate, possono essere pericolose per la salute. Nel caso del gluten free, la scelta di eliminare la proteina del grano è spesso portata avanti anche in assenza di intolleranze mediche che la prevedano. La tendenza totalizzante di queste diete “sane” si configura quasi come una nuova religione contemporanea, di cui il corpo diviene l’oggetto sacro.

Si parla inoltre dieting, inteso come la ricerca ossessiva di seguire una dieta alimentare rigidamente strutturata e programmata, che diviene questione principale e caratterizzante la vita della persona. Priorità assoluta della quotidianità, il regime alimentare seguito in modo maniacale può diventare rischioso per la salute fisica e psicologica del soggetto, che si tenderà a selezionare scrupolosamente amicizie, frequentazioni e situazioni sociali.

In tutte queste manifestazioni legate al corpo e alla salute, spesso compresenti e correlate tra loro, è molto difficile stabilire la linea di confine tra uno stile di vita sano e la patologia. Ciò che differenzia le due condizioni è la modalità con la quale queste sono perpetrate, ossia i caratteri di rigidità, ossessione, centralità nella vita dei soggetti, e compromissione di altri aspetti importanti, anzitutto quello affettivo e sociale. Nonostante questi regimi alimentari speciali spesso nascondano il desiderio di perdita di peso, il corpo non appare necessariamente malato allo sguardo altrui, come accade invece al corpo anoressico. C’è inoltre il rischio di insorgenza un disturbo alimentare vero e proprio, soprattutto in concomitanza con eventi di vita particolarmente stressanti.

Al di là dell’evidente pressione mediatica rispetto a canoni estetici irraggiungibili e innaturali, è importante comprendere il significato che questi comportamenti hanno nella vita del singolo individuo, che utilizza il cibo e il corpo come palcoscenico di un disagio, magari momentaneo. All’alimentazione sono infatti attribuiti significati che vanno ben oltre al soddisfacimento del bisogno fisiologico. Da un punto di vista psicodinamico il nutrimento è il primo modo in cui entriamo in contatto con l’altro (anzitutto la madre o chi ne fa la funzione), e ad esso sono connesse profonde valenze affettive e culturali. Per questo comportamenti patologici legati all’alimentazione spesso dicono qualcosa rispetto ad una condizione di difficoltà emotiva che, spostata sul corpo, diviene vissuta dal soggetto come illusoriamente controllabile e gestibile in queste modalità che abbiamo visto essere talvolta disfunzionali per la salute.

Date le turbolenze emotive tipiche della crescita e la difficoltà nel separarsi in modo sicuro, l’adolescenza si configura come momento particolarmente a rischio per l’insorgenza di disturbi legati alla sfera del corpo e dell’alimentazione, che presentano infatti un picco d’esordio e una sempre maggiore diffusione. Nel prossimo articolo approfondiremo le nuove forme di disturbo che hanno a che fare con il mondo dello sport, e come, soprattutto durante l’adolescenza anche questo possa essere vissuto in modo disfunzionale e patologico.

Dott.ssa Clara Bergia

Sport addiction: tra benessere e ossessione

Nell’epoca del botulino, il silicone e la magrezza, il corpo e le sue trasformazioni diventano luogo privilegiato di espressione dell’identità. Accanto ai disturbi alimentari più noti, come l’anoressia e la bulimia, si assiste ad un aumento di nuove forme di disagio, non ancora riconosciute dal punto di vista diagnostico come patologie vere e proprie ma sempre più diffuse.

Dopo esserci occupati, nel precedente articolo, di Ortoressia,ci proponiamo ora di affrontare altri importanti fenomeni sempre più diffusi ai giorni nostri: la Bigoressia e l’Anoressia Atletica.

Da sempre sport e movimento sono considerati un’ottima abitudine di vita, alleati della salute e della longevità, tuttavia quando si esagera, come nei casi che andremo a descrivere, essi  possono assumere  i contorni, ben più preoccupanti, di una vera e propria dipendenza.

L’etimologia della parola Bigoressia o dismorfofobia muscolare (conosciuta anche come Vigoressia o Complesso di Adone) deriva dall’inglese Big “grande e grosso” e Oressia che si traduce come “senso di appetito”, il tutto inteso come fame di “grossezza”. Essa si manifesta come una continua ossessione per lo sport e la muscolarizzazione e indica la preoccupazione di avere un fisico poco prestante o troppo esile in persone visibilmente muscolose. A tal proposito la bigoressia è stata definita anoressia inversa, proprio per la sua specularità con la condizione dell’anoressia nervosa, che al contrario porta il soggetto a continuare a vedersi grasso nonostante la sua drammatica magrezza. L’attività fisica viene esercitata in maniera estrema al punto tale da trasformarsi in vere e proprie condotte ossessive alla ricerca disperata del “vedersi bene” e non del “sentirsi bene”.

La bigoressia sembrerebbe nascere quindi da una non accettazione del proprio corpo unita ad una bassa autostima che, a sua volta, condurrebbe a conformarsi a modelli culturali attuali che ricercano ossessivamente la bellezza.

Questa ossessione per la bellezza è incentivata anche dal fatto che nella nostra società ci sia sempre meno spazio per l’accettazione di se stessi e sempre più ricorso a trattamenti di diverso genere per correggere il corpo, considerato ormai molto spesso un oggetto da manipolare in quanto mezzo per raggiungere altri obiettivi. Il soggetto bigoressico investirebbe inizialmente sulla perfezione del proprio corpo per raggiungere scopi più legati a quella che è la sua storia personale, ad esempio l’ostentazione di un fisico degno di ammirazione potrebbe ipercompensare una bassa autostima e un senso di inadeguatezza.Ai problemi di tipo psicologico si aggiungerebbero inoltre problemi fisici derivanti da una dieta sbilanciata, troppo ricca di proteine, e da un uso improprio di anabolizzanti che possono, se prolungati, portare ad alterazioni della funzione renale, problemi ossei ed articolari e impotenza.

Nei primi anni ’90 viene introdotto il concetto di Anoressia Atletica. Questa problematica, che colpisce prevalentemente giovani atlete, si distingue dall’anoressia nervosa orientata ad un fine puramente estetico, l’ideale rappresentato da un corpo magro. Nell’anoressia atletica, invece,ciò che si ricerca, per mezzo della perdita di peso, è una maggiore prestazione sportiva.

Queste ragazze sono ossessionate dall’ottenimento di performance sempre migliori e rivolgono pertanto al proprio corpo un’attenzione estrema cercando di renderlo efficiente come una macchina.

All’ossessione per il fisico spesso si associa quindi un disturbo del comportamento alimentare volto a ridurre la massa corporea al fine di ottenere prestazioni sportive sempre migliori.

L’ideale “dell’essere il migliore”, di eccellere nel proprio sport, spinge il soggetto a manifestare un certo livello di compiacenza alle estenuanti richieste degli altri al fine di migliorare continuamente le proprie prestazioni ed assicurarsi il riconoscimento dell’altro. Tali comportamenti, anche in questo caso, potrebbero essere dovuti ad una bassa autostima del soggetto.

Il moltiplicarsi di queste nuove sindromi testimonia come il cibo e il corpo siano un canale privilegiato per manifestare un disagio, trasmettere messaggi e comunicazioni profonde. L’angoscia per il sentirsi leggeri è l’espressione sintomatologica di un problema interiore che viene trasferito sul corpo e sulla pelle.

Il corpo, mediatore dell’incontro con l’altro, perde l’accezione di luogo della comunicazione e si trasforma in qualcosa da correggere o da distruggere.

Durante il periodo dell’adolescenza avvengono in esso cambiamenti radicali che possono generare un senso di disorientamento e sentimenti di preoccupazione e di incertezza.

Gli adolescenti sono particolarmente vulnerabili alla pressione del contesto in cui vivono e ai valori proposti dalla società e dal gruppo dei pari.

In questa fase, essendo lo sport un’attività educativa riguardante il corpo, il soggetto impara a conoscere il proprio e a valorizzarlo. In un contesto di crescita così delicato, oltre alla famiglia, un ruolo di estrema importanza è pertanto quello degli allenatori sportivi. Questi ultimi, molto competenti dal punto di vista sportivo e focalizzati sul risultato, talvolta trascurano aspetti  nutrizionali, educativi e psicologici, non tenendo conto della complessità dei bisogni dei ragazzi. Risulta pertanto molto importante tenere presente che il ruolo dell’allenatore va ben oltre l’insegnamento del gesto tecnico.

“Allenare” significa, infatti, “educare” e l’allenatore dovrebbe porsi come protagonista attivo di esperienze formative. Così come i famigliari, anche gli allenatori stessi dovrebbero tenere conto del valore della propria parola nella vita dei loro atleti evitando di criticare e disapprovare ragazze e ragazzi in base al corpo e al peso, ma favorendo la costruzione della loro identità e lo sviluppo di una “solida” autostima, ponendo come priorità la crescita della persona come individuo.

Dott.ssa Elena Traversa
Dott.ssa Romina Cardaci