Proiezione e dibattito sul film “Blue my mind – Il segreto dei miei anni”

19 Giugno 2019 ore 21.30 al Cinema Spazio Uno – Firenze

Film d’esordio della regista Lisa Brühlmann, vincitore del Premio Camera D’Oro Taodue/Alice nella città, BLUE MY MIND, distribuito in Italia da Wanted Cinema, è un “racconto di formazione che si trasforma in fantasy, una storia di mutazione e di trasformazione”. 

Dopo la proiezione del film, presso il Cinema Spazio Uno, due psicologi psicoterapeuti dell’equipe di Dedalo saranno lieti di intavolare un dibattito intorno alle complessa dinamica che il film ci mette crudamente di fronte, ovvero il difficile passaggio dall’età adolescenziale che la protagonista del film deve affrontare in tutta la sua inarrestabilità.

Storie Imperfette – Laboratorio

11 Maggio 2019 ore 10 presso Dedalo Psicanalisi Laica Fiorentina

Storie Imperfette è un laboratorio esperienziale pensato per chi ha voglia di cercare nuove versioni, possibilità e prospettive della propria storia personale.

Un luogo in cui le alchimie della fotografia e del teatro, intrecciandosi al potere evocativo della fiaba, ci accompagneranno nello svelare retroscena e rappresentazioni di sé inedite, in cui le trascrizioni sugli eventi possono cambiare.

La partecipazione non richiede esperienza pregressa in nessuna arte.

Condotto da Laura Cioni, psicoanalista, attrice e regista teatrale e da Claudia Vallebona, psicoanalista e fotografa specializzata nell’utilizzo della fotografia in ambito clinico.

Intervista con l’autore: Andrea Foligni

7 Giugno 2018 ore 21.30 presso Fotoclub Il Bacchino

Partendo dai suoi primi scatti, fino ad arrivare ai suoi ultimi lavori, Andrea Foligni racconta l’evoluzione del suo linguaggio fotografico attraverso un’intervista condotta da Claudia Vallebona, psicologa psicoterapeuta, socia fondatrice di Dedalo Psicanalisi Laica Fiorentina, che da sempre pone tra le sue attività la ricerca della psicanalisi fuori dal classico setting clinico.

Taglio sublime: Burri e la psicanalisi

5 Maggio 2018 ore 17.30 presso Dedalo Psicanalisi Laica Fiorentina

L’opera di Alberto Burri spiega la psicanalisi

A cura di Cristina Accardi

Con la partecipazione di Stefania Accardi, Laura Cioni, Lorenzo Franchi

Cena nel buio: lontano dagli occhi dentro ai sapori

15 Marzo 2018 presso il ristorante Re matto – Firenze

Nel buio totale, serviti da camerieri non vedenti per sperimentare il cibo da un diverso punto di vista. Un’occasione per riscoprire il valore dell’ascolto, il potere del tatto, il piacere del gusto e il fascino degli odori e per giocare ad indovinare cosa c’è nel piatto, dall’antipasto al dolce.

In treatment – Simulate di colloquio psicanalitico

Novembre 2017 – Aprile 2018

Ciclo di incontri per affrontare i temi più rappresentativi della psicanalisi avendo modo di partecipare e osservare simulazioni con psicologi e psicoterapeuti per sperimentare in prima persona i concetti cardine dell’approccio psicanalitico. Gli incontri sono riservati a studenti e neolaureati della facoltà di Psicologia.

Cena nel buio

Una cena in compagnia è un momento piacevole; ma cosa si prova se non si vede nulla, perfino il piatto che abbiamo di fronte, il colore della bevanda, le coppe in cui viene servita, gli ostacoli sul proprio cammino?

È la domanda a cui ha voluto rispondere l’evento promosso da Dedalo e A.S.D Disabili Firenze per celebrare il Fiocchetto Lilla, la giornata nazionale per la sensibilizzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). In questa data significativa è stata organizzata una cena nel buio totale presso il Ristorante Re Matto di Firenze, con la collaborazione di camerieri non vedenti.

Utilizzando come pretesto un comune momento di vita sociale come una cena, è stato possibile dare ai partecipanti l’opportunità di sperimentare almeno una piccola parte delle sensazioni dei non vedenti.

Un’esperienza del tutto sensoriale curata nei minimi dettagli…

Tutto è cominciato entrando nel ‘’tunnel’’ completamente buio costruito appositamente nell’area di accoglienza del locale per raggiungere le sale dove si svolgeva la cena, con lo scopo di impedire ai partecipanti di crearsi un’immagine mentale del luogo. Percorrendo questo tragitto in compagnia di non vedenti giungiamo in un’area completamente immersa nel buio.

Non c’era più spazio, né tempo ma solo sensazioni.

Il con-tatto e la voce diventano magicamente gli unici elementi su cui soffermarsi. La mano rassicurante del non vedente sulla spalla che ci guida nel cammino per raggiungere il nostro tavolo, le voci squillanti dei partecipanti, la forma indefinita della sedia davanti a noi, rappresentano solo una parte di tutto ciò che iniziamo a cogliere in modo diverso. Nell’oscurità tutto assume un significato più profondo, senza “distrazioni” visive siamo in grado di cogliere realmente tutto ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che possiamo toccare con mano quanto ‘’l’essenziale sia invisibile agli occhi’’.

Ma questo è solo l’inizio del fiume di sensazioni che scorrono nella nostra sala e delle emozioni che ci attraversano…

Seduti al nostro tavolo nel buio, ci cimentiamo nella prima impresa della serata: versare le bevande all’interno dei bicchieri. Una cosa quotidianamente banale ma che al buio diventa estremamente importante. Con l’aiuto dei camerieri non vedenti ci affidiamo al tatto, inserendo il nostro dito all’interno del bicchiere per renderci conto del livello di liquido presente, che questa volta ci è impossibile osservare.

Cenare al buio può rappresentare una vera e propria sfida per i partecipanti, che devono superare delle difficoltà impreviste e avventurarsi verso nuove percezioni. Partecipare a questo evento, inoltre, è sicuramente una manifestazione di solidarietà verso chi ogni giorno affronta determinati scogli.

Al buio ci rendiamo vivamente conto di quanto siano coinvolti tutti i nostri sensi, ad eccezione ovviamente della vista, e iniziamo a giocare con i camerieri non vedenti ad indovinare il menù della serata. Il sapore, l’odore, la forma dei cibi che ci vengono portati diventano così predominanti che ci inebriano.

Quante volte nella vita ci capita di gustarci il cibo senza la preoccupazione di cosa è esattamente? In questa serata abbiamo questa opportunità unica.

Tutto ciò che mangiamo ci sembra più buono, più grande, più tutto. Siamo dentro la nostra esperienza percettiva e anche dentro di noi. I nostri sensi sono acuiti in una realtà al di fuori dello spazio e del tempo dove tutto è percepito in modo amplificato e tutto ha un significato profondo. Parlare a tavola non è mai stato così emozionante: ci impariamo a conoscere senza guardarci negli occhi ma affidandoci solo al suono delle nostre voci.

La nostra cena dal primo istante in cui è iniziata si è trasformata in un momento di condivisione, dove il pasto è diventato oltre a solo cibo anche un luogo d’incontro, di relazioni, di scambio e di sensazioni. Lontano dalla vista, il sapore spesso perduto della convivialità della tavola sembra riprendere gusto.

Ma perché proprio una cena nel buio per sensibilizzare sui disturbi alimentari?

Quando pensiamo a quest’ultimi le prime cose che ci vengono alla mente non sono altro che immagini visive: il cibo e la forma del corpo. Solo calandosi più in profondità, precisamente nel buio, è possibile cogliere l’aspetto più radicato dei DCA: un aspetto che va oltre la vista, oltre il cibo e si annida nell’oscurità, dove il sintomo prende forma. Privarsi della vista è stato un tentativo per sperimentare la possibilità di “vedere” qualcosa che gli occhi non colgono.

Questa esperienza ha cercato di concretizzare quello che Dedalo afferma: “i disturbi alimentari non hanno niente a che vedere con il cibo”. Proprio perché c’è molto di più oltre l’immagine, si è cercato di dimenticarsi dell’aspetto visivo che caratterizza il cibo ed il nostro rapporto sia col cibo che con l’Altro: ingannevole e superficiale.

Quante volte ci soffermiamo con il nostro sguardo sul cibo che ci troviamo davanti, dimenticandoci di tutto il resto?

Nel buio totale, serviti da camerieri non vedenti, è stato possibile sperimentare il cibo da un altro punto di vista riscoprendo il piacere del gusto, il fascino degli odori, il potere del tatto e il fascino dell’ascolto. È proprio grazie a questo evento che abbiamo potuto cogliere la vitalità del buio, radicata nelle molte ricchezze che stanno al di là di ciò che si vede.

Dott.ssa Maila Cuomo

Sensibilizzazione sui DCA nelle scuole: un’esperienza al liceo Gramsci di Firenze

Dedalo come da qualche anno ha risposto alla richiesta del liceo scientifico Gramsci di Firenze organizzando una serie di incontri dinamici sui disturbi del comportamento alimentare.

In questo spazio è stato possibile trattare un tema che difficilmente in altre occasioni viene affrontato in aula, ma che in realtà è di fondamentale importanza, in particolar modo per gli adolescenti. I disturbi del comportamento alimentare sono tipicamente una patologia che si manifesta durante l’adolescenza. È in questo periodo di organizzazione della struttura di personalità che diventa più probabile che il disturbo si manifesti e che un’alterazione della condotta alimentare si radichi a tal punto da sovrapporsi all’identità del soggetto.

Ma come parlare ai ragazzi di temi così delicati?

Dedalo ha deciso di varcare la soglia dell’ordinario evitando una lezione teorica sui disturbi alimentari e proponendo alla classe un’attività interattiva con la speranza di poter lasciare “un’impronta parziale” nella terra dei teenager, un’alternativa di pensiero riguardo l’argomento DCA.

Per parlare ai ragazzi, il punto di partenza è stato proprio il mondo più frequentato da quest’ultimi: quello dei social media, dove il confine tra realtà e finzione è sempre più labile.

Riflettiamo un attimo: quante volte abbiamo sentito dire che l’insicurezza, la paura e la fragilità portano i giovani a rifugiarsi in questo universo virtuale?

È proprio per questo che Dedalo ha cercato di toccare con mano in tre giornate al liceo due mondi molto discussi, complicati e fortemente connessi fra loro: gli adolescenti e i social network. L’idea è stata quella di avviare una riflessione a partire dell’immagine del profilo che i ragazzi hanno impostato su alcuni social. Si è così originato un vero e proprio lavoro introspettivo sulle fotografie. I ragazzi sono stati invitati a riconoscere tre aspetti: cosa la foto comunicava d loro, cosa non comunicava e che titolo avrebbe potuto avere.

A questo punto chiediamoci: perché partire proprio dall’immagine per parlare dei disturbi del comportamento alimentare?

La stretta connessione dei DCA con l’importanza sociale e personale dell’immagine è uno dei punti cardine della prospettiva psicoanalitica di Dedalo.

I disturbi alimentari non hanno niente a che vedere con il cibo”

È questo che possiamo affermare in quanto l’immagine corporea, con la quale vengono identificati i disturbi del comportamento alimentare, permette di mostrare agli occhi degli altri il corpo, nascondendo quello che si cela dietro a quest’ultimo, che resta comunque sempre un potente strumento di comunicazione.

Ma cosa vuole comunicare?

La risposta è tutt’altro che banale: spesso l’obiettivo è quello di inseguire un modello per omologarsi e scomparire dagli sguardi altrui, non di certo per farsi notare. Questo punto rappresenta solo una porzione della contraddittorietà che avvolge l’intera questione dei disturbi del comportamento alimentare.

Chi conduce la sua esistenza a braccetto con un sintomo alimentare vive in un terribile paradosso: significare al di là di quello che la sua immagine rappresenta.

Anche i giovani di oggi si trovano in un enorme paradosso: nonostante si pensi che i ragazzi siano ossessionati dall’immagine, Dedalo rapportandosi in modo diretto a quest’ultimi può affermare con piacere il contrario. I ragazzi del liceo Gramsci, infatti, sono stati in grado di mettersi in discussione riflettendo su di sé con la consapevolezza che la stessa immagine comunica qualcosa di contrastante: dice molto e allo stesso tempo molto poco del nostro essere poiché tralascia spesso, informazioni come il carattere, le passioni, le emozioni e le relazioni.

Questo incontro al liceo ha rivelato prospettive inaspettate: un’occasione per mettersi in gioco, da entrambe le parti, e per conoscersi meglio. Dedalo, infatti, dal canto suo ha analizzato con i ragazzi il suo logo: il labirinto.

E come si esce dal labirinto dei disturbi alimentari?

La via d’uscita dal labirinto non è la stessa per tutti quanti e la psicoanalisi si pone come un percorso che è possibile solo ricostruire passo passo.

Un elemento accumuna l’immagine di Dedalo, degli adolescenti e di un soggetto affetto da un disturbo alimentare: comunicare qualcosa di illusorio. L’immagine di una persona che si abbuffa o non mangia, infatti, sostituisce qualcosa di più caro al proprio sé, come la propria storia personale, le relazioni o un evento vissuto. Ricordiamo quindi che il cibo sta al posto di qualcos’altro.

Questa esperienza ha permesso di osservare questi temi dal punto di vista di giovani in grado di dibattere animatamente questioni molto significative e sensibili. Partendo dal cibo i ragazzi sono arrivati a toccare temi d’attualità, passando anche per il legame esistente fra i disturbi alimentari e le dipendenze.

Gli adolescenti del liceo Gramsci sono stati un’importante rivelazione e si sono dimostrati capaci di apprezzare e condividere ciò che anima il lavoro dello psicologo: provare sempre a trovare anche un solo bagliore che illumini quella via tortuosa, oscurata e impercettibile per uscire dal quel labirinto con cui Dedalo ha scelto di raffigurarsi. È percorrendo, quindi, il percorso dell’individualità che si può arrivare alla guarigione.

Dott.ssa Maila Cuomo

Corso introduttivo ai disturbi del comportamento alimentare, un punto di vista.

“Un corso che affronta cosa è un disturbo alimentare e quello che si cela dietro il suo manifestarsi?”

Dedalo ha cercato di rispondere a questa domanda dalle mille sfaccettature servendosi di tutta la sua équipe, presso la Scuola di Psicoterapia Comparata di Firenze.

Facciamo un passo indietro e chiediamoci: perché proprio questo argomento?

Come sostiene la Dott.ssa Carlotta Bettazzi, il disturbo alimentare non è il sintomo di un solo soggetto, ma bensì di un’intera società: si può dire infatti che sia il contesto sociale contemporaneo ad aver influenzato lo sviluppo dei disturbi alimentari, manifestatisi a partire dal ventesimo secolo. Dove rintracciare, dunque, le motivazioni che hanno portato a una vera e propria esplosione del sintomo nella società?

“Non importa da chi si è guardati, l’importante è essere guardati”

È con questa frase che il corso di Dedalo risponde in modo esauriente alla domanda. Il farsi notare, quindi, non più come un atteggiamento indirizzato all’altro, per richiamare ed entrare in relazione con lui, ma come un tentativo di svanire nel riflesso degli occhi.

È l’emergere dello stereotipo “bellezza uguale magrezza” che porta a far diventare “il corpo solo corpo” e “il nudo solo nudo”, perdendo il significato che in epoca classica aveva il corpo: un mezzo attraverso il quale l’anima si rende visibile.

La sovrabbondanza di stimoli dell’epoca moderna porta all’insoddisfazione, in quanto niente è mai abbastanza. La televisione, con i suoi numerosi programmi sul cibo, ci sovra stimola in maniera “schizofrenica”, impedendo di far conoscere realmente la patologia, ma mostrandola piuttosto come qualcosa su cui scherzare sopra.

Il cibo nella nostra società è diventato la sostanza con cui riempire i nostri vuoti sostanziali. Ma perché proprio il cibo? Essendo questo un oggetto di ampio consumo, alla portata di tutti, è quanto di più facile da reperire, un fedele compagno, un partner docile con il quale intrattenersi solitariamente, al sicuro dagli attacchi.

Il cibo acquista un significato particolare nelle diverse fasi della vita: nell’infanzia il bambino attacca il cibo per attaccare una relazione, mentre nell’adolescenza il corpo, e di conseguenza le modificazioni che attraverso il cibo si possono ottenere, diventano un potente mezzo di comunicazione per sentirsi accettati in un gruppo.

“Scrivere sulla carne parole che non possono essere dette” 

Continuando nel corso, con questa affermazione la Dott.ssa Francesca Donati parla dell’importanza del contesto familiare in un intervento sui disturbi alimentari che deve prevedere un setting separato fra genitori e figli: quello dello spazio individuale è un’operazione simbolica che lavora in direzione di una separatezza all’interno di un sistema familiare invischiato.

“I disturbi alimentari non hanno niente a che fare con il cibo”

È proprio su questo punto che si fa sentire a gran voce il Dott. Lorenzo Franchi, riportando il punto di vista che da tempo anima Dedalo nell’affrontare i disturbi alimentari mediante una prospettiva psicoanalitica. Un’affermazione apparentemente contraddittoria che nasconde un significato autentico. È proprio su questo contenuto che dobbiamo interrogarci: che cosa è il disturbo alimentare? È il sintomo, ovvero la soluzione migliore che il soggetto ha utilizzato per scendere a patti con la propria angoscia. Il sintomo si configura quindi come una medaglia: una faccia rappresenta il lato feroce, mentre l’altra costituisce l’identità del soggetto.

“Chi sono?

È questa la domanda che tormenta il soggetto con un disturbo alimentare. L’essere anoressico o bulimico, non è altro che un’etichetta attraverso la quale si è riconosciuti e si rende visibile al mondo la propria fragilità. I disturbi alimentari, essendo egosintonici, vengono infatti percepiti dal soggetto come parte integrante del proprio sé. È proprio per questa particolare caratteristica che Dedalo propone un approccio multidisciplinare-integrato, che si prende cura sia della mente che del corpo.

“L’approccio integrato è vincente, con maggiori risultati statici e migliori prognosi rispetto alle terapie fatte separatamente” 

È questa la posizione del Dott. Nicola Materassi, lo psichiatra che collabora con Dedalo. Quest’ultimo non nasconde la difficoltà del trattamento farmacologico dei disturbi alimentari, per i quali nel tempo sono stati utilizzati tutti i farmaci che la psicofarmacologia ha a disposizione.

Oltre all’intervento medico-biologico, talvolta può essere necessario un intervento nutrizionale, come afferma Federica Alaura, la biologa nutrizionista che collabora con Dedalo:

“L’attenzione è rivolta alla riacquisizione di uno stato di salute che non è necessariamente associato e associabile all’aumento o alla diminuzione del peso” 

L’ottenere un determinato peso, infatti, non costituisce l’obiettivo fondamentale per la cura di questi disturbi.

Dedalo, aprendo il sipario sul proprio modo di affrontare i disturbi alimentari a più livelli, è stato in grado di dare ai partecipanti di questo corso un’esperienza formativa che rispecchia la sensazione di completezza e integrità che cerca di dare ai suoi pazienti.

Non a caso agli iscritti è stata data la possibilità di sperimentare concretamente degli interventi che permettono di far entrare in profondo contatto mente e psiche attraverso due Workshop: uno sulle tecniche teatrali e di scrittura presentato dalla Dott.ssa Laura Cioni e uno sulla DanzaMovimentoTerapia, presentato dalla Dott.ssa Anna Pericoli.

Per concludere questa panoramica a trecentosessanta gradi sui disturbi alimentari, possiamo porci una domanda di difficile risposta, ma con un grande valore:

“Che cosa significa guarire?”

Guarire da un disturbo alimentare, prima di tutto, non significa riprendere o diminuire il proprio peso. Significa, invece, interrompere meccanismi auto-lesivi e ripetitivi legati al cibo e avviare una costruzione del proprio sé più autentica, flessibile e armonica.

“La guarigione non è l’assenza del sintomo, ma la diminuzione dell’impatto del sintomo sulla vita del paziente.”

Buttare via un sintomo, infatti, significherebbe buttare via anche una parte di sé, facendo “tabula rasa” dei propri vissuti.

In un’ottica psicoanalitica e multiprofessionale, per la quale il cibo sta al posto di qualcos’altro, ciò che ci si propone di raggiungere è una consapevolezza che permetta di stare bene e stare male senza annientarsi.

Dott.ssa Maila Cuomo

Il corso si è tenuto a Firenze il 18-19 novembre e 2-3 dicembre 2017 ma viene ripetuto due volte l’anno, per info e iscrizioni contattare l’associazione a [email protected] oppure al 3271272917

O bianco viso.

Come fanno le storie ad avere un lieto fine?

Venerdì 19 maggio. Le Murate caffè letterario.

Cosa vi aspettereste da una favola?
Magari strani personaggi con poteri magici che cercano di sconfiggere il male attraverso incantesimi e
mirabolanti avventure, oppure amanti che pur di stare insieme farebbero di tutto e nonostante gli
impedimenti alla fine ci riescono. Attraverso colpi di scena si mostrano per quello che sono veramente
o, ignorando le regole, le plasmano per raggiungere il loro lieto fine. Ovvero:

“E vissero per sempre felici e contenti.”

Ma è veramente sempre così?
Giambattista Basile nella terza giornata del suo Pentamerone ci immerge in una storia tormentata. La
principessa Renza, chiusa in una torre dal re-padre per impedirle la sventura di morte predetta dagli
astrologi, si innamora del principe Cecio. Ella riesce a fuggire con lui e mentre sono nel culmine del
piacere, arriva una lettera da parte della madre di Cecio, che con l’inganno lo fa tornare a casa per
sposare un’altra donna. Cecio dice a Renza di aspettarlo lì, che tornerà, ma la giovine lo segue e decide
di trasformarsi. Resterà al fianco di lui tutto il tempo con le vesti di un fraticello facendo pendere Cecio
dalle sue labbra pronunciando queste parole:

“Vengo da dove sgorga sempre il pianto
di una donna che dice: – O bianco viso,
chi ha potuto levarti dal mio fianco?”

Lui sentiva il bisogno di udirle. Le chiedeva sempre di ripetere il dolce ritornello, mentre la povera
Renza rimaneva lì ad osservare la triste scena di lui con un’altra. Il tuono che fermò il suo cuore fu lo
schiocco del bacio che i due promessi si scambiarono. Riecheggiò talmente tanto forte dentro di lei che
la vita abbandonò il suo corpo. Cecio cercando di rianimarla la riconobbe dal suo neo sul petto e sfibrato
di ogni gioia si tolse la vita a sua volta. La favola si chiude con gli infelici coricati nello stesso sepolcro,
uniti nell’amore per sempre.

Come Romeo e Giulietta, Cecio e Renza resteranno legati oltre ogni spazio e tempo. Forse questa è
l’immagine che abbiamo dell’amore eterno: un erigersi oltre ogni legge divina, oltre ogni controllo
umano, oltre la morte. Non è forse vero che le storie a lieto fine si concludono comunque con un “per
sempre”? L’immobilità che avvolge l’amore eterno è sinonimo di onnipotenza, che porta alla perdita
assoluta, alla perdita di tutto tranne che del ricordo dell’amore. Ma la vera perfezione risiede nella morte
giovane, nell’abbandono della vita avendo ancora un corpo perfetto non segnato dal passare del tempo,
circondati al capezzale da cari che racconteranno la storia ai posteri, impedendo che venga dimenticata.

Ma questo amore chi lo ha vissuto? Coloro che ne udiranno le gesta o i due innamorati?
Cecio non disubbidisce alla madre, non si ribella alla sua scelta di matrimonio. Renza non esce allo
scoperto mostrandosi per quello che è, non decide di diventare la sua amante. Sembra che
semplicemente rimanga lì, nell’attesa che lui la riconosca e che la salvi dalle sventure che le stanno
capitando.

C’è una cosa che manca a Renza e Cecio: la speranza.
Cecio accetta un matrimonio senza amore pur di rimanere passivamente nel diktat della madre e si
accontenta del ricordo procurato dalla flebile melodia. Renza si condanna alla morte fin dall’inizio. Non
crede nel momento fatidico che le riporti il cuore di Cecio indietro. Sopporta la presenza e la vicinanza
con la promessa sposa del suo amato, lo maledice invece di tentare tutto il possibile, invece di uscire
allo scoperto. Nessuno dei due lotta, entrabi sono rassegnati e di sicuro, se si è rassegnati, il lieto fine
non si presenta.

Dott.ssa Sofia Degli Esposti