Riflessioni personali di un partecipante alla giornata di formazione FIDA del 7 novembre 2020

Tornando con la mente alla giornata di formazione del 7 novembre scorso promossa e curata dalla FIDA, ricordo che di tanti contenuti e idee emerse dai vari contributi ho trattenuto dentro di me una bella sensazione di fiducia.

Premesso che opero come consulente familiare in un contesto territoriale limitrofo a quello di Ancona da qualche anno, non faccio parte dunque del personale medico né di quello più specificatamente psi, provo a riflettere sulle questioni che più hanno fatto segno su un tema che mi ha riguardata anche personalmente, su cui ho lavorato e che mi riveste ancora come una creta. Ritengo assolutamente valido e importante il concetto di équipe multidisciplinare quanto ai disturbi del comportamento alimentare, ma soprattutto la fluidità con la quale viene applicato e che distingue questo tipo di approccio. 

Non ci si affida infatti a un protocollo o a una Bibbia come il DSM nella quale inserire un paziente, ma si muove dalla persona, unica, che installando un transfert con uno dei membri dell’équipe, comincia il suo lavoro con quell’operatore. In seguito, può delinearsi utile introdurre altre figure professionali, ma questo non segue un tempo necessariamente uguale per tutti, potrebbe anche non darsi mai l’incontro con il nutrizionista o con l’endocrinologo, così come il trattamento non comincia mai necessariamente con una figura professionale specifica.

E’ interessante pensare a una nutrizionista che dice che le capita di non parlare di cibo con una paziente per anni: anche questo ritengo sia parte della specificità di un approccio che riconosce il soggetto mendicante di altro che di una prescrizione, e lì prova a stare. Trovo che sia fondamentale il rispetto di questi tempi, che poi è lo stesso che si dimostra alla persona. Ciò non toglie che in équipe si discuta del caso e si provi a tenere insieme i vari elementi che la persona ci porta. L’équipe si fa contenitore dunque, ma non costringe, non strozza. Anzi, proprio affinché non accada che i vari elementi si trovino a colludere, ad incartarsi su circuiti poco proficui, esiste la supervisione.

Nel costruire un percorso idiosincratico per ogni paziente esiste un anello di tenuta che ritengo fondamentale e fondante: il rispetto di ogni membro dell’équipe per il lavoro dell’altro, che fa la capacità degli operatori di lavorare in team pur in una diversità di competenze. Questo a mio avviso è un bellissimo esempio elemento di modernità, nel senso più generoso del termine, dell’approccio FIDA.

Molto più facile a dirsi che a farsi, ma che secondo me nasce da un’intima comprensione del mondo paziente, il solo depositario della sua soggettività, che non è in grado di emergere con tanta facilità, che a volta abbisogna di quell’uno e non altro. Quando umanamente, visto che si è tutti umani, si sarebbe portati a pensare che il proprio lavoro e la propria professionalità sia comunque fondamentale e prima, anche in termini di valore.

Mi riferisco a quanto emerso riguardo al personale medico, che a volte fatica a rientrare, o meglio ad uscire, dai parametri della scienza e che è invogliato dall’idea di trovare soluzioni, risoluzioni. Dal canto suo lo psicoterapeuta pensa di conoscere il suo paziente più di chiunque altro, quindi non chiede manovre di forza se non ne riconosce l’utilità in quel momento.

E’ proprio in questi momenti, che si susseguono, in ogni percorso di cura che si gioca la pelle resa sottile o ispessita dal male delle persone che ogni giorno chiedono aiuto. E’ di questi tempi che il soggetto impara a nutrirsi, che non sono affatto scontati e di cui non si conosce il poi.

Si lavora dunque sulla possibilità di restituire al soggetto una voce che ha perso, la sua; e di “sintomatizzarla”. Non ci si dà come obiettivo necessario l’eliminazione del sintomo, cosa che pure accade. Abbiamo ascoltato come spesso questo accompagni il paziente a lungo, a volte per la vita intera: ci si dispone a tentare piuttosto una soluzione che accompagni la soluzione sintomatica.

Questo verbo trasuda tanta beltà: accompagnare una persona durante un percorso di cura significa infatti dare una possibilità, credere che ci sia un’opportunità di svolta per il soggetto, che egli sarà in grado di trovare; accompagnandolo noi lo traghettiamo verso la sua verità, al centro del suo essere quell’uomo e nessun altro. In tutto questo non ci si innamora del paziente, semplicemente gli si riconosce una chance.

A volte, e parlo di me, ho viaggiato come avvolta in una nube tossica, che mi impediva di respirare. In quell’apnea non avevo la lucidità di chi inala aria a pieni polmoni. Ma mi rendo conto oggi che molto era  già stato compiuto. Intendo dire che il mio corpo aveva già dato voce di malessere in mille modi prima di arrivare al sintomo alimentare. E riconosco che di tutte le malattie che ho avuto mai nessuno specialista è approdato a un barlume di sapere su di me.

Oggi so che mi sarei potuta risparmiare tante cicatrici, se fossi arrivata prima, se avessi trovato qualcuno pronto ad accompagnarmi dentro al mio buco. Anche per questo ritengo fondato un modello di cura non prescrittivo, che nulla esclude dal percorso terapeutico del paziente, perché con ciascun interlocutore si costruisce qualcosa di diverso, che, si badi bene, non significa leggerezza o incompetenza.

So per prima che proporre o imporre certi passaggi se non sono maturi i tempi significa esporsi ed esporre il paziente all’ennesimo fallimento, così come eludendo il discorso sul cibo ci si può trovare, da paziente, a costruirsi sedute che hanno il solo scopo di lusingare il terapeuta. Ma è esattamente in questo esserci che la persona può ricostruire qualcosa su di sé. Perché poi ci si accorge che se si sta parlando per accontentare qualcuno, e ci si sente ancora più soli. Chi soffre non è affatto poco intelligente, tutt’altro, si dimena fra la sua intelligenza e ciò che ogni giorno lo accompagna un po’ a morire. Per questo non ha bisogno di essere edotto su certi temi, ma di sentire che qualcosa c’è, non necessariamente è lì per lui, ma esiste.

Sono passaggi che si producono millimetricamente, forse per qualcuno non arriveranno mai. Io ricordo molto bene la sensazione di non sapere chi si è, e il delinearsi della propria figura che sbigottimento crea. Non lascia un segno l’uomo che esplora il tuo corpo come fosse carne da gonfiare, che si complimenta per i due etti che hai preso in un mese; la cura passa per altre vie, raccoglie i sassolini che hai gettato durante quelle ore in cui la tua esistenza era un ammasso di frammenti, mai qualcosa di uno. Sperimentare la consapevolezza che niente scappa via, che tutto può aspettare, di fronte a un’esistenza, che l’evento che travolge può essere vissuto in altro modo, che il tempo ha una dimensione idiosincratica e non è una colpa. Il male di vivere assume un tono più accettabile, si forma una crepa. 

Chi soffre di un disturbo alimentare lotta con la vita, che rompe gli schemi alla sofferenza e dunque non resta che congelarla, quella vita che impiccia e di cui non si riconosce mai l’utilità e il valore. O forse è proprio perché quel valore che le riconosciamo è così grande che non pensiamo di esserne degni. Il paziente con DCA è snervante, suscita sentimenti contrastanti in chi ne ha cura, talvolta si preferirebbe allontanarlo, lungi dall’offrire soddisfazioni all’ego del terapeuta. Non è un caso che i medici che si affidano alla cura tramite la medicina tradizionale capitolino spesso di fronte a tanta delusione.

Sì, i risultati, se si cercano dei risultati da censire non sono così chiari e immediati. Eppure affiorano. Odora di fallimento l’alacre lavoro intorno a questi corpi, a queste creature che sfidano l’umana pazienza, che reclamano amore ma dispensano gelo, ghiaccio che s’incrina se proviamo noi per primi a offrire un raggio di sole.

A mio avviso un nodo di imponente complessità è rappresentato dall’isolamento nel quale il paziente con DCA si trova ad essere. Che rappresenta per il malato una fortezza e al tempo stesso un loculo. Riuscire a fare breccia proprio lì significa invogliare a mettere un piede fuori, non trascinare ma ancora una volta accompagnare può diventare un invito allettante, qualcosa al quale è difficile sottrarsi. Questo movimento di grande abilità del terapeuta innesca inevitabilmente una danza, preziosa quanto difficoltosa, fra dentro e fuori di sé nel paziente. 

Tale lavoro richiede tempo, impegno, coraggio una forte motivazione da parte di chi offre la cura e di chi la accetta.  Sono convinta che entrambi possano beneficiare di questa relazione, che chi sceglie di lavorare in un ambito come quello dei DCA impara presto che senza una forte dedizione e interesse l’impegno non tiene. Si infrange nelle delusioni che questi malati inevitabilmente infliggono e il nostro ego sgonfia. Anche per questo il modello di equipe multidisciplinare integrato risulta un approccio di indubbio valore; qui i vari operatori possono godere ognuno della professionalità dell’altro, uniti all’amore per questo lavoro garantiscono quanti sceglieranno di affidarvisi per percorrere un po’ di strada insieme.

Paola Cesari, consulente familiare