Prevenire è meglio che curare?

Nel campo della salute pubblica, la prevenzione è oggetto di molta attenzione, di importanti investimenti e di molteplici campagne di informazione e sensibilizzazione: dal tumore al seno, alla sclerosi multipla; dalle malattie cardiologiche fino anche alle nuove patologie virali che ci riguardano così da vicino in questo tempo pandemico.

La prevenzione – primaria, secondaria o terziaria che sia – mira a favorire nelle persone la consapevolezza del problema e la messa in atto di azioni utili ad evitare o arginare le conseguenze dello stesso.

Quando si affronta il tema della prevenzione nell’ambito della salute mentale però, ed in particolare in quello relativo ai disturbi alimentari, l’argomento diventa immediatamente complesso e controverso.

Complesso perché il campo della patologia psichiatrica ha la particolarità di non potere essere considerato un campo “neutro” quanto alla responsabilità personale. A nessuno verrebbe in mente di addossare la colpa della SLA a chi ne è portatore e di arrabbiarsi con lui per le conseguenze della malattia. Lo stesso non può dirsi quando parliamo di problematiche psichiche, in particolare se legate al campo delle dipendenze patologiche.

Controverso perché nonostante numerosi studi, ricerche, teorizzazioni, non esistono linee guida universalmente applicabili. Le diverse metodiche utilizzate nella prevenzione sono spesso in contraddizione tra loro e sembrano non riuscire a raggiungere i risultati prefissati. Se a questo associamo l’elevato costo che hanno i programmi di prevenzione, possiamo ben capire come si finisca facilmente per sposare l’idea che la spesa non valga l’impresa.

La prevenzione nel campo dei disturbi alimentari

A differenza della maggior parte delle proposte che circolano sul mercato, la nostra posizione in merito alla prevenzione dei disturbi alimentari è radicale: non si fa prevenzione mirando a superare gli atteggiamenti disfunzionali e i comportamenti non salutari rispetto al cibo. 

In questo modo miriamo a creare uno spartiacque tra un concetto di prevenzione di tipo normativo, rieducativo e comportamentale e l’idea di una prevenzione che tenga conto della posizione dei soggetti coinvolti e li includa nel processo che li riguarda.

Partiamo da una considerazione universalmente riconosciuta: il sintomo alimentare è un sintomo “egosintonico”. Questo significa che il soggetto, più che soffrirne, è “sintonia” con il suo sintomo, è qualcosa da cui trae una sorta di beneficio, non è un problema per lui, piuttosto una soluzione. Perché dunque liberarsene? Farne a meno?

Secondo quali principi fare prevenzione su una sintomatologia che non vede il soggetto disponibile e interessato alla stessa? Come raggiungere un soggetto costitutivamente contrario a qualsiasi intervento dissuasivo o persuasivo?

Una scelta etica

Siamo di fronte a una scelta etica: metterci dalla parte del soggetto coinvolto, se necessario anche contraddicendolo, ma presupponendone dei valori, una logica, oppure metterci dalla parte di chi considera il problema come un capriccio e lo contrasta, o semplicemente non intende comprenderlo.

Nella clinica sappiamo perfettamente che porsi di fronte a una persona con una sintomatologia alimentare come colui che sa quale sia il suo bene e che vuole dissuaderlo dal suo comportamento, non fa che impedire l’aggancio e rinforzare il sintomo.

L’essere umano non ha una spinta automatica verso il benessere. I disturbi alimentari ce lo dimostrano ogni volta. È necessario rovesciare la nostra logica e accoglierne un’altra, magari inizialmente incomprensibile, ma precisa. 

Normalmente, è più utile “porsi in negativo”, come qualcuno che non sa quale sia il bene del paziente, che non vuole necessariamente qualcosa da lui e non aderisce a un ideale di benessere precostituito.

Di conseguenza, in un certo senso: il medico lavora di contro al medico, lo psichiatra lavora di contro allo psichiatra, il nutrizionista lavora di contro alla dieta, il genitore stesso lavora di contro al suo ruolo di genitore. E tutto questo dà i suoi frutti.

Dalla clinica alla comunicazione

Questa strategia ha un suo parallelo comunicativo mediatico.

Cosa significa? Significa che mettere in campo un’azione di prevenzione che agisca sui soggetti, deve necessariamente collocarsi “di contro” allo stesso attore che pronuncia l’azione dissuasiva o il gesto a scopo preventivo. 

Nessuno dice “cosa fare”, il sì è solo del soggetto. È importante favorire nel soggetto la possibilità di una scelta. La scelta non avviene, non può avvenire, tra ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è sano o malato, ciò che è normale o patologico. 

Non si tratta quindi di rinforzare l’Io o costruire una sana immagine di sé, ma di smontare i pezzi, ogni volta, perché il soggetto possa togliersi dalla sua propria graniticità e ricostruirsi a suo modo

Come ha scritto Federico Paino, operatore HETA e curatore delle campagne di prevenzione del Centro, in un libretto informativo rivolto ai giovani:

L’esperienza clinica insegna che non si sono soluzioni valide per chiunque: per ognuno il sintomo assume un significato irripetibile, quindi crediamo sia superfluo consigliare cosa dire a chi soffre. D’altra parte, invece, è molto utile suggerire cosa NON dire, perché le parole veicolano, involontariamente, molto più di un significato letterale.

La prevenzione, a nostro avviso, si può pensare solo in questi termini.

Estratto dell’intervento tenuto da Giuliana Capannelli a Roma all’interno del Convegno “Coloriamoci di Lilla tutti Insieme” il 19 ottobre 2019