Il lavoro: da fonte di stress a interrogativo

Il tema del lavoro si trova al centro del discorso sociale, fin dai primi ingressi nella comunità. “Che lavoro fanno i tuoi genitori?”, “cosa vuoi fare da grande?” sono tra le prime domande che il bambino incontra nell’altro. Già in età infantile, si inizia a fantasticare su quale attività poter svolgere in futuro, sperimentandone, nel gioco, dinamiche e attrattive. Nella scelta futura, spesso si riveleranno determinanti identificazioni e significanti che hanno avuto un posto particolare nel proprio percorso di crescita, che arrivino da un genitore, un insegnante, una persona di riferimento.
L’occupazione rappresenta una componente importante dell’esistenza, non solo in quanto necessità a livello reale – per poter vivere occorre avere la disponibilità per procurarsi beni e servizi essenziali. Il lavoro è anche luogo dove si incrociano aspettative, fantasie, desideri, aspirazioni e, inoltre, fatiche nelle relazioni. Scrive Freud: “La possibilità di spostare una forte quantità di componenti libidiche, narcisistiche, aggressive, e perfino erotiche sul lavoro professionale e sulle relazioni umane che ne conseguono, conferisce al lavoro un valore in nulla inferiore alla sua indispensabilità per il mantenimento e la giustificazione dell’esistenza del singolo nella società.” (Il disagio della civiltà).
Per questo suo posto di rilievo, l’attività lavorativa può divenire il luogo dove si manifestano difficoltà che si ripetono e che si incontrano, magari, anche in ambiti differenti, causando situazioni di stress. Ad esempio, avere la sensazione di non riuscire a portare a termine un compito in modo autonomo, non potersi mai ritenere soddisfatti, nonostante si siano raggiunti i risultati cercati, tormentarsi perché si poteva fare diversamente. Sentire di essere sempre in attesa di un apprezzamento dell’altro a conferma della propria competenza. Se l’ingresso nel campo lavorativo permette, sul piano del reale, un passaggio all’autonomia, ad altro livello porta a scoprirsi ancorati ad una dipendenza dall’altro, dal suo giudizio, da una parola di riconoscimento o disapprovazione.
Altre situazioni fonte di possibile disagio sono quelle in cui si cede tutto al lavoro – gli affetti, la salute, altri interessi – senza riuscire mai a distaccarsi, includere pause. Questa “abbuffata di lavoro” può accadere per tramite di un super io dispotico che comanda di corrispondere sempre, a qualunque costo, sul piano del dovere, oppure di un ideale per cui “fare carriera” diventa un’insegna imprescindibile per potersi presentare alla comunità. In alcuni frangenti, il lavoro può costituire una sorta di soluzione sintomatica, in quanto stare nella fatica – e anche nel comfort – della produttività, può dare l’illusione di pienezza, di non mancare di nulla, non avere bisogni. Gli “altri” pensieri e problemi sono messi a tacere. Sono questioni che l’essere umano incontra da lunghissima data, già Seneca, a questo proposito chiamava in causa “l’impossibilità di restare con te stesso” (De brevitate vitae).
In tali situazioni può accadere di trovare una sorta di equilibrio, anche per lungo tempo. Oppure è possibile che, ad un certo momento, un accadimento particolare segnali che c’è qualcosa di stonato in tali dinamiche, sentendo l’esigenza di aprire un interrogativo su quanto accade, per ridare vigore alla soddisfazione che si può trovare nell’occupazione, sopratutto, segnala Freud, quando permette di utilizzare proprie inclinazioni e moti pulsionali.

Dott.ssa Benedetta Faraglia
Associazione Kliné – FIDA Milano