Fame d’amore: quando tutto diventa troppo

C’è un troppo nelle parole e nelle immagini di certi prodotti televisivi che circolano ultimamente relativamente ai disturbi alimentari. Prendiamo a spunto la serie intitolata “Fame d’amore” trasmessa da RAI 3 in seconda serata e che è ora alla sua seconda edizione. Non è l’unica trasmissione televisiva sul tema, ma certamente quella più ragionata per sensibilizzare il pubblico a comprendere cosa “sta dietro” un disturbo alimentare come l’anoressia, la bulimia, l’obesità, il disturbo d’alimentazione incontrollata e tutte le altre forme di disagio psichico che si manifestano attraverso il cibo.

Il format sceglie di documentare pezzi di storie di persone che stanno attraversando questo problema e che lo affrontano all’interno di strutture riabilitative (una sopra tutte), finalizzate alla guarigione dal sintomo. Così si susseguono le storie di Beatrice, Francesca, Alberto, ecc., e con loro ci sono scorci degli altri utenti, interventi dei terapeuti, immagini dei luoghi di vita e di cura, passaggi relativi alle famiglie. Una giornalista fa da trait d’union e filo conduttore delle varie parti di racconto. Tutto bello, tutto bene. 

Come mi ha detto una collega: “L’idea di partire dai luoghi in cui ci si cura è sicuramente potente, apre la strada”. Alcuni genitori che hanno figli con problemi di disturbi alimentari e che sono immersi nella quotidiana difficoltà di farvi fronte, hanno trovato in queste storie di cura, a volte molto dure anche, una speranza, l’idea di una possibilità. Senza dubbio anche diversi ragazzi che stanno attraversando questo tunnel hanno trovato punti di aggancio identificatori e riconosciuto il linguaggio di chi stava parlando come proprio. 

Eppure, questo piano di rispecchiamento, così immediato e così sensibile, pur arrivando a toccare corde emotive in maniera potente, spesso può risultare addirittura pericoloso se non accompagnato da livelli di elaborazione altra, simbolica diciamo. E in effetti, oltre alle storie personali, abbiamo la voce guida che raccorda il tutto e abbiamo gli interventi degli operatori dei centri riabilitativi che fanno da cassa di risonanza dell’orientamento terapeutico a sostegno della cura. Il quadro di riferimento c’è, le storie individuali pure, il messaggio che si vuole dare è costantemente esplicitato. La giornalista, in particolare, definisce in maniera molto chiara i significati sottesi alla “malattia”, che cosa “veramente” si nasconde dietro il cibo, quali sono le “motivazioni profonde” che spingono queste persone a manifestare il proprio disagio attraverso il cibo o a martoriare il corpo, incidendo così sul peso e sulle proprie abitudini alimentari e comportamentali.

Questa nuova verità che viene svelata sul sintomo alimentare e che potremmo riassumere in: “Non è un problema di cibo ma è una malattia dell’amore”, non fa che spostare l’asse della questione, ma continua a rinforzare un sintomo che meriterebbe, al contrario, di essere un po’ disarticolato dai suoi significanti chiave. Quando si parte così, con l’idea di “voler dire”, di svelare la verità su questo sintomo, fosse anche per contrastare i luoghi comuni che spesso circolano, il rischio di scivolare sul versante dell’ideale e della morale sono dietro l’angolo. 

E così, se sulle storie individuali non c’è nulla da dire – anche se nel racconto vengono evidenziati gli aspetti più immaginari e identificatori piuttosto che quelli soggettivi – lo stesso non può dirsi delle parole di chi guida la narrazione e delle scelte effettuate per sottolineare i percorsi di cura: 

“Il cibo non è altro che amore”; “Divorare il cibo vuol dire divorare amore”; “Ora può capire cosa è davvero importante per essere felice”, “Questi ragazzi hanno paura di essere giudicati; per questo devono essere perfetti”, “Questo il segreto: B. Deve accettare di essere normale”, “Questi genitori hanno cercato di essere i migliori genitori possibili. Gli hanno dato tutto, hanno dato tutto l’amore che potevano, ma forse il loro figlio o la loro figlia aveva bisogno di un altro tipo di amore”.

Quanto sapere, quanta verità.

Che cosa manca? Niente si potrebbe dire, c’è tutto. 

Ma questo tutto finisce per diventare un troppo. Troppo di parole e di immagini che fissano e non lasciano spazio all’interpretazione personale, troppo di definizioni e certezze su cosa le cose sono, su cosa le cose vogliono, su cosa le cose dicono. 

Così, senza nulla togliere alle buonissime intenzioni degli autori e al grande sforzo di lettura e di tenuta che si è fatto per cucire insieme tutti i pezzi e restituire un senso adatto al pubblico televisivo,   questa tipologia di narrazione finisce per dare consistenza al sintomo e per focalizzarsi su un ideale di benessere e di guarigione che, se da una parte rinforza il discorso dominante, dall’altra non riesce a cogliere la singolarità di ogni situazione.

Infine, una nota sul titolo. “Fame d’amore” è anche il titolo di un libro di Fabiola De Clercq, la fondatrice dell’Associazione ABA, che ha rappresentato una voce importante nel panorama dei disturbi alimentari. Questo libro è datato 1998 ed in effetti riprende tutta la tematica dei disturbi alimentari come malattie dell’amore in voga in quel periodo e sviscerata da diversi autori. Ora, con 20 anni di esperienza e sofferenza in più, e con un mondo che trasforma e ci trasforma, questa lettura, che pure ha dato i suoi frutti, ha esaurito a nostro avviso la sua potenza e la sua opportunità. 

Forse servono altre parole per dire ciò che rimane come resto soggettivo per ciascuno, al di là di questa e in generale di tutte le categorizzazioni. 

Con questo ci implichiamo nel dire che non è più il tempo delle definizioni e del senso, e che questa partita si può giocare se non pretendiamo di essere noi a definire il campo, fare l’arbitraggio e predisporre un risultato. È essere lì, in movimento, con l’altro, che può fare la differenza. Ma senza garanzia alcuna e per il solo gusto di farlo. Bonne chance à tous!

Dott.ssa Giuliana Capannelli
Psicoanalista SLP, Presidente HETA – Presidente FIDA