Prevenire è meglio che curare?

Nel campo della salute pubblica, la prevenzione è oggetto di molta attenzione, di importanti investimenti e di molteplici campagne di informazione e sensibilizzazione: dal tumore al seno, alla sclerosi multipla; dalle malattie cardiologiche fino anche alle nuove patologie virali che ci riguardano così da vicino in questo tempo pandemico.

La prevenzione – primaria, secondaria o terziaria che sia – mira a favorire nelle persone la consapevolezza del problema e la messa in atto di azioni utili ad evitare o arginare le conseguenze dello stesso.

Quando si affronta il tema della prevenzione nell’ambito della salute mentale però, ed in particolare in quello relativo ai disturbi alimentari, l’argomento diventa immediatamente complesso e controverso.

Complesso perché il campo della patologia psichiatrica ha la particolarità di non potere essere considerato un campo “neutro” quanto alla responsabilità personale. A nessuno verrebbe in mente di addossare la colpa della SLA a chi ne è portatore e di arrabbiarsi con lui per le conseguenze della malattia. Lo stesso non può dirsi quando parliamo di problematiche psichiche, in particolare se legate al campo delle dipendenze patologiche.

Controverso perché nonostante numerosi studi, ricerche, teorizzazioni, non esistono linee guida universalmente applicabili. Le diverse metodiche utilizzate nella prevenzione sono spesso in contraddizione tra loro e sembrano non riuscire a raggiungere i risultati prefissati. Se a questo associamo l’elevato costo che hanno i programmi di prevenzione, possiamo ben capire come si finisca facilmente per sposare l’idea che la spesa non valga l’impresa.

La prevenzione nel campo dei disturbi alimentari

A differenza della maggior parte delle proposte che circolano sul mercato, la nostra posizione in merito alla prevenzione dei disturbi alimentari è radicale: non si fa prevenzione mirando a superare gli atteggiamenti disfunzionali e i comportamenti non salutari rispetto al cibo. 

In questo modo miriamo a creare uno spartiacque tra un concetto di prevenzione di tipo normativo, rieducativo e comportamentale e l’idea di una prevenzione che tenga conto della posizione dei soggetti coinvolti e li includa nel processo che li riguarda.

Partiamo da una considerazione universalmente riconosciuta: il sintomo alimentare è un sintomo “egosintonico”. Questo significa che il soggetto, più che soffrirne, è “sintonia” con il suo sintomo, è qualcosa da cui trae una sorta di beneficio, non è un problema per lui, piuttosto una soluzione. Perché dunque liberarsene? Farne a meno?

Secondo quali principi fare prevenzione su una sintomatologia che non vede il soggetto disponibile e interessato alla stessa? Come raggiungere un soggetto costitutivamente contrario a qualsiasi intervento dissuasivo o persuasivo?

Una scelta etica

Siamo di fronte a una scelta etica: metterci dalla parte del soggetto coinvolto, se necessario anche contraddicendolo, ma presupponendone dei valori, una logica, oppure metterci dalla parte di chi considera il problema come un capriccio e lo contrasta, o semplicemente non intende comprenderlo.

Nella clinica sappiamo perfettamente che porsi di fronte a una persona con una sintomatologia alimentare come colui che sa quale sia il suo bene e che vuole dissuaderlo dal suo comportamento, non fa che impedire l’aggancio e rinforzare il sintomo.

L’essere umano non ha una spinta automatica verso il benessere. I disturbi alimentari ce lo dimostrano ogni volta. È necessario rovesciare la nostra logica e accoglierne un’altra, magari inizialmente incomprensibile, ma precisa. 

Normalmente, è più utile “porsi in negativo”, come qualcuno che non sa quale sia il bene del paziente, che non vuole necessariamente qualcosa da lui e non aderisce a un ideale di benessere precostituito.

Di conseguenza, in un certo senso: il medico lavora di contro al medico, lo psichiatra lavora di contro allo psichiatra, il nutrizionista lavora di contro alla dieta, il genitore stesso lavora di contro al suo ruolo di genitore. E tutto questo dà i suoi frutti.

Dalla clinica alla comunicazione

Questa strategia ha un suo parallelo comunicativo mediatico.

Cosa significa? Significa che mettere in campo un’azione di prevenzione che agisca sui soggetti, deve necessariamente collocarsi “di contro” allo stesso attore che pronuncia l’azione dissuasiva o il gesto a scopo preventivo. 

Nessuno dice “cosa fare”, il sì è solo del soggetto. È importante favorire nel soggetto la possibilità di una scelta. La scelta non avviene, non può avvenire, tra ciò che è giusto o sbagliato, ciò che è sano o malato, ciò che è normale o patologico. 

Non si tratta quindi di rinforzare l’Io o costruire una sana immagine di sé, ma di smontare i pezzi, ogni volta, perché il soggetto possa togliersi dalla sua propria graniticità e ricostruirsi a suo modo

Come ha scritto Federico Paino, operatore HETA e curatore delle campagne di prevenzione del Centro, in un libretto informativo rivolto ai giovani:

L’esperienza clinica insegna che non si sono soluzioni valide per chiunque: per ognuno il sintomo assume un significato irripetibile, quindi crediamo sia superfluo consigliare cosa dire a chi soffre. D’altra parte, invece, è molto utile suggerire cosa NON dire, perché le parole veicolano, involontariamente, molto più di un significato letterale.

La prevenzione, a nostro avviso, si può pensare solo in questi termini.

Estratto dell’intervento tenuto da Giuliana Capannelli a Roma all’interno del Convegno “Coloriamoci di Lilla tutti Insieme” il 19 ottobre 2019

Fame d’amore: quando tutto diventa troppo

C’è un troppo nelle parole e nelle immagini di certi prodotti televisivi che circolano ultimamente relativamente ai disturbi alimentari. Prendiamo a spunto la serie intitolata “Fame d’amore” trasmessa da RAI 3 in seconda serata e che è ora alla sua seconda edizione. Non è l’unica trasmissione televisiva sul tema, ma certamente quella più ragionata per sensibilizzare il pubblico a comprendere cosa “sta dietro” un disturbo alimentare come l’anoressia, la bulimia, l’obesità, il disturbo d’alimentazione incontrollata e tutte le altre forme di disagio psichico che si manifestano attraverso il cibo.

Il format sceglie di documentare pezzi di storie di persone che stanno attraversando questo problema e che lo affrontano all’interno di strutture riabilitative (una sopra tutte), finalizzate alla guarigione dal sintomo. Così si susseguono le storie di Beatrice, Francesca, Alberto, ecc., e con loro ci sono scorci degli altri utenti, interventi dei terapeuti, immagini dei luoghi di vita e di cura, passaggi relativi alle famiglie. Una giornalista fa da trait d’union e filo conduttore delle varie parti di racconto. Tutto bello, tutto bene. 

Come mi ha detto una collega: “L’idea di partire dai luoghi in cui ci si cura è sicuramente potente, apre la strada”. Alcuni genitori che hanno figli con problemi di disturbi alimentari e che sono immersi nella quotidiana difficoltà di farvi fronte, hanno trovato in queste storie di cura, a volte molto dure anche, una speranza, l’idea di una possibilità. Senza dubbio anche diversi ragazzi che stanno attraversando questo tunnel hanno trovato punti di aggancio identificatori e riconosciuto il linguaggio di chi stava parlando come proprio. 

Eppure, questo piano di rispecchiamento, così immediato e così sensibile, pur arrivando a toccare corde emotive in maniera potente, spesso può risultare addirittura pericoloso se non accompagnato da livelli di elaborazione altra, simbolica diciamo. E in effetti, oltre alle storie personali, abbiamo la voce guida che raccorda il tutto e abbiamo gli interventi degli operatori dei centri riabilitativi che fanno da cassa di risonanza dell’orientamento terapeutico a sostegno della cura. Il quadro di riferimento c’è, le storie individuali pure, il messaggio che si vuole dare è costantemente esplicitato. La giornalista, in particolare, definisce in maniera molto chiara i significati sottesi alla “malattia”, che cosa “veramente” si nasconde dietro il cibo, quali sono le “motivazioni profonde” che spingono queste persone a manifestare il proprio disagio attraverso il cibo o a martoriare il corpo, incidendo così sul peso e sulle proprie abitudini alimentari e comportamentali.

Questa nuova verità che viene svelata sul sintomo alimentare e che potremmo riassumere in: “Non è un problema di cibo ma è una malattia dell’amore”, non fa che spostare l’asse della questione, ma continua a rinforzare un sintomo che meriterebbe, al contrario, di essere un po’ disarticolato dai suoi significanti chiave. Quando si parte così, con l’idea di “voler dire”, di svelare la verità su questo sintomo, fosse anche per contrastare i luoghi comuni che spesso circolano, il rischio di scivolare sul versante dell’ideale e della morale sono dietro l’angolo. 

E così, se sulle storie individuali non c’è nulla da dire – anche se nel racconto vengono evidenziati gli aspetti più immaginari e identificatori piuttosto che quelli soggettivi – lo stesso non può dirsi delle parole di chi guida la narrazione e delle scelte effettuate per sottolineare i percorsi di cura: 

“Il cibo non è altro che amore”; “Divorare il cibo vuol dire divorare amore”; “Ora può capire cosa è davvero importante per essere felice”, “Questi ragazzi hanno paura di essere giudicati; per questo devono essere perfetti”, “Questo il segreto: B. Deve accettare di essere normale”, “Questi genitori hanno cercato di essere i migliori genitori possibili. Gli hanno dato tutto, hanno dato tutto l’amore che potevano, ma forse il loro figlio o la loro figlia aveva bisogno di un altro tipo di amore”.

Quanto sapere, quanta verità.

Che cosa manca? Niente si potrebbe dire, c’è tutto. 

Ma questo tutto finisce per diventare un troppo. Troppo di parole e di immagini che fissano e non lasciano spazio all’interpretazione personale, troppo di definizioni e certezze su cosa le cose sono, su cosa le cose vogliono, su cosa le cose dicono. 

Così, senza nulla togliere alle buonissime intenzioni degli autori e al grande sforzo di lettura e di tenuta che si è fatto per cucire insieme tutti i pezzi e restituire un senso adatto al pubblico televisivo,   questa tipologia di narrazione finisce per dare consistenza al sintomo e per focalizzarsi su un ideale di benessere e di guarigione che, se da una parte rinforza il discorso dominante, dall’altra non riesce a cogliere la singolarità di ogni situazione.

Infine, una nota sul titolo. “Fame d’amore” è anche il titolo di un libro di Fabiola De Clercq, la fondatrice dell’Associazione ABA, che ha rappresentato una voce importante nel panorama dei disturbi alimentari. Questo libro è datato 1998 ed in effetti riprende tutta la tematica dei disturbi alimentari come malattie dell’amore in voga in quel periodo e sviscerata da diversi autori. Ora, con 20 anni di esperienza e sofferenza in più, e con un mondo che trasforma e ci trasforma, questa lettura, che pure ha dato i suoi frutti, ha esaurito a nostro avviso la sua potenza e la sua opportunità. 

Forse servono altre parole per dire ciò che rimane come resto soggettivo per ciascuno, al di là di questa e in generale di tutte le categorizzazioni. 

Con questo ci implichiamo nel dire che non è più il tempo delle definizioni e del senso, e che questa partita si può giocare se non pretendiamo di essere noi a definire il campo, fare l’arbitraggio e predisporre un risultato. È essere lì, in movimento, con l’altro, che può fare la differenza. Ma senza garanzia alcuna e per il solo gusto di farlo. Bonne chance à tous!

Dott.ssa Giuliana Capannelli
Psicoanalista SLP, Presidente HETA – Presidente FIDA

Il peso del corpo: l’obesità per la psicoanalisi

Qualche tempo fa una paziente obesa mi ha posto la seguente domanda: cosa ci fa lo psicologo nella cura dell’obesità?
Effettivamente credo sia una bella domanda, legittima soprattutto laddove l’obesità è sempre stata trattata da un punto di vista medico e non solo per le complicanze ad essa legate.

In effetti, se consideriamo l’obesità come disturbo, un disturbo del corpo, è il medico o il dietologo o il chirurgo, la figura preminente per il trattamento, per la cura che secondo questo orientamento cercherà di riequilibrare un rapporto alterato con il cibo, cercherà di educare o rieducare un comportamento.

Se consideriamo l’obesità, così come gli altri dca, come disturbi appunto, cioè come disfunzioni, come cattivo funzionamento o malfunzionamento di una attività del corpo non possiamo che orientarci verso la medicina, la chirurgia, la prescrizione di diete, di farmaci: tutti interventi diretti a ridurre qualcosa di “troppo” presente nel corpo.

La domanda della paziente è quindi legittima e chiedersi cosa ci faccia lo psicologo nella cura o lo psicoterapeuta o peggio ancora lo psicoanalista, è una domanda che ha il suo senso…

La risposta possiamo trovarla però se partiamo da un’altra posizione.
Quella che ci permette di considerare, grazie alla psicoanalisi, l’obesità non come disturbo, disfunzione, ma come espressione di un disagio che ha origini altrove, come un sintomo.

Cos’è il sintomo? Cos’è per la psicoanalisi?

Con Freud abbiamo imparato che il sintomo è una formazione derivante da un conflitto, una costruzione che il soggetto fa, in modo inconscio, per far fronte a un conflitto interno tra istanze diverse. Il sintomo è qualcosa quindi che rappresenta il soggetto, di cui in qualche modo è responsabile, ma di cui il soggetto stesso che ne soffre, che si lamenta, non sa. Il senso del suo stesso sintomo gli sfugge, è un enigma.

Sempre con Freud sappiamo che nel sintomo è racchiusa una verità, la verità del soggetto sottoforma di metafora, di immagine che lo rappresenta ma il cui significato, il cui valore non è chiaro, è opaco.

Quindi l’obesità non è un disturbo.
Ma l’obesità non è neanche una questione legata alla volontà o meglio alla mancanza di volontà.

Quanti tentativi la persona obesa mette in atto: quante volte sentiamo dire “da domani… da lunedì… inizio la dieta, faccio ginnastica, vado a correre, mi iscrivo in palestra…” e così via. E magari questo succede, per qualche tempo funziona ma poi qualcosa ritorna, ritorna quella spinta di nuovo, irrefrenabile all’oggetto cibo, al divoramento, al mangiare senza limiti e, apparentemente, senza perché.

Ed è sempre Freud che ci insegna che c’è un agire dell’uomo che va oltre la volontà, che va oltre il principio di piacere, come lui lo definisce, che spinge l’uomo, paradossalmente, a ripetere, a mantenere, a rivivere situazioni di dispiacere, di malessere, di disagio. Si tratta di una spinta alla ripetizione di qualcosa di spiacevole, una pulsione di morte, come Freud la chiama, una spinta cioè antibiologica che ci dà la misura di come l’uomo non sia solo e tutto all’interno di un ordine biologico.

Questa visione sovverte l’idea classica dell’uomo alla ricerca del benessere, della volontà come dominatrice incontrastata dell’agire umano, del desiderio di armonia come unica molla presente nell’uomo.

L’uomo quindi si trova a lottare non solo contro le proprie esigenze e quelle esterne, appartenenti alla realtà, alla famiglia, alla società, ma anche interne all’essere umano stesso; una lotta tra istanze diverse che, se da un lato gli fanno affermare di voler star bene, dall’altro lo spingono esattamente in altra direzione.

Ho cercato di isolare alcuni punti che solo per ragioni di chiarezza espositiva elenco come distinti poiché di fatto sono intimamente intrecciati e che caratterizzano la clinica dell’obesità:

  1. patologia che investe la sfera orale, cui consegue un soddisfacimento orale
  2. in gioco il rapporto con l’altro
  3. il rapporto con il corpo
  4. negazione/timore del desiderio, nella duplice versione desiderio dell’altro e proprio desiderio

Patologia della sfera orale

Nelle società industrializzate, in cui la presenza, l’offerta di cibo è abbondante e sempre disponibile, il cibo stesso rappresenta ciò che può tappare, saziare, ridurre la fame ma anche mettere a tacere qualcosa che non è propriamente fame, o meglio che è fame d’altro.

Con fame “d’altro” introduciamo un elemento enigmatico. Cos’è questo altro di cui si parla? E’ altro dalla fame “biologica”, diciamo così, ma è anche fame che riguarda l’altro, che si lega all’altro della relazione, del rapporto.

Freud nei 3 Saggi faceva notare come il bambino che succhia il seno materno realizza non solo l’appagamento di un bisogno. L’attività stessa di suzione costituisce un appagamento libidico, un piacere. E attraverso il latte il bambino riceve non solo nutrimento ma anche una cura particolarizzata, riceve attenzione, riceve come dice Lacan, un segno d’amore da parte dell’Altro materno.

Questo segno dà una valenza simbolica all’oggetto cibo che diventa pertanto rappresentante del dono d’amore e come tale non è più solo oggetto che appaga il bisogno: il latte non è più solo latte, il cibo non è più solo cibo, ma è anche altro, è anche segno dell’amore, è anche il segno del desiderio dell’altro verso il bambino.

L’altro, attraverso la sua presenza e assenza, permette al soggetto di sperimentare la mancanza e conseguentemente il desiderio.
Laddove però l’altro è pronto a raccogliere la domanda del bambino solo come domanda di soddisfacimento di bisogno e non riconosce dietro essa la richiesta d’amore e non dà il segno del proprio amore, del proprio desiderio, l’oggetto cibo può assumere il valore immaginario di compensazione, diventa l’oggetto compensatorio che colma il vuoto di desiderio lasciato dall’altro.

La passione orale che fissa il soggetto obeso all’oggetto cibo e che porta ad una trasformazione, alla deformazione del corpo, è segno di qualcosa di alterato nel rapporto che il soggetto intrattiene con l’altro e nel rapporto che ha sperimentato tra bisogno domanda desiderio.

La persona obesa vive una pulsione orale sregolata, compulsiva verso l’oggetto cibo; un eccesso che rimane fissato sulla sfera orale e che spesso viene sollecitato da situazioni di frustrazione, di disagio; questa fissazione instaura e mantiene una dipendenza dall’oggetto, molto simile a quello che troviamo nelle tossicodipendenze, nell’alcoolismo.

Il divoramento e il soddisfacimento attraverso il cibo permettono di non passare attraverso il rapporto con l’altro, attraverso il legame con l’altro, l’altro del desiderio. Mediante il divoramento dell’oggetto, la sua incorporazione il soggetto nega la mancanza dell’altro, nega la sua perdita; nega quella separazione che gli permetterebbe di inventare, di saldare invece con l’altro un legame nuovo. L’esperienza di soddisfacimento diventa così un’esperienza solitaria, individuale, in cui il soggetto è tutto preso da un godimento solitario.

Chi è l’altro della persona obesa? Com’è l’altro con cui ha a che fare?

Ogni soggetto, come Freud e Lacan ci insegnano, per sua stessa struttura, è mancante. Ogni essere umano cioè perde con la separazione dall’altro, l’altro materno, l’oggetto mitico di soddisfacimento; da qui la sua incompletezza, il suo essere mancante appunto e perciò desiderante.

Affinché ci sia un desiderio occorre ci sia un posto vuoto, un buco, una mancanza.
L’obeso nega tale mancanza, la ottunde attraverso l’incorporazione, il divoramento dell’oggetto da cui dipende, come abbiamo detto.

La dipendenza patologica dall’oggetto sottolinea la difficoltà della separazione e l’impossibilità di accostarsi alla dimensione del desiderio.

Il suo altro è un altro non mancante, onnipotente, che può, che sa, che spesso ha un sapere particolare proprio sul cibo. Di fronte a questo altro pieno, senza buchi, che chiede, che ha aspettative, ma che non mostra una mancanza, un desiderio, il soggetto obeso soggiace. Si appiattisce sulla domanda del suo altro, risponde alle aspettative, diventa come l’altro lo vuole.

In questo modo l’obeso accondiscende all’altro, l’altro materno, a cui non sa dire di no, che non sa contrastare. E al di là dell’apparente socievolezza, dell’apertura, della disponibilità c’è una difficoltà di rapportarsi con il desiderio dell’altro, perché ciò che manca è proprio il rapporto con la propria mancanza.

Il rapporto con l’altro quindi, con l’altro materno in primo luogo, è compensato dall’oggetto cibo e l’appiattimento, la sottomissione alla domanda dell’altro testimonia una separazione simbolica non avvenuta, una perdita non sperimentata.
In questo modo non vi è spazio per un desiderio, perché il desiderio prevede una mancanza; non c’è spazio per un rapporto che passi attraverso la mancanza, un rapporto sostenuto dal desiderio. Tutto è pertanto riversato sull’oggetto cibo come modalità compensatoria di godimento che consente di eludere l’angoscia legata al desiderio dell’altro e al desiderio proprio.

Da qui discende il 4. punto: mantenere l’altro, la sua onnipotenza permette di non prendere una posizione autonoma; negare che l’altro possa essere mancante e quindi desiderante, considerarlo pieno, con un sapere, senza buchi, senza mancanze, senza desideri mette al riparo anche dal proprio desiderio. Fino a che il soggetto infatti si pone al servizio dell’altro, si mantiene in una posizione di sottomissione, di sudditanza, può evitare, può rinviare l’incontro con il proprio desiderio e con la responsabilità di esso.

La persona obesa teme infatti proprio questo, il rapporto cioè con il desiderio dell’altro e con il proprio e per questo predilige momenti di godimento propri, scollegati dal legame interpersonale, legati solo al cibo.
Il desiderio è quindi negato, rifiutato.

Il corpo è il luogo del desiderio e del rapporto con l’altro

Nell’obesità il corpo perde le forme che lo rendono desiderabile, che lo rendono attraente. E’ un corpo privato degli attributi sessuali, da cui lo sguardo viene distolto, che permette l’allontanamento della pulsione sessuale, l’incontro con l’altro e mette al riparo anche dal proprio desiderio, spesso inconfessabile, inaccettabile per il soggetto stesso.

“Una molle corazza” come è stata chiamata da una giovane donna, protettiva anche verso il proprio desiderio inaccettabile perché fuori dai canoni educativi ricevuti…

La cura

Se affrontiamo l’obesità solo dal lato del ripristino di un peso ideale, lo trattiamo alla stregua di una qualsiasi malattia fisica, potremmo sì alleggerire il paziente dai kg di troppo e dall’angoscia, almeno temporaneamente, con buoni risultati, ma senza aver dato la possibilità al soggetto di trovare un sapere, il suo sapere sul sintomo, sulla sua natura, su cosa cela, su quale verità nasconda.

L’oggetto cibo che la persona obesa usa per placarsi, colma un vuoto insostenibile.
L’ascolto della parola del soggetto permette invece di introdurre uno spazio, una scansione nella catena senza fine del divoramento, permette di lasciare un posto, svuotato dall’oggetto cibo, di sperimentare la possibilità di un buco attorno al quale costruire qualcosa di nuovo.

L’ascolto della parola del soggetto, un ascolto che non vuole rimpinzare ancora una volta ma che è capace di creare uno spazio, permette di non continuare a colmare con oggetti cibo-parola, ma consente di far posto alla parola del soggetto, le permette di uscire fuori, di non essere ricacciata all’interno come spesso sottolineano espressioni come “mi tappo la bocca”, “sto zitta e ingoio”.

La parola detta si deposita fuori e nell’atto stesso della sua emissione rivela qualcosa del soggetto al soggetto stesso.
Il cibo che copre l’angoscia, che la ottunde, costituisce l’operazione inversa a quella che la terapia permette e cioè l’attraversamento dell’angoscia, l’incontro con la propria mancanza, con la propria fragilità, verità e risorsa del soggetto.

Nella cura dell’obesità, come del resto di tutti i sintomi, occorre cautela, occorre misurare l’intervento in considerazione della struttura del soggetto.

Il sintomo, non va dimenticato, è un tentativo di autocura e come tale non è sempre possibile, soprattutto nelle strutture più fragili, pensare una sua eliminazione completa proprio in virtù della valenza che possiede di appoggio, di stampella. Quello che però è possibile fare è rendere il sintomo meno dannoso, meno doloroso e accompagnare il soggetto nella ricerca di altre forme, meno pericolose, di autocura.

Il lavoro analitico consente proprio questo: consente di inventare un modo singolare, unico per il soggetto di incontrare se stesso e l’altro.

Come esistono le anoressie, le bulimie, così esistono le obesità. Esiste cioè la peculiarità, la singolarità del soggetto con cui è possibile lavorare per dare un luogo al sintomo, collocarlo nella storia particolare, trovarne la logica e renderlo più sopportabile.

Questo è il percorso possibile che, per rispondere alla domanda iniziale con cui abbiamo aperto, dà un posto non solo al soggetto ma anche al terapeuta.

Dott.ssa Cristina Quinquinio
Referente Heta per la zona di Senigallia

I Disturbi del Comportamento Alimentare

I disturbi del comportamento alimentare sono patologie complesse che riguardano solo apparentemente un disagio del corpo e della funzione alimentare, ma hanno piuttosto a che fare con uno stato di malessere e difficolta’ profonda della persona.

L’anoressia e la bulimia colpiscono a tuttoggi prevalentemente il sesso femminile (circa 90%) pur essendo in grande aumento negli uomini. Insorgono nella maggioranza dei casi durante l’adolescenza anche se l’eta’ di esordio della malattia si sta abbassando e, attualmente, si riscontrano sempre piucasi nellinfanzia e nella pubertà (anoressia 0.3%, bulimia 1%, altri disturbi 6%).

In Italia si e’ stimato che la prevalenza di anoressia e bulimia, tra le donne di etacompresa tra i 15 e 24 anni, e’ di circa 65.300 casi, pari al 1.5% e che l’incidenza e’ di 15 casi per 100.000 abitanti, pari a circa 8.500 nuovi casi allanno.

Estendendo tali dati alla Regione Marche, la cui popolazione residente e’ di 1.504.827 unita’, di cui 72.559 femmine di eta’ compresa tra 15-24 anni, si stima un tasso di prevalenza di circa 1100 casi e di incidenza pari a 225 casi lanno. Tuttavia tali stime sono da considerare in difetto in considerazione, sia dei casi che colpiscono l’eta’ infantile (10-14 anni), sia dei casi subclinici e del sommerso. Inoltre, il Ministero della Salute ha riscontrato che in Italia le percentuali di sovrappeso (21-27%) e di obesità (7-11%) sono le più alte dEuropa.

L’intervento nell’infanzia

I bambini, nel corso del loro sviluppo, possono manifestare problematiche diverse rispetto al cibo che rappresenta, da subito, un momento privilegiato nel rapporto con l’altro familiare e con la relazione d’amore. Nellatto nutritivo non si esplica solo un dovere biologico, ma si esprime un linguaggio affettivo che fa della nutrizione una prima forma di comunicazione con lAltro.

I bambini possono dunque manifestare in via privilegiata attraverso il cibo un disagio che riguarda sempre altro dall’alimentazione. Possono ad esempio riversare nel cibo sentimenti di rabbia o gelosia che li portano a reagire in maniera diversa dal solito o a rinforzare comportamenti di rifiuto e sfida, ma anche presentare blocchi sintomatici sul cibo in determinate fasi dello sviluppo sia fisico che relazionale quali ad esempio lo svezzamento o l’entrata nel mondo della scuola. Queste manifestazioni devono ritenersi transitorie, ma costituiscono comunque dei campanelli d’allarme da prendere in considerazione.

Altre volte possono essere presenti difficoltà più importanti rispetto all’alimentazione sia nel senso dell’evitamento del cibo: (alimentazione selettiva, fobia del cibo, anoressia infantile), sia dalle ricerca smodata (iperalimentazione compulsiva, sovrappeso e obesità psicogena).

Si cerca allora, soprattutto con un percorso di coinvolgimento dei genitori e delle figure di riferimento del bambino, di approfondire le cause scatenanti il problema e di aiutare i familiari a superare il momento di crisi accogliendo le istanze profonde della domanda soggettiva del bambino. Si cerca anche di evitare la medicalizzazione e la psicologizzazione del disturbo e di intervenire senza far sentire il bambino malato, strano o diverso, ma offrendo la possibilità di un luogo di elaborazione della difficoltà attraverso il gioco e l’ascolto.

L’intervento nell’adolescenza

La pubertà e ladolescenza rappresentano un momento in cui spesso, ad entrare in crisi, è il corpo prima del cibo. I cambiamenti legati alla crescita, la fatica di relazionarsi con un corpo sconosciuto di cui spesso si percepisce il peso improvvisamente, la preoccupazione e il pensiero per la propria immagine corporea e per l’effetto che provoca negli altri, possono favorire l’utilizzo difensivo del cibo e l’emergenza di una problematica alimentare che può rivelarsi anche molto seria (anoressia, bulimia, ossessività verso il cibo).

L’inizio a volte è subdolo e legato ad episodi non subito riconducibili ad una difficoltà in ambito alimentare. Spesso è in coincidenza di un cambiamento dovuto a situazioni esterne e non controllabili: cambiamento della scuola o dell’abitazione, separazione dei genitori o modifica delle condizioni economiche della famiglia. Sovente a segnare il passo è la rottura di un legame affettivo (perdita di un familiare, rottura di un’amicizia importante o di una relazione amorosa).

In queste situazioni di crisi, e in un momento in cui è difficile fare appello all’altro familiare che viene spesso visto più come un nemico che come un sostegno, qualcosa fa nodo. Così si finisce per difendersi tramite cibo; il rifiuto delloggetto cibo provoca una falsa padronanza della situazione che favorisce l’idea illusoria di non avere bisogno di niente e di nessuno, di riuscire farcela da soli. Altre volte il cibo può diventare l’unico amico e sostegno, il rifugio su cui appoggiare qualsiasi frustrazione e difficoltà, ed invade il campo a volte quasi alla stregua di una droga.

E’ allora importante superare la propria reticenza e darsi la possibilità di farsi aiutare per fermare il circolo vizioso che la risposta sintomatica mette in atto anche al di là della propria volontà e per lavorare attorno alle questioni profonde della propria identità e del proprio essere sessuato.

L’intervento nell’età adulta

Nell’età adulta i disturbi alimentari possono manifestarsi sia come conseguenza di una problematica con il cibo non risolta in precedenza e “cronicizzata”, sia come una totale novità o comunque qualcosa di cui non ci si era resi conto della portata tanto era stato tenuto sotto controllo.

Le richieste di aiuto vengono spesso da persone che da anni soffrono di sintomatologie alimentari importanti (bulimia, obesità, alimentazione incontrollata, anoressia cronica) e che hanno fatto percorsi terapeutici di ordine psicologico o nutrizionale di tipo “mordi e fuggi”. Altre persone hanno sempre rifiutato un aiuto e hanno negato il problema o tentato di risolverlo da sole. Per altre ancora il problema alimentare era talmente integrato nella loro economia di vita che non lo hanno considerato tale quanto una modalità individuale da non trattare come una patologia. Ci sono poi anche situazioni in cui la risposta al disagio attraverso il cibo sembra arrivare in età adulta, a volte anche in un’età avanzata, come una novità e non come una modalità conosciuta di reazione.

Una battuta d’arresto, una relazione interrotta, un cambiamento nel corpo che, a volte, può presentarsi anche in maniera subdola, sono tutti fattori scatenanti. E questo è valido sia negli uomini che nelle donne.

In tutti i casi di disturbo alimentare in età adulta si tratta comunque di andare oltre quello che si manifesta e analizzare in maniera puntuale sia il momento di inizio che i vari legami con le situazioni ambientali e relazionali che il disturbo presenta nella vita del soggetto. Si tratta finalmente di dare voce a quello che è stato sempre messo a tacere, nascosto, inascoltato e aiutare la persona a innescare meccanismi di cambiamento.

Il thigh gap

Intervista alla Dott.ssa Giuliana Capannelli

Il thigh gap – il desiderio di avere gambe magrissime, che unite non si toccano, lasciando ampio spazio tra le cosce – puo’ essere interpretato come un nuovo disordine alimentare? se si, lo reputa un disturbo a sé o è riconducibie all’anoressia?

IL thigh gap è un disturbo dell’immagine corporea che rivela un rapporto alterato con il proprio corpo e che rientra nell’ampio spettro dei Disturbi del Comportamento Alimentare riconducibile all’anoressia. Non può quindi essere interpretato come un disturbo a sé, ma come una delle forme moderne o iper moderne in cui si manifesta il sintomo anoressico. Una risposta del soggetto a un disagio che si manifesta nel corpo ma le cui coordinate problematiche sono da ricercare altrove.

2) Qual è il target più colpito dal desiderio del thigh gap? Anche le donne adulte ne sono affascinate?

Gli adolescenti, soggetti in crescita che devono fare i conti con i cambiamenti repentini del proprio corpo, corpo animato da spinte pulsionali ma di cui non sanno dire molto e le cui coordinate sono confuse, sono senz’altro le categorie più a rischio di thigh gap. La ricerca di un punto di tenuta su cui fare perno per dare risposta a questo passaggio si articola attraverso l’ideale di perfezione corporea. Il “buco” è, in questo senso, un buon perno attorno a cui far girare l’impossibile questione del corpo dell’essere umano. La fascinazione del thigh gap, quando colpisce ad età più mature, è legata o a una crescita mai avvenuta dell’individuo che si ritrova a perseguire la propria identità in un corpo inadeguato all’età o ad un punto di identificazione delle generazioni adulte con un corpo adolescente come tentativo di recuperare un luogo e un tempo perduti.

3) Trova che il fenomeno stia interessando l’Italia? In che termini?

L’Italia, dopo l’America, la Francia, l’Inghilterra, sembra la nuova frontiera dello sviluppo di questa sindrome. Ritroviamo il fenomeno in centinaia di blog, forum, siti in cui circola l’informazione e dove le ragazze (è infatti un fenomeno tutto al femminile questo), scambiandosi foto e modelli di riferimento, si confrontano su quella che sarebbe la ‘misura perfetta’ dello spazio da avere tra le gambe, misura che non ha niente a che vedere con una bellezza reale. Anche a consultazione arrivano ormai sempre più di frequente ragazze che mostrano, dal loro cellulare, le centinaia di foto prese su internet e su cui misurare lo spazio perfetto e ideale per il proprio corpo e l’immagine di sé che ne ricavano.

4) Psicologicamente parlando, cosa c’è dietro il thigh gap?

A livello psicologico dobbiamo tenere conto di più registri che incidono sempre nell’essere umano e che vanno da quello individuale a quello collettivo. In linea generale, e molto in sintesi, potremmo dire che la necessità generalizzata di bucare il corpo (vedi le pratiche di piercing, i tatuaggi, ecc.), nasce in risposta a un società che spinge al consumo e al riempimento e che non permette, attraverso il mantenimento di un vuoto produttivo, la circolazione del desiderio.
Puntare a mantenere un controllo sul giusto spazio tra le gambe, essere catturati dal ‘luccichio’ del vuoto (non per niente si parla di un diamante tra le gambe!), avere una fascinazione per quel ‘niente’ rappresentato dal buco prodotto dal contorno del corpo, può simbolizzare la necessità, vitale per il soggetto, di potersi rappresentare attraverso qualcosa di particolare e unico pur nella sua inconsistenza. Peccato che questa risposta si produca sotto un significante seriale e anonimo dominato dalla spinta a catturare un’immagine di sé ideale e impossibile da raggiungere.
Tutti i tentativi di controllo del corpo, di ricerca di una misura perfetta che l’anoressica mette in atto attraverso il calcolo minuzioso delle calorie, il numero perfetto sulla bilancia, la taglia sempre inferiore dei propri pantaloni o lo spazio ancora più ampio da avere tra le cosce, sono modi di arginare, dare un contorno, difendersi, da ciò che non è controllabile, non quantificabile, imprevisto, non garantito e che l’anoressica rifiuta rifiutando il cibo, anestetizzandosi, spingendosi sempre oltre il limite.

5) Che rischi corrono, in termini di salute fisica e mentale, queste ragazze?

I rischi per la salute sono importanti per il fatto che questa operazione sul corpo può in effetti essere un’operazione senza limite. Non c’è mai la giusta misura e il gioco che si fa è sempre al ribasso. Il problema nei disturbi alimentari è che la spinta pulsionale è senza sosta e, di per sé, non c’è mai un momento giusto per fermarsi. In questi casi si arriva a livelli di gravità in cui è necessario intervenire dall’esterno, a volte anche attraverso un atto clinico importante. I genitori possono essere i primi ad accorgersi che qualcosa non funziona per il giusto verso, ha superato il limite, e hanno spesso l’ingrato ma necessario compito di intervenire per rivolgersi a qualcuno in grado di aiutarli ad intraprendere un percorso di cura.

6) Come riconoscere i campanelli d’allarme? Qual è il limite tra il desiderio di mettersi in forma e l’inizio di un disturbo alimentare?

I campanelli di allarme che dobbiamo considerare in questo disturbo sono gli stessi che vanno valutati per un inizio di disturbo alimentare: la riduzione dell’alimentazione quotidiana anche attraverso una selezione dei cibi e la scelta di cibi meno calorici; l’incremento dell’esercizio fisico che può presentarsi sia nel moltiplicarsi del numero delle volte che si va in palestra che nella ricerca di un’attività più intensiva; la focalizzazione dell’attenzione per le misure del proprio corpo attraverso il controllo ossessivo del peso sulla bilancia o di alcune parti del corpo allo specchio; il tentativo di evitare momenti conviviali  legati al pasto, soprattutto se in famiglia e la tendenza all’isolamento; l’idealizzazione di modelli fisici esterni e l’aumento di interesse per tutto ciò che è relativo all’immagine.
Desiderare di mantenersi o ritornare in forma non è un peccato né un danno per la salute, ma non comporta una ricerca affannosa e insistente su tutto ciò che abbiamo descritto sopra e che invece è preminente nel disturbo alimentare. Certamente non tutte le persone che iniziano una dieta o vanno una volta di più in palestra per tonificare il proprio corpo cadono poi nel problema, chi lo fa è perché ha già le basi per farlo. Ricordiamoci che spesso le ragazze che si mettono a dieta e che poi si avviano verso un sintomo alimentare non hanno in effetti bisogno di dimagrire, ma iniziano a concentrarsi sul peso e sul corpo a partire da congiunture di scatenamento che non hanno niente a che fare con questo. Nei soggetti che sviluppano un disturbo con l’alimentazione o focalizzano la loro ricerca di perfezione sullo spazio perfetto da avere tra le gambe, il corpo, controllato, martoriato, idealizzato, è il rappresentate di un altro piano di discorso, è un corpo che parla e dice altro da quello che si vede.

Esempio: Elena, 16 anni, arriva a consultazione e mi dice subito che lei tiene moltissimo al fisico e che il suo problema è concentrato nel corpo: fianchi, che devono essere stretti; pancia che deve essere piatta e gambe che devono avere uno spazio tra loro. Attualmente quello che le interessa di più è che le gambe mantengano uno spazio tra loro e, quando le domando che cosa significhi precisamente, mi mostra una serie di foto che ha sul suo cellulare e che sono foto seriali di gambe di ragazze allo specchio in cui lei cerca la sua ‘giusta misura’. In particolare mi fa vedere la foto di un autoscatto fatto da una ragazza allo specchio che è una foto molto vista su internet e che noi, come centro DCA, utilizziamo spesso negli incontri con le scolaresche quando parliamo del fenomeno pro-ana. Quella è la sua misura perfetta e quello a cui aspira. Attualmente ci è vicino e non vuole assolutamente perdere il risultato raggiunto con tanta fatica: “Ho paura che mi vada via il buco che ho tra le gambe. Ora c’è lo spazio tra le gambe e voglio tenermelo. E’ lo standard. Ogni ragazza vuole avere lo spazio tra le gambe, è un comune canone di bellezza per le ragazze. Prima non facevo caso alle gambe, ora invece si. Le mie amiche dicono che le mie gambe sono troppo magre e fanno senso. Mia mamma dice che se mi faccio una foto e la confronto con quelle degli altri le mie gambe sono ancora più magre, ma a me non sembra. A me va bene così. E non voglio assolutamente cambiare”.

Dott.ssa Giuliana Capannelli
Psicoanalista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi,
Presidente HETA

DCA e Psicoanalisi

Quando si parla di Psicoanalisi nella cura dei cosiddetti “sintomi moderni” come le patologie da dipendenza quali l’anoressia e la bulimia o i disturbi alimentari in genere, non si parla di applicare la psicoanalisi “classica”, il lettino di Freud per intenderci, ma di applicare i principi logici e l’etica del discorso analitico che, nella “tecnica” può assumere le forme più svariate e tutte in un quadro complesso che comprende un approccio multidisciplinare al problema.

Essere orientati dalla Psicoanalisi nella cura di questi disturbi significa innanzitutto mettere al centro della cura il soggetto, il soggetto dell’inconscio per essere precisi, il che significa porre l’accento non sul sintomo come un deficit o disfunzionamento con conseguente ripristino di uno status quo ante l’inizio della patologia.
Non si tratta di normalizzazione il comportamento alimentare disturbato, malato bensì di porre l’accento sul significato che il sintomo alimentare assume come rivelatore della verità intima del soggetto.

Ciò che ci si deve domandare è dunque qual è non la disfunzione, ma la funzione che questo sintomo ha nell’economia soggettiva. Ciò a cui si mira in una cura è innanzitutto rendere la persona responsabile della sua scelta malata, comprendere le ragioni profonde del suo disagio e permettergli, gradualmente, di optare per una soluzione meno nociva e più consona alla realizzazione del proprio desiderio.

Dott.ssa Giuliana Capannelli
Psicoanalista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi
Presidente HETA

Il mangiare compulsivo porta al suicidio? Una corretta informazione sui disturbi alimentari

Alcuni quotidiani e siti di informazione hanno riportato una notizia basata su una ricerca di una università americana che metterebbe in relazione disturbi alimentari e suicidio.

Abbiamo pensato di commentare questa notizia dato che, in un ambito delicato come quello dei disturbi del comportamento alimentare, l’allarmismo non è mai utile a nessuno.

Le affermazioni che vengono fatte, inoltre, dovrebbero essere finalizzate ad ampliare il campo delle conoscenze ed eventualmente fornire strumenti utili all’intervento, mentre spesso vengono usate come “scoop” per attirare l’attenzione senza considerare le conseguenze che ne possono derivare.

Lodevole certo il tentativo di chi scrive di mettere sull’avviso i familiari e non abbassare la guardia, ma come essere credibili se ad una notizia di tanto scalpore associamo un’immagine così ambigua?

Quando un articolo cita una ricerca, poi, bisognerebbe capire se è stata condotta con seri criteri scientifici e soprattutto non utilizzare i risultati a proprio uso e consumo come sembrerebbe invece avvenire nell’articolo.

La ricerca di cui viene fatta menzione, analizza infatti la relazione tra ansia, insoddisfazione del proprio corpo e manifestazione di un disturbo alimentare. Solo a lato riporta una possibile correlazione tra il disturbo alimentare quale il mangiare compulsivo e il rischio di suicidio.

Ma vediamo di fare un po’ di chiarezza.

I disturbi alimentari, compreso il mangiare compulsivo, sono una difesa, un tentativo di soluzione a dei problemi più profondi (quale ad esempio anche una depressione). Nel mangiare compulsivo abbiamo in aggiunta il problema che la spinta pulsionale è fuori controllo, sovrasta l’ideale di padronanza e il soggetto, invece di avere una difesa a sua disposizione, reitera una condizione di fallimento con relativo aumento dell’angoscia (non si tratta quindi a nostro avviso, di una “introversione dei sentimenti”).

Per questo, là dove l’argine si è rotto e in determinate condizioni personali che vanno valutate e seguite da un esperto e non fornite in base a una numerazione statistica, si può rischiare anche il suicidio. Ma l’atto non avviene perché una persona soffre di disturbo alimentare o mangia compulsivamente!

Si legge inoltre che “la spinta al mangiare compulsivo – dove la persona sente un impulso irrefrenabile a mangiare velocemente grandi quantità di cibo, tutte in una volta – dona alla persona una immediata sensazione di controllo, che tuttavia è poi seguita da una fase in cui la persona prova vergogna, imbarazzo e disagio. In questa ultima fase vi è poi un tentativo di nascondere il comportamento stesso”.

In realtà la spinta al mangiare compulsivo non dà una sensazione di controllo (avviene infatti perché uno è già fuori controllo), ma eventualmente di pienezza, di appagamento, di ottundimento. Il sentimento che ne segue è spesso legato al senso di colpa, al fallimento, alla delusione della propria persona.

A volte si riesce a superare il momento di disagio ricorrendo a metodi di eliminazione (vomito, iperattività, ecc.) che ripristinano, anche se solo temporaneamente, il sentimento di dominio della situazione. Spesso però questo non accade e aumenta nella persona lo stato di rabbia, disagio e soprattutto impotenza.

In questo caso, dire che c’è  “un collegamento tra i disturbi alimentari come il “binge eating” – così come viene definito in inglese questo comportamento – e il rischio di suicidio nelle giovani donne” non significa niente se non si spiega bene quale dovrebbe essere la correlazione (e, come già detto, quella riportata nel testo è totalmente inappropriata).

Secondo noi, dunque, non c’è una relazione diretta tra il mangiare compulsivo e l’ideazione suicida a seguito di un’introversione dei sentimenti. Le questioni sono, come sempre, più complesse. Semplificare non aiuta in questo caso a fare chiarezza né serve alle persone ad essere più attente e consapevoli.

 

Consulta l’articolo di 

Centro HETA – FIDA Ancona Perugia 

Dai corpo alla tua identità: lo specchio e l’insostenibile leggerezza dell’essere nei DCA

Corpo e disturbi alimentari - FIDA Federazione Italiana DCA Corpo e disturbi alimentari - FIDA Federazione Italiana DCA

Centro HETAFIDA Ancona-Perugia

Lei cercava di vedere se stessa attraverso il proprio corpo. Per questo stava così spesso davanti allo specchio. E avendo paura di essere sorpresa dalla madre, gli sguardi allo specchio avevano il marchio di un vizio segreto. Quello che l’attirava verso lo specchio non era la vanità bensì la meraviglia di vedere il proprio io. Dimenticava che stava guardando il quadro di comando dei meccanismi del corpo. Credeva di vedere la sua anima che le si rivelava nei tratti del suo viso. Dimenticava che il naso non è che l’estremità di un tubo che porta aria ai polmoni. In esso vedeva l’espressione fedele del proprio carattere.

Si guardava a lungo e a volte la contrariava vedere sul proprio viso i tratti della madre. Allora si guardava con più ostinazione, cercando con la forza della volontà di cancellare la fisionomia della madre, di sottrarla, così da far rimanere solo ciò che era lei stessa. Quando ci riusciva, era un momento di ebbrezza: l’anima saliva sulla superficie del corpo, come quando un equipaggio irrompe dal ventre della nave, riempie tutto il ponte di coperta, agita le mani verso il cielo e canta”[1].

Il rapporto dell’uomo con la sua immagine è complesso e delicato.

Tra l’essere umano e la propria immagine c’è una schisi, un taglio, una distanza ineliminabile. Da una parte l’esistenza reale e dall’altra la rappresentazione ideale. Davanti allo specchio, piuttosto che con un’identità abbiamo a che fare con un’alterità.

Io, di fronte allo specchio, non sono Io, ma sono un altro, si potrebbe dire.

Lo specchio, incaricato di dare una forma visibile all’essere, se da una parte lo costituisce in quanto unità grazie alla mediazione di un altro che lo riconosce come tale[2], dall’altra gli restituisce un’immagine di cui non ci si può mai appropriare veramente, che sfugge all’ideale di cui si fa portavoce. L’immagine che costituisce l’Io è la stessa che lo separa da sé, che lo divide.

Guardare la propria immagine allo specchio restituisce sempre un certo senso di estraneità. E questo è ancor più vero nell’ambito dei DCA in cui il campo visivo è invaso da una percezione alterata della propria forma. Dismorfobia corporea la cui causa, a differenza di quanto si dice comunemente, non risiede tanto in un eccesso di preoccupazione per le proprie forme quanto, appunto, nella rottura di questo esile equilibrio tra l’Io e la propria immagine ideale. Equilibrio inizialmente tenuto in essere dal riconoscimento esercitato dall’altro.

Chi è la più bella del reame?

Per capire meglio questo discorso partiamo dal famoso specchio della favola di Biancaneve.

La regina, che neanche ha un nome ma è identificata con il potere che esercita, ci viene dipinta come un essere malvagio in netta contrapposizione con il bene, raffigurato da Biancaneve. E’ lei che sta allo specchio e che ha bisogno di chiedergli, tutti i giorni, se è la più bella del reame.

Uno specchio parlante che riflette un’immagine muta, soggetta ad interpretazioni. Uno specchio che non mente mai. Ma la soddisfazione che ne trae non è appagante. Ha bisogno di ripetere questo rituale ogni giorno. Ogni giorno la stessa domanda e l’attesa della stessa risposta. La regina ha bisogno di certezze che non devono essere messe in discussione, di una verità assoluta, disumana. La regina compete solo con se stessa. E’ la sua sicurezza che vacilla e le rende nemico ogni essere che rischia involontariamente di metterla in discussione.

Un giorno, al sentire che lo specchio le rimandava una risposta diversa da quella che aspettava, la regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai. Biancaneve, ora lei la più bella, divenne una minaccia. Solo eliminandola, la regina sarebbe rimasta l’unica.

E’ lo specchio parlante che, in tutta questa storia, agisce, giudica, insinua il dubbio e, infine, suggerisce come azzerarlo.

Qual è l’obiettivo della regina? Ritornare a quell’abitudine consolidata, a quel dialogo ossessivo e privatissimo con una voce autorevole che la condanna ogni giorno ad essere la più bella del reame.

Curioso che la regina non si specchia mai, non è interessata a farlo; la regina guarda ma non vede la sua immagine; ascolta invece una voce, una verità, che le rimanda indietro la sua immagine.

Da notare inoltre che “esistere in quanto unica perché la più bella” è tutta altra cosa dal “riconoscere la propria esistenza come unica” attraverso l’immagine che mi rimanda lo specchio come mia.

Anche nella novella capolavoro di Arthur Schnitzler “La signorina Else” abbiamo un dialogo solitario con la propria immagina riflessa: “Sono veramente così bella come nello specchio?”, chiede Else alla propria immagine riflessa. E la risposta: “Ah, s’avvicini pure, bella signorina. Voglio baciare le sue labbra rosso sangue. Voglio premere i suoi seni contro i miei. Peccato che ci sia quel vetro tra di noi, quel vetro freddo. Come andremmo d’accordo noi due. Non è vero? Non avremmo bisogno di nessun altro”[3].

Per la signorina Else, sarà impossibile sostenere il desiderio dell’altro sul suo corpo, e dopo averne fatto impunemente mostra a tutti, la stessa si deciderà per la morte.

La paura di fronte allo specchio

Ci sono molte letture possibili a partire da questi stimoli letterari. Ciò che ci interessa sottolineare in questo contesto è che i fenomeni di circolazione autistica e mortifera tra sé e la propria immagine allo specchio, sopraggiungono nel momento in cui manca una mediazione dell’ordine simbolico, nel momento in cui l’altro non fa più da sostegno al soggetto. Il corpo rimane allora soggetto al puro sguardo e il dialogo tra se stessi e la propria immagine riflessa si sfalda, si altera, diventa impossibile da sostenere.

E’ a questo punto che di fronte allo specchio sopraggiunge la paura che rimandi un’immagine che io non riconosco come mia. Forma mostruosa, inaccettabile, orrenda, difettosa, ingombrante, che: “Non puoi essere te, non è possibile!”. Per questo poi tutto diventa un come modificarla, come agirci sopra, come “letteralmente” togliere cosa non va, cosa è in più, cosa è scomodo (di solito le parti molli, la carne, la pulsione, il senso di fame, quello che ti fa essere umana, incoerente, desiderante, mortale, che si emoziona, che non razionale, controllabile, contabile, monitorabile). Se si agisce su quello, perché è quello che non va, te lo dice lo specchio, allora “andrà tutto perfettamente e maledettamente bene”.

Dare corpo alla propria identità significa invece che non si ha “un corpo come desidero”, ma che si deve prendere corpo, consistenza e permetterci di abitare un corpo che possiamo riconoscere come nostro, con tutto quello che ne consegue, senza morirci. E la consistenza la dà la parola se c’è un altro su cui si posa e attraverso cui può essere riconosciuta. Non il numero della bilancia.

Centro HETA – FIDA Ancona Perugia

[1] Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi, Milano 1989.
[2] Vedi la teoria dello stadio dello specchio di Jacques Lacan in J. Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti, Vol I, Einaudi, Torino pp. 87-94.
[3] Arthur Schnitzler La signorina Else, Piccola Biblioteca Adelphi, 1988.

Nude per protesta contro la moda: il corpo sexy e il corpo unico

Protesta moda - Nude per protesta contro la moda: il corpo... Protesta moda - Nude per protesta contro la moda: il corpo...

Guardatele: sono donne di ogni età, razza e taglia, che protestano in lingerie, armate di cartelli e sorrisi, contro certe case di moda che impongono certi modelli di corpo.

L’iniziativa “Operation Real Bodies Real Love” dell’associazione About Face si è tenuta a San Francisco davanti ai negozi di intimo di Victoria’s Secret e non sarà l’ultima, promettono gli attivisti. A questi va tutta la nostra simpatia per la volontà di valorizzare un corpo “non standard”, ma un corpo in tutte le sue manifestazioni e forme. Proviamo però a prendere spunto da questa originale manifestazione per alcune riflessioni.

Sexy a tutti i costi?

Quando si cerca di contrastare l’idea del corpo perfetto, si mostrano le imperfezioni come un vanto o come una risposta: “non dovete essere perfetti, accettate di essere imperfetti“, oppure: “non dovete essere magri, potete essere grassi e felici”. Però si finisce inevitabilmente per parlare del corpo a livello sessuale: “le donne taglia 46 sono formose ma sono sexy”, “le curvy sono più sexy delle modelle troppo magre”.

Ma non è forse questa l’origine di tanti equivoci? Di avere sessualizzato in ogni contesto l’immagine delle donne, e ormai anche delle adolescenti? Proprio Victoria’s Secret era già stata al centro di polemiche per la linea di biancheria troppo esplicita destinata alle ragazzine di 15 anni.

Il peso di avere un corpo

Il rapporto con il proprio corpo è complesso e non già dato una volta per tutte. La psicoanalisi insegna che è un rapporto segnato dall’impossibile. C’è sempre qualcosa che non torna, un difetto, un punto cieco, una mancanza. L’essere umano “ha un corpo, ma non è il proprio corpo e questo segna l’impedimento a farne punto di identificazione, la difficoltà a sostenerne il peso”…

La scommessa di ciascuno di noi, allora, non sta tanto nel passare attraverso il riconoscimento sociale (corpo amato perché guardato, accettato, valutato).

Mettere il proprio corpo in mostra, qualsiasi sia la taglia, vuol dire esporlo alla mercé dell’altro, non c’è più niente di nostro, è un corpo offerto allo sguardo e all’uso dell’altro. E, in un mondo senza etica, sappiamo quello che può significare.

Il difetto “amabile”

Forse è proprio a partire da questo punto soggettivo di impossibile che dobbiamo ripartire: fare di questa mancanza una particolarità non contro ma a favore di se stessi.

L’accettazione del proprio corpo passa allora dall’aver riconosciuto, lavorato e attraversato questo punto di mancanza che lo rende imperfetto e per questo ineguagliabile, unico. Il proprio particolare punto di défaillance, il proprio difetto costitutivo (che caratterizza tutti gli essere umani) ci rende unici e, forse, proprio per questo, amabili.

Centro HETA – FIDA Ancona Perugia

Introduzione a “Donne non si nasce, si diventa” (Simone De Beauvoir, Il secondo sesso) di O. Monteforte

“Il mio corpo cambiava e con esso la mia esistenza, il passato mi abbandonava; ne fui costernata.”

 

Ecco l’inizio della percezione della metamorfosi corporea. Seno, fianchi mostrano una sessualità nascente che non sempre trova il suo spazio. Simone de Beauvoir s’imbatte in una madre che smorza il tentativo di esprimere la scoperta del proprio sesso e che le fascia il seno per non farlo emergere nella sua timida prorompenza dal vestitino comprato troppi mesi prima. Suo padre la vede, senza nasconderlo, brutta, brufolosa e sproporzionata come in realtà è.

La crescita del suo corpo non corrisponde allo sviluppo della percezione di sé. Simone si sente costretta ad entrare nella parte di donna senza sentire quel personaggio, senza avere i mezzi per farlo. È catapultata in una dimensione che non le appartiene ancora e percepisce il passato, sereno passato in cui Dio e i suoi genitori erano salde verità, come qualcosa di superato e ormai lontano. L’illusoria verità si sgretola e lascia spazio ad una realtà completamente sconosciuta. Smarrimento. Fino a quel momento la vita si era basata su cose non universalmente vere, la precedente realtà è messa in discussione e con essa la vita vissuta. Non si conosce nulla con certezza, non si riconosce neanche più quell’immagine deformata che ci appare allo specchio. Il tempo inizia a passare, ma dove avrebbero portato le ore, le settimane e i mesi? Crollano le certezze, ma in cambio non si ottiene nulla. Bisognerebbe essere consapevoli che il passato e il futuro impregnano in atto e in potenza il presente. Come un serpente che cambia la muta si rinnova gradualmente, mantenedo gli aspetti del passato fino al completamento del suo nuovo essere, così l’entrata nell’adolescenza prevede la collaborazione di passato e presente per entrare nel futuro. Ma tutto ciò si percepisce solo a posteriori, Simone de Beauvoir probabilmente non avrebbe potuto descrivere così chiaramente questa fase nel momento in cui la stava vivendo.

Ciò che Simone trasmette tra le righe è la POSSIBILITA’ per ognuno di sostare troppo a lungo in questo stadio di smarrimento, in cui la percezione di sé non corrisponde all’immagine riflessa dallo specchio. Chi non ha visto la Storia Infinita? Per Atreiu la prova più difficile consisteva proprio nell’incontro con lo specchio di fronte al quale avrebbe dovuto sfidare il proprio Io. Simone è imbarazzata dalla visione del proprio corpo fino allo sviluppo di fobie, per esempio arriva a non sopportare più di bere una seconda volta dallo stesso bicchiere. Il suo cambiamento era evidente e i suoi genitori non evitavano di sottolinearne la disarmonià e di trasmetterle il tabù sociale legato alla sessualità. Come un Sileno Simone de Beauvoire possedeva un tesoro che nessuno si curava di cercare ingannato da quell’aspetto mutevole.

Nella narrazione del disagio adolescenziale Simone de Beauvoir fa emergere il ruolo fondamentale dell’affettività ricevuta dall’esterno: paura, angoscia, smarrimento possono essere superati attraverso la vicinanza di una buona affettività, ma se questa affettività è negata o muta improvvisamente, può far degenerare i problemi legati ad un momento della vita in sintomi ben più pericolosi come paranoia, panico e disturbi del comportamento alimentare.

Michel Foucault nel capitolo sulla Dietetica scrive: “il regime fisico dev’essere subordinato al principio di un’estetica generale dell’esistenza in cui l’equilibrio corporale sarà una delle condizioni della giusta gerarchia dell’anima…il regime fisico non deve essere fine a sé stesso”. Ad un atto del corpo corrisponde una reazione dell’anima e viceversa. In questa corrispondenza il cibo può porsi come espressione di un disagio che abbraccia sia il corpo che l’anima, disagio alimentato dai tabù creati a livello sociale e trasmessi da chi ci circonda. Il cibo diviene così un’arma con cui controllare il proprio corpo e un mezzo per denunciare il proprio disagio.