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Anoressia delle passioni di Serena Libertà – Albeggi edizioni – 2013 (recensione)

Kliné propone questo piccolo libro all’attenzione di tutti perché è una testimonianza di una donna che ha attraversato, nell’anoressia, un’esperienza dell’angoscia profonda e devastante.

Serena Libertà è uno pseudonimo di una persona che vive la propria vita, dopo aver riacquistato uno spazio di serenità e libertà; dopo anni, nei quali era alla ricerca dell’amore, ma che pagava a livello del corpo, nella sua estrema magrezza, la sua difficoltà di “sentirsi”, di “ascoltarsi”, come lei dice.

Non si sentiva, qualcosa non le giungeva, era anestetizzata, nel vero senso etimologico della parola. No solo non si sentiva “sentita”, ma non si sentiva a sua volta, rimaneva in una sordità e nel non dare valore e profondità alle sue sensazioni.

Serena è precisa quando dice che era la sua angoscia a creare tutto ciò: “La verità è che non c’è niente da comprendere in questa malattia, c’è solo da fermarsi ad ascoltare. L’anoressia non è la dieta, non è il cibo, non è il peso; l’anoressia è proprio il ‘ non sentirsi’…Il peso preoccupa, il fisico regola l’umore delle persone che in quei momenti ti stanno vicino; ma l’angoscia vera sta nelle paure, nella mente che non ti permette di agire, che ti comanda e immobilizza la tua capacità di scegliere”.

In diverse pagine Serena descrive la potenza dell’angoscia, la potenza annullante dell’angoscia. Quando essa crea una forma di “distacco” dal corpo, è perché non c’è più, lo si è lasciato andare alla sua deriva. In effetti il corpo lo abbiamo perché lo sentiamo, qualcosa del corpo entra in risonanza in determinati momenti più o meno prolungati. L’interessante di quello che dice Serena è questo sentire legato dall’essere “toccati” o meno dall’Altro, dalle sue manifestazioni, dal suo entrare in contatto. Non mi sento perché non sono sentita, sembra dirci.

Dal suo racconto, si evince non tanto un non essere ascoltata, quanto la qualità dell’ascolto. Serena solo a un certo punto incontra un ascolto che muove quello che lei chiama “il desiderio di vita”, la sensazione della vita che da consistenza al corpo, che fa esistere.

Questo è il punto delicato, perché esiste un ascolto che ti lascia inerte e un ascolto che dice “ci sei”, esisti per me. Serena dice questo attraverso una sua frase: “in quel piatto vuoto, in quel viso scarno, c’è solo un grido di aiuto, c’è solo una frase, un’eco profonda: ‘sono qui, ascoltatemi’.

È questo “sono qui”, l’appello drammatico che ci indica che si può essere ascoltati, ma se non si riesce a donare una collocazione, un posto, un punto di esistenza per gli altri, si rimane, in un non luogo, in un vuoto, che appunto può prendere la forma dell’avere solo un sacco di ossa.

Per Serena tutto questo si è espresso attraverso il sottrarsi alla vita, alle sue pulsioni e al desiderio. Si è negata “il permesso” alle emozioni, tanto da non avvertirle più, non si è “permessa” di provare piacere, perché pensava di non essere degna. La sua dignità la ritrovava unicamente nel corpo magro ipercontrollato.

Penso però che il punto centrale di Serena sia, sulla base di quanto detto, la richiesta “insaziabile” che di fatto si negava.

Il suo passaggio nella vita è stato quello di aver accettato, riconosciuto, di avere una domanda insaziabile, una domanda infinita e incolmabile a cui non poteva che rispondere attraverso il “rigetto” di tutto ciò che arrivava dal corpo.

Riconoscere l’insaziabilità della sua domanda, del suo amore, ha voluto dire per lei poter domandare aiuto a una psicologa e a un padre spirituale, avviando così un percorso che l’ha portata a riprendersi la vita e a ripensare l’importanza che l’amore aveva per lei.

Si è sempre, come lei dice, avvinghiata alle relazioni sentimentali, sotto il segno, però, della paura di essere abbandonata, di perdere la persona che le stava “accanto”. Era così totalizzante il suo modo di amare da incontrare l’annullamento di sé stessa e la paura negli altri.

La sua era una battaglia per un amore assoluto, lo è sempre stata, ma non poteva definirlo, perché è solo la religione o l’Idea di Dio che può sostenere questo.

La sua soluzione è impegnare l’anima, fare in modo che la realtà della vita fosse attraversata da lei, è nel pensare che la fame infinita può essere soddisfatta da un essere infinito.

L’idea che Serena ha colto come centrale per sé, è il rapporto con l’assoluto che può diventare devastante se vissuta nella frammentarietà della vita. Almeno che, dice Serena, ci si affidi al senso che si può ricevere da Dio.

L’aspetto toccante di questo libro è che è dedicato al padre di Serena, al padre inseguito da una vita e perduto dopo una lunga malattia. Alla fine del libro Serena pubblica una lettera a lui indirizzata, dove riscopre o forse meglio ri-trova l’amore per lui nel dolore. Il dolore ha un effetto di abbattimento, di strazio, ma può essere anche ciò che ridà la verità di un amore che non si conosceva. Nella perdita, nella scrittura della perdita Serena riconosce un amore bistrattato dalle insufficienze, dalle delusioni, dal senso di inadeguatezza propria e del padre stesso, ma che nell’estrema separazione si riannoda, si costruisce… Per l’eternità.

È questo l’amore per Serena

Pietro Enrico Bossola

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