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Area scuola

L’Associazione Kliné, da sempre, rivolge la sua attenzione alla sofferenza e ai dubbi delle persone che, pur vivendo accanto a chi soffre di un disagio alimentare, spesso hanno difficoltà a leggerne i segni, oppure rimangono immobilizzate dall’inquietudine e dal timore di non sapere come aiutarlo.

Oltre ai famigliari, occorre senz’altro parlare agli insegnanti. Kliné ritiene che, nel loro contatto quotidiano con gli studenti, possano trovarsi a leggere le avvisaglie di un malessere che tendenzialmente viene negato. Klinè ritiene utile offrire ai docenti un luogo dedicato che sia di riferimento per i momenti di difficoltà e di dubbio. Se coinvolti e supportati, potrebbero dare più spazio e valore alla parola della persona in difficoltà.

Dalla nostra esperienza, maturata in diverse scuole superiori milanesi, abbiamo rilevato che le questioni legate ai disagi alimentari che gli insegnanti si trovano ad affrontare sono molteplici: fare fronte alla negazione del problema, gestire le “cadute” scolastiche – quando anche il passaggio da un 9 a un 8 può risultare intollerabile -, affrontare il momento dei pasti durante un viaggio di istruzione, incontrare fenomeni di emulazione in classe e, non ultimo, gestire quotidianamente la propria impotenza. Gli insegnanti che si trovano a contatto quotidiano con ragazzi affetti da un disturbo alimentare, anche quando riconoscono i sintomi, si trovano immancabilmente a fare i conti con una posizione di rifiuto di qualsiasi forma di aiuto che porta ansia e frustrazione.

I criteri di classificazione dei disturbi alimentari sono chiaramente delineati nel DSM 5 -Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders 5. I sintomi possono essere talvolta riconosciuti una volta affiorati, ma la prevenzione e il riconoscimento dei primi segnali di difficoltà sono una questione diversa.

Se da un lato gli psicoterapeuti di Kliné, si prefiggono di sensibilizzare i professori e renderli più capaci di individuare e aiutare i ragazzi in un tempo anticipato per trovare un’altra via di trattamento del disturbo, dall’altro non credono in un sapere tecnico apparentemente infallibile e preconfezionato. Quello che si offre agli insegnanti è, piuttosto, uno spazio di ascolto, di confronto e di contenimento dell’ansia che, di riflesso, può produrre effetti terapeutici anche per i ragazzi in difficoltà con cui si relazionano.

Il disagio psicologico parte dal fatto che qualcosa non va, senza che il soggetto riesca a rendersi ben conto di cosa. A volte prende la forma di un sintomo circoscritto, di un fenomeno corporeo, di un pensiero ossessivo, di un’inibizione o di un desiderio bloccato, altre volte si tratta di un disagio indefinito, senza nome, che diventa angoscia, o panico. Per dare qualche esempio pratico può, per esempio, succedere che un soggetto viva un disagio alimentare che si traduce in una discontinuità del rendimento scolastico, in una chiusura relazionale o in un cambiamento corporeo, ma nessuno di questi segni è di per sé inequivocabile.

La complessità maggiore consiste proprio nell’avere a che fare con l’incertezza e la negazione, non disporre di evidenze chiare su cui appoggiarsi. La caduta negli stereotipi, che spesso si incontrano (es. l’anoressia è causata dalla esaltazione mediatica del corpo magro delle modelle) è una risposta facile alla difficoltà a maneggiare un argomento sfuggente; gli stereotipi sono una risposta seriale, univoca, a problemi diversi, semplificano e pacificano ma allo stesso tempo chiudono il discorso, non lasciano spazi per letture nuove.

Gli psicoterapeuti di Kliné ritengono che la psicoanalisi possa svolgere il compito di tenere aperto il discorso sociale per incorporare la singolarità di ciascuno, una per una.

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