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Legami deliranti – Dott. Marco Riva

L’autore descrive in prima persona un incontro virtuale con la voce di Sigmund Freud che, nel dicembre del 1938 dai microfoni della BBC, racconta della nascita neurologica della Psicoanalisi. Dopo questo empatico incontro, l’autore affronta la questione dei legami patologici nosograficamente descritti come deliranti, passando dal piano duale a quello psico-sociale. Conseguentemente viene affrontato il tema darwiniano del contagio emotivo attraverso eredi come Lorenz e Harlow sino a Bowlby con la Teoria dell’attaccamento e i Modelli Operativi Interni. La telepatia, l’identificazione proiettiva e la simulazione incarnata orientano ulteriormente il discorso sulla mente pre-simbolica ed in particolare sugli automatismi mimetici. Il discorso si puntualizza sul mondo contemporaneo come caratterizzato da un regime di dipendenza implicante una estroflessione dell’inconscio che esita in ciò che l’autore definisce Esconscio. L’Esconscio dell’analista, magneticamente presente nelle relazioni analitiche, non è interpretabile o trasformabile ma solo, forse, percepibile.

 

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“Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello,

come oggetto, come soccorritore, come nemico

 Freud, 1921

 

C’è un fruscio di fondo, è un rumore che anticipa parole registrate su un vecchio nastro magnetico.

Nel dicembre del 1938, dai microfoni della BBC, Sigmund Freud, esule londinese, racconta la sua vita, la sua carriera professionale come fondatore dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale e inizia il suo discorso con queste parole: «Ho iniziato la mia attività professionale come Neurologo».

Quel che mi colpisce non è solo il contenuto del discorso di Freud ma la sua voce. Una voce anziana che mi fa pensare ad un corpo.

Trovo in rete immagini di Freud a Londra nella sua casa di Maresfield Garden e vedo un corpo provato dall’età e dalla malattia. Un corpo e una voce. Penso alle sue parole, al suo far nascere la Psicoanalisi dal corpo medico, dalla mente neurologica e penso alla sua positivistica, cioè “moderna”, ricerca dell’Inconscio. Ma c’è qualcos’altro. Qualcosa di concreto che ha a che fare con la sua voce.

Freud parla in inglese ma improvvisamente il discorso si arresta e irrompe il tedesco: «All’età di 82 anni ho lasciato la mia casa di Vienna a causa dell’invasione tedesca… ». Empaticamente mi emoziono, immagino croci uncinate, un treno a vapore che parte da Vienna presidiata dai nazisti, sento quel freddo e il dolore alla mascella di Freud, sento la sua umiliazione e la mia indignazione produce nemici da aggredire…

Il primo legame patologico che incontro è un delirio descritto nel 1871 da Legrand du Saulle e successivamente sistematizzato da Lasegue e Falret nel Delirio a due o follia comunicata.

Legrand du Saulle nota che certi perseguitati sono in grado di convertire al loro delirio persone a loro intime come la moglie, i figli, sorelle e fratelli.

Lasegue e Falret nel 1877 descrivono una sindrome che riguarda coppie di persone legate da una vita in comune nello stesso ambiente caratterizzato dalla condivisione di stessi sentimenti ed interessi e con scarse o nulle interferenze esterne. In queste coppie un membro, di solito più intelligente e autoritario, produce un delirio e progressivamente lo impone al secondo in genere suggestionabile cioè facile a lasciarsi persuadere. Costui, che subisce la pressione del partner, influisce però a sua volta su di lui rettificando il delirio.

Il pensiero delirante diventa di fatto comune ad entrambi, diventa ripetitivo, e i partner tendono ad esprimersi con gli stessi termini e con atteggiamenti sostanzialmente identici.

Sono tempi di una Psichiatria fortemente nosografica che vuole vedere e registrare tutto anche i legami “deliranti” con l’inesistente-scomparso.

Inesistente è l’Altro nella Sindrome di Capgras cioè l’illusione dei sosia (Capgras, 1923; Callieri, 1974). Capgras incontra un Altro che non è colui che è, ovvero la moglie non è la moglie e il figlio non è il figlio ma un sosia.

Per il paziente costoro sono impostori che hanno un aspetto assolutamente uguale alle persone originali scomparse. Il paziente “trasforma” l’originale, con il quale ha un profondo legame affettivo, in un sosia sconosciuto quindi terrifico. Oppure l’altro è un Altro così emotivamente presente tanto da essere ovunque come nella Sindrome di Fregoli (famoso trasformista italiano degli anni venti) descritta da P. Courbon e G. Fail, nella quale i falsi riconoscimenti creano legami continui con chiunque Altro sino a far abitare il paziente un mondo continuamente famigliare.

Trovo poi automi e macchine.

Nel 1920 De Clérambault descrive l’Automatismo Mentale. Succede che tra sussurri e bisbigli compaiano pensieri estranei anticipanti e progressivamente sostituenti i propri pensieri. L’anticipazione del pensiero, l’enunciazione dei propri atti ed estranei commenti popolano la vita del soggetto. Questo estraneo prende furtivamente il posto del pensiero del soggetto il quale diviene un oggetto cioè un automa.

Trovo poi un altro Psichiatra che, oltre ad essere un ex ufficiale dell’esercito austriaco, è anche uno Psicoanalista molto promettente. Costui è Viktor Tausk e descrive un caso clinico caratterizzato da un legame con una macchina che ha poteri influenzanti.

Viktor Tausk definisce questa macchina come Influenzante. Tausk, allievo di Freud, rifiutato dal maestro, si suicida con un colpo di pistola alla tempia e con un cappio attorno al collo, forse molto, troppo influenzato dal legame e dalla rottura di questo legame con il maestro.

Poi il Presidente. Il presidente della corte d’appello di Dresda ovvero Daniel Paul Schreber e il suo legame delirante con il prof. Paul Emil Flechsig Psichiatra, Neuropatologo e Neuroanatomista nonché Medico curante del Presidente Schreber.

Nelle sue Memorie di un malato di nervi, riferendosi a Flechsig, Schreber afferma: «Per me non vi è il minimo dubbio a ciò che dai miei medici è sempre stato concepito come allucinazione […] per me è consistito in una influenza sul mio sistema nervoso partita dal Suo sistema nervoso» (p. 16).

Il delirio di Schreber parte dai nervi, conformazioni di straordinaria finezza, divine e divinizzanti la sua anima. Nervi studiati dal Suo prof. Flechsig che all’epoca è già famosissimo per una rivoluzionaria mappatura dell’encefalo basata sulla mielinizzazione progressiva del sistema nervoso centrale.

Il caso Schreber (Freud,1910) diventa uno dei più famosi casi clinici di Freud, pietra miliare sulla paranoia, psicoanalisi “su” una persona mai incontrata da Freud. Invece Schreber incontra continuamente Flechsig, incontra i suoi desideri neurologici così come le isteriche della Salpétrière incontrano i desideri neuro-epilettici di Charcot (Resnik, 2010).

In questi Tre passi nel delirio (Vadim, Malle, Fellini, 1967) faccio un balzo temporale e continentale e incontro un americano, Richard A. Gardner e un’altra sindrome ovvero la P.A.S acronimo di Parental Alienation Syndrome (Gardner,2002) che compare nel contesto di separazioni particolarmente cruente nelle quali un genitore patologico compie una “programmazione” dei figli cioè un cosiddetto lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti e ad esibire astio e disprezzo continuo verso l’altro genitore.

Entro così nella famiglia e trovo una madre che non è considerata una paziente. E’ sì una paziente, è gravissima ed ha un unico sintomo.

Questo mono-sintomo non è in lei ma è in suo figlio eo in sua figlia cioè nel legame. È una madre che produce schizofrenia, è la madre schizofrenogenica descritta da Frieda Fromm-Reichmann.

Non lontano da questa madre trovo legami addirittura “doppi” (Selvini Palazzoli, 1975) cioè contraddizioni tra doppi contenuti ma soprattutto contraddizioni tra una comunicazione verbale e un affetto prodotte dalla stessa persona ad un’altra. Contraddizioni psicopatogene di psicosi.

Poi mi espando e passo dal microcosmo delle relazioni duali o famigliari al mondo sociale e incontro le Sindromi Psicosociali (Di Chiara, 1999) antiche come le religioni e le guerre, moderne come le ideologie politiche e post-moderne come le nuove dipendenze contemporanee.

Queste Sindromi sono costituite da rigidi e “adesivi” legami intragruppali necessari, sostanziali, all’integrità dell’individuo minacciato dal Vuoto disintegrante del non-legame.

Come mai? Come nasce questa identificazione adesiva all’altro (Bick, 1968; Meltzer, 1975), questo bisogno fusionale di un contatto continuo?

Ripenso al corpo di Freud, alla sua voce, al fruscio della registrazione, al nastro magnetico del 1938. Penso a lui chino su un microfono e sento il suo respiro registrato. C’è qualche cosa di tattile, un’esperienza fisica. Un’esperienza che ha a che fare con il mio rapporto emotivo con Freud. Cosa mi trasmette? Cosa mi arriva dal 1938?

Di fatto è un incontro con un’offerta che sento per me plausibile. Un’affordance ergonomica (Gibson, 1999), una contingenza possibile, una percezione diretta. Penso che prima di ragionare sul contenuto del discorso di Freud, prima di ri-significare l’importanza del Movimento Psicoanalitico, prima di ri-pensare alla Psicoanalisi, alla mia Psicoanalisi, alle mie esperienze, alle mie teorie… prima c’è questo incontro con una voce anziana e con il fruscio del nastro magnetico. Penso a mio nonno che mi raccontava storie, ascoltavo i sui racconti e iniziavo a sognare ascoltando la sua voce. Forse questa è l’affordance, la contingenza per me prevalente.

La voce registrata nel 1938 di Freud è il mio caregiver. La sua voce apre una risonanza emotiva.

Charles Darwin nel 1872 individua nell’uomo l’esistenza di capacità innate di riconoscimento delle emozioni altrui, unita ad una tendenza altrettanto innata a rispondere automaticamente a queste in modo congruente. Darwin riteneva che le espressioni emotive agissero da segnali comunicanti ai congeneri un certo stato emotivo determinando al contempo la risposta espressiva per imitazione automatica.

Queste esperienze emotive, immediate ed involontarie, che inducono a rispondere alle espressioni emotive per imitazione automatica esprimono il contagio emotivo.

Konrad Lorenz raccoglie questo lascito e lo sviluppa nell’etologia nella quale la parola imprinting risulta un cardine evolutivo per la comprensione dell’evoluzione della specie. Gli anatroccoli di Lorenz risultano essere geneticamente programmati a seguire ed a legarsi con le figure sentite fonte di protezione perché l’alternativa è la fine della specie.

Un altro erede di Darwin è Harry Harlow il quale descrive la preferenza dei piccoli Macachi Rhesus per un soffice e caldo sostituto materno artificiale, che non nutre, rispetto ad un simulacro di ferro in grado di nutrirli.

Inizia così a concretizzarsi una teoria che pone l’attaccamento e non la soddisfazione degli istinti, compresa la fame, compreso il sesso, alla base dei legami.

Bowlby con la sua Teoria dell’attaccamento spiazza definitivamente le precedenti ipotesi relative alla gratificazione dei bisogni innanzitutto, ma non solo, orali.

Bowlby pone la gratificazione in sé in posizione decisamente secondaria rispetto ai bisogni di sopravvivenza della specie. Descrive una teoria, basata sull’osservazione diretta, che mostra l’esistenza di modelli comportamentali di attaccamento, innati e filogenetici cioè necessari alla specie, e la configura nei seguenti punti: ricerca e mantenimento della vicinanza fisica, angoscia da separazione dalla figura d’attaccamento e l’uso di questa figura come base sicura per la vita.

La precedente ambivalenza tra il piacere e il dispiacere, tra la gratificazione e la frustrazione è sostituita dal vivere o dal morire. La teoria dell’attaccamento di Bowlby evolve sino allo sviluppo del concetto di Modelli Operativi Interni (MOI) che indica la presenza di una serie di procedure implicite, non rappresentabili verbalmente e soprattutto non pensabili, finalizzate ad entrare ed a mantenere il contatto con le figure di attaccamento.

Senza questi modelli, senza l’applicazione di questi modelli non c’è solo mancanza di piacere. Senza l’attaccamento all’Altro non c’è vita.

Altri tre passi nel delirio e penso a tre argomenti che sono uno solo: la telepatia, l’identificazione proiettiva e la simulazione incarnata.

Non è questa la sede per affrontarli esaustivamente ma mi è necessario almeno sfiorarli perché sostanziali alla questione dei legami deliranti.

Telepatia è una parola in disuso. La telepatia cioè la trasmissione del pensiero tra una mente ed un’altra non esiste. Però penso che in questo percorso possa essere una parola utile.

Freud ha flirtato con questa parola (Freud,1921a, 1921b), l’ha sfiorata tenendosi da scienziato ad una distanza di sicurezza.

Nella trentesima lezione della Introduzione alla Psicoanalisi quella sul tema Sogno e occultismo del 1932 descrive la telepatia: «Nulla vieta di supporre che questo sia il mezzo originario, arcaico, di comunicazione tra gli individui, e che nel corso dell’evoluzione filogenetica esso sia stato sopraffatto dal metodo migliore di comunicare che si avvale di quei segni che gli organi di senso sono in grado di captare. Ma chissà che il metodo più antico non sia rimasto nello sfondo e si affermi ancora in certe condizioni, per esempio nel caso di una folla eccitata dalle passioni» (p. 168).

Emilio Servadio, fondatore con Cesare Musatti della Società Psicoanalitica Italiana, si è a lungo occupato di telepatia giungendo a considerarla, analogamente a Freud, inconscia, fonte di materiale analitico analogo al sogno, filogeneticamente antica, imprecisa, primordiale, fonte di rimozione e di resistenze (Servadio, 1963, 1972).

Ripropongo un “contagio” che altri (Bolko & Merini, 1991) hanno già sostenuto. Un contagio tra la telepatia e quel meccanismo proposto da Melania Klein e noto come identificazione proiettiva.

In maniera estremamente sintetica, riferendomi a Thomas Ogden, l’identificazione proiettiva può essere schematicamente suddivisa in tre fasi.

1: la “proiezione” ovvero il desiderio inconscio di eliminare una parte di sé e di metterla o proiettarla dentro a qualcun altro.

2: la “pressione interpersonale” ovvero una sorta di controllo da parte di chi proietta su colui che riceve la proiezione. Dato un intimo rapporto tra due persone il ricevente della pressione prova sentimenti non propri pur credendoli suoi. Secondo Paolo Migone: «la identificazione proiettiva sarebbe paragonabile ad un fenomeno di possessione all’interno di un rapporto interpersonale più o meno stretto. Sembrerebbe una riedizione del concetto junghiano di infezione psichica (Jung, 1946) o un fenomeno tipo “follia a due”» (Migone, 1988, p. 19).

3: la “reinternalizzazione” ovvero la restituzione al paziente, all’altro della coppia, di quel contenuto bonificato. È sostanzialmente la holding materna di Winnicott vicinissima alla rêverie di Bion che «… permette al neonato di proiettare una sensazione, per es. quella di stare per morire, dentro la madre e di reintroiettarla dopo che il suo soggiorno nel seno l’ ha resa assimilabile per la sua psiche» (Bion, 1970, p. 178).

Ma come “passano” questi pensieri, queste emozioni proiettate e poi riproiettate “tra” una mente ed un’altra, tra persone in stretto contatto tra loro?

Un importante aiuto o quantomeno una possibilità di lettura arriva dalla neurofisiologia cioè dalle concettualizzazioni relative alla Simulazione incarnata (Gallese, Migone & Eagle,2006) teoria sviluppata a partire dalla scoperta dei neuroni specchio (Gallese, Fadiga et al., 1996) sino a quell’ormai enorme massa di lavori che portano alla individuazione dei Meccanismi neurofisiologici dell’intersoggettività (Gallese, 2007).

L’osservazione di un congenere che compie un’azione comporta la simultanea attivazione di circuiti corticali motori deputati all’esecuzione delle stesse azioni osservate, ovvero le azioni viste vengono contemporaneamente simulate. Ma non solo le azioni.

A differenza dell’empatia, che implica un processo riflessivo per giungere a mettersi nei panni dell’altro (Bonino, 1998), la simulazione incarnata è una riproduzione automatica, non consapevole e pre-riflessiva, delle azioni e soprattutto degli stati mentali dell’altro, è un essere già nei suoi panni, anzi è avere gli stessi panni.

Questo avere “panni identici” è definito Sistema Multiplo di Condivisione dell’Intersoggettività ovvero uno spazio “Noi-centrico” che mette in relazione, in risonanza, osservatore ed osservato. «Grazie alla simulazione incarnata non assistiamo solo a una azione, emozione o sensazione, ma parallelamente nell’osservatore vengono generate delle rappresentazioni interne degli stati corporei associati a quelle stesse azioni, emozioni e sensazioni, “come se” stesse compiendo un’azione simile o provando una simile emozione o sensazione» (Gallese, Migone & Eagle, 2006, p. 558).

Siamo dunque dotati di una capacità innata e preprogrammata di internalizzare, incorporare, assimilare e imitare lo stato di un’altra persona, e i neuroni specchio costituiscono la base concreta di questa capacità. Perché questa capacità si realizzi è ovviamente necessario, come complemento per il neonato, un adeguato comportamento del caregiver che, interagendo con lui in modo coerente, lo rispecchi.

L’importanza della holding winnicottiana e della rêverie di Bion, cioè della relazione col caregiver, risultano sostanziali non solo allo sviluppo di funzioni come la “mentalizzazione” e la “capacità di pensare” ma anche allo sviluppo fisico del cervello.

Questa mente pre-simbolica, pre-verbale, pre-riflessiva, porosa al caregiver e all’ambiente, questa mente automaticamente mimetica, strutturalmente contagiosa e contagiata che non scompare nel corso dell’evoluzione, è la struttura portante della mente umana.

Da sempre necessitiamo, per essere, di legami che sono elementi costitutivi dell’individuo: l’essere è essere-con. Trovo nel concetto neurofenomenologico di coscienza (Varela, 1997) un elemento nucleare alla questione trattata in questo lavoro.

Nella visione delle neuroscienze cognitive l’origine dell’identità ontologica chiamata mente è in quella serie di interazioni, di accoppiamenti con il mondo, che fa emergere il livello transitorio di un aggregato, mettendoli insieme in una unità coordinata che è appunto l’identità cognitiva cioè la coscienza.

La coscienza è cioè un fenomeno la cui “apparizione” è legata all’esistenza di un sistema nervoso centrale che è innanzitutto situato e accoppiato ad un corpo (che si autoregola è cioè impegnato essenzialmente nella propria nutrizione e nella conservazione di sé), questo insieme è a sua volta costantemente in interazione, in accoppiamento con il mondo esterno attraverso una superficie senso-motoria, e infine un terzo tipo di relazioni-accoppiamenti specie-specifici cioè tra congeneri.

Per tutta l’esistenza di un individuo non è possibile separare la vita mentale, la coscienza, dai cicli costanti prodotti dalle interazioni empatiche socialmente mediate. La coscienza è allora il prodotto di interazioni col mondo e compare, “emerge” solo grazie a una serie di accoppiamenti. E’ una identità puramente relazionale che esiste solo come pattern relazionale.

Questo fatto filo-ontogenetico, elemento costante, assume configurazioni variabili nel tempo.

Il bisogno adesivo di vicinanza passa, circola, dai nostri legami religiosi e pre-moderni con gli Dei o con un Unico Dio, ai nostri legami moderni con sistemi ideologico-dittatoriali industrialmente prodotti dalla propaganda scientifica, sino ai nostri legami post-moderni con le infinite Icone Personalizzate dalle quali dipendiamo.

Nel post-moderno abbiamo abitato un mondo fatto di connessioni in continuo movimento, di possibilità offerte da un futuro continuamente “aspirante” verso l’infinito.

L’uso e abuso del surfing su un reale digitalizzato, perciò tecnicamente manipolabile, ha “discretamente” prodotto il distacco dal coinvolgimento emotivo (empatia) ed il conseguente ingresso in un “delirio cognitivo” di depersonalizzazione dell’altro e di sé (role taking).

Il prodotto contemporaneo è uno “stallo alexitimico” nel quale solo la paura risulta attivante e orientante. Immersi in questa paura liquida (Bauman, 2008), per non morire di terrore senza nome chiediamo “nuove dipendenze” e nuove procedure.

Le strutture iconiche, che popolano il contemporaneo, sono prodotte su misura da noi per ognuno di noi. Bourdieu definisce Habitus queste “strutture strutturanti” che organizzano le nostre rappresentazioni del mondo, matrici generative di consensi intra e sovragruppali.

Baudrillard descrive le Strategie fatali ovvero quella produzione di un pensare univoco di masse all’unisono cioè quel pensiero saturo, definitivo, e definitivamente concretizzato in legami indissolubili. Dominati da un Regime di dipendenza, da noi stessi desiderato ed eletto, siamo bisognosi di relazioni sino ad essere diventati costituiti dalle nostre relazioni procedurali ed adesive.

Le icone personalizzate e personalizzanti, (Maffesoli, 2009) odierni caregiver, sono realmente funzionali ad accogliere le nostre richieste pulsionali.

Questa funzione è però assolutamente parziale in quanto, prive di rêverie (non-holding), le icone “trattengono” e non restituiscono, soddisfano e lasciano nel vuoto cioè producono dipendenza. Ne risulta un individuo liberato dalle pulsioni in quanto costantemente soddisfatte.

Ritengo ipotizzabile prendere in considerazione una regressione a strati profondi e antichi, pre-edipici e pre-mentali cioè pre-pulsionali ovvero strati non individuali ma specie-specifici quindi istintuali. La necessità dei “meccanismi di difesa” viene progressivamente meno, non c’è nulla da difendere data la plausibiltà sociale, che è pretesa superegoica, delle richieste pulsionali.

Quel “dinamico” inconscio freudiano, cioè moderno-scientifico, che da misterioso sarebbe diventato conscio è oggi, nella liquidità contemporanea, sempre più spiazzato da rigorosi bisogni di attaccamento. Attaccamento adesivo continuamente agito con l’adeguamento a procedure che ci permettono di delirare, senza alcuna sosta, di una vittoria definitiva, di una vita senza morte. Legami deliranti di vita eterna pretesi da un inconscio etologico cioè primitivo e brutale che si espone.

Questo “neurologico” inconscio procedurale esce attratto da un simile sé stesso collocato là fuori. Affordances perfette di noi stessi ci attraggono là fuori, oggetti ergonomici, cioè modelli operativi “esterni”, da noi stessi costruiti per incontrare ogni nostra singolarità.

Siamo cronicamente eccitati da somiglianze, da identità identiche alla propria che permettono l’espressone di potenzialità infinite.

E se non sono identiche lo possono diventare cambiando la propria identità in quell’altra. Adeguamenti velocissimi per velocissime personalità Falso Sé (Winnicott, 1970) bisognose di trovare e di adeguarsi a modelli di sé stesse.

Il desiderio si è trasformato nel vomito della bulimica cioè in ripetizioni anancastiche di procedure, o nella guerra anoressica che è l’ultimo modo di essere per resistere come super-eroe.

Il terrore senza nome dell’attacco di panico (morte improvvisa del corpo e della mente) incombe come una bomba già innescata in un campo minato dal vuoto alexitimico.

Questo vuoto interno, lasciato dall’assenza di nomi delle emozioni, fa sì che il peso schiacciante della depressione narcisistica (Resnik, 1980; Pietropolli Charmet, 2000) arrivi ogni giorno della vita non più vita perché svuotata dalla propria inadeguatezza rispetto a desideri non pensabili e non esprimibili.

Credo che questo purissimo Regime di dipendenza personalizzato abbia prodotto una estrazione dell’inconscio (Riva, 2010) , una superficializzazione dell’interno cioè quel che provo a definire come Esconscio cioè una estroflessione “visibile” dell’inconscio procedurale.

Questo uomo senza inconscio “dinamico” si connette, si costituisce con gli Arte-Fatti, cioè con le apparenze e con i modelli di sé. Penso a questo Esconscio come ad un analogo dell’esoscheletro. Un inconscio visibile, perché obbligato a farsi vedere, perché deve aderire per esistere. Penso ad uno shunt, un passaggio diretto inconscio → realtà, una ricerca rabbiosa, pena la vita, di un legame, un tempo chiamato psicopatico, con l’Altro, un’attrazione incontrollabile verso il sosia.

Personalità Come-se (Deutsch, 1965) per assumere le caratteristiche delle persone-oggettti con cui ci relazioniamo, per aderire ergonomicamente a questi oggetti ergonomici cioè a degli oggetti-sosia.

Svuotati possiamo solo inseguire. Inseguiamo refoli di emozioni. Psicopatici alla ricerca di emozioni altrui per colmare il vuoto lasciato dall’inconscio pulsionale che se ne è andato. Cannibali di emozioni mossi dalla fame prodotta dal proprio vuoto. Bambole onnivore divoratrici di partner, di figli, di premi, di congressi, di denaro, di siti, di sesso, di psicofarmaci, di psicoterapie, di qualsiasi ultimo modello cioè di “qualsiasicosa”.

Divoratori ↔ Vittime sono le due posizioni che hanno sostituito le kleiniane posizioni schizoparanoidi e depressive. Questa è la nuova pendolarità dei naufraghi su zattere stracolme di oggetti sempre meno energizzanti perché cloni.

Siamo cibo industriale senza sapore continuamente affamati dal cibo industriale che ingurgitiamo.

Questo produce il nuovo terrore del vuoto, la Nuova normalità (Riva, 2006).

Legami fragili, volubilissimi, che devono essere compensati da legami eterni quindi deliranti.

Credo che noi “psicocuranti” si debba provare a percepire questi Nostri automatismi sapendo di non poterli capire. Questi automatismi relazionali esprimono il nostro Esconscio cioè i nostri bisogni etologici percepibili dall’inconscio dei nostri pazienti ovvero l’esplicitarsi automatico delle nostre procedure primarie e intersoggettive di attaccamento.

L’Esconscio mostra la nostra intrinseca programmazione ad entrare in risonanza con i nostri pazienti attraverso la «retorica corporea» (Grotstein, 2010 p.199). Data la «necessità di non lasciarsi andare ad un’agitata ricerca di fatti e ragioni» (Bion, 1973 p. 169) penso ad un ulteriore passo verso una prassi autopercettiva prima che interpretativa.

Penso ad una necessaria percezione, una “esavisione” delle nostre proiezioni implicite, delle immagini di noi stessi proiettate all’esterno cioè di come appariamo, parliamo, guardiamo come premessa ad un’osservazione delle nostre scritture, del nostro modo di descrivere i casi clinici e delle ideologie incorporate in noi.

Lì c’è l’Esconscio. Lì c’è ciò che “produce” i discorsi dei nostri pazienti. Lì c’è la nostra “natura relazionale” che per essere percepita necessita di silenzio: «Quando le mie orecchie divennero più abituate al silenzio, piccoli suoni divennero più facili da udire.» (Bion, 1981, p.65).

Freud conclude il suo discorso alla BBC affermando: «la lotta non è ancora finita». Certo il percorso della psicoanalisi non è finito, l’analisi è interminabile.

Come Freud cessa di parlare ritorna il magnetico fruscio di fondo che aveva anticipato le sue parole. Prima dei contenuti, prima delle parole, prima della ricerca di significato, prima delle emozioni, prima del sé procedurale, prima dell’attaccamento al caregiver, prima c’è un fruscio fisico che magnetizza il mio riverberare.

È esattamente a questo magnetico fruscio di fondo delle nostre menti, a questa attivazione dei nostri corpi che possiamo provare a prestare attenzione perché da questi incomprensibili “rumori fisici” nascono e proliferano le nostre procedure cioè i nostri legami deliranti.

Marco Riva

FIDA Milano – Associazione KLINE’

 

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