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Il silenzio e la voce nell’anoressia mentale – Dott. Domenico Cosenza

I – Parola e silenzio nell’anoressia

Chi lavora con l’anoressia mentale in ambito clinico non può non rimanere colpito, se si è formato a quella pratica dell’ascolto che è stata aperta da Freud, cioè la Psicoanalisi, per un tratto singolare che incontriamo perlopiù, a partire dai primi colloqui, con il soggetto in anoressia.

Questo tratto pertiene ciò che riguarda la dialettica della parola in ciò che vi fa da sfondo strutturale, permettendone la manifestazione: la dimensione del silenzio.

E’ stato più volte sottolineato il fatto che la clinica dell’anoressia mentale si configura perlopiù come una clinica in deficit di metafora, in cui la parola nella sua funzione inconscia di messaggio fallisce, mostrando un impasse radicale nel rapporto del soggetto con il campo del linguaggio.

E’ merito degli psicoanalisti, in particolare di quelli formatisi all’insegnamento di Lacan, aver posto al centro della questione anoressica non più soltanto il circuito descrittivo peso-corpo-cibo, al cuore degli approcci descrittivi ispirati nosograficamente al DSM-IV e terapeuticamente ai trattamenti cognitivo-comportamentali; né l’orizzonte narcisistico di una fondamentale fragilità dell’Io, al cuore degli orientamenti dinamico-analitici postfreudiani sull’anoressia.

Al cuore dell’orientamento lacaniano sull’anoressia è infatti piuttosto il rapporto del soggetto anoressico con il campo del linguaggio e la dimensione del godimento interna alla soluzione anoressica.

Ciò ha condotto, nell’ultimo ventennio, a mettere in evidenza la portata antimetaforica interna all’anoressia mentale, a mostrare come in essa, ad eccezione delle forme isterico-nevrotiche, il corpo non fa metafora, e non si struttura a partire da una fallicizzazione che lo iscrive nella dialettica del desiderio.

In questa prospettiva, si rivela fuorviante ogni tentativo di ricondurre la genesi della diffusione di questo disturbo nella ragazze all’imperativo sociale alla magrezza femminile incarnato dalla moda. Proprio al contrario, l’anoressia vera si presenta proprio come uno scacco nel processo di fallicizzazione del corpo della ragazza, e come un fallimento della sua possibilità di muoversi nella dialettica del sembiante propria alla mascherata femminile (Soria, 2000, p. 52).

In questo senso, nell’anoressia mentale l’emaciazione per effetto del rifiuto di alimentarsi non ha nella gran parte dei casi valore di messaggio o di domanda, non funziona come appello all’Altro, come operazione volta a strappargli un segno d’amore. Al contrario, il rifiuto del cibo è soprattutto un’incarnazione del rifiuto dell’Altro: una maniera per difendersi, per tagliare i ponti da un Altro minacciante, invasivo, quando non addirittura persecutorio.

Al contempo, e fondamentalmente, il rifiuto diviene nell’anoressia una modalità di godimento (Cosenza, 2008, pp. 140-158), un circuito libidico non in perdita, dunque fuori discorso, che assorbe totalmente il soggetto, e che presenta non poche affinità con il godimento tossicomanico.

E’ in questo quadro che si è voluto rileggere il problema clinico del rapporto del soggetto anoressico con la parola ed il linguaggio semmai più nella logica dell’olofrase che in quella della metafora, approssimando il territorio dell’anoressia mentale alla triade strutturale psicosi-fenomeno psicosomatico-debilità mentale, indicata da Lacan nel Seminario XI (1973, pp. 264-265).

Si tratta chiaramente di un’approssimazione e non di un’inclusione vera e propria, ma che di per sé è sufficiente a renderci assai prudenti nella tentazione di ricondurre al quadro clinico dell’anoressia isterica le pazienti anoressiche che incontriamo.

Mettere all’orizzonte il riferimento alla logica dell’olofrase nella clinica dell’anoressia vuol dire cercare un punto di ancoraggio strutturale ad alcuni fenomeni clinici ricorrenti con il soggetto in anoressia. In particolare, un tratto rilevante che emerge al riguardo è dato dal rapporto desoggettivato con la parola che la paziente anoressica ci presenta.

Tale rapporto si caratterizza, per buona parte del trattamento, per una marcata stereotipia discorsiva, per una tendenza a chiudere il livello dell’enunciazione sull’evidenza dell’enunciato, per una sconnessione dall’inconscio che non fa dare al soggetto valore enigmatico alle sue produzioni oniriche, ai lapsus, alle formazioni dell’inconscio in genere.

Questa fenomenologia del rapporto del soggetto anoressico con il linguaggio si regge su una fragilità strutturale del soggetto stesso, che non gli permette di funzionare in base alla logica del discorso. Quest’ultima infatti prevede nel suo funzionamento, per come l’ha formalizzata Lacan, un soggetto diviso ($), un oggetto perduto (a) che causa il desiderio del soggetto, ed una catena significante articolata (S1-S2) entro cui sui il soggetto si costituisce e viene rappresentato da un significante per un altro significante.

Il soggetto in anoressia si presenta invece, se non strutturalmente fuori-discorso come avviene nella psicosi, “fuori discorso di fatto”, come sottolinea Dewambrechies La Sagna (2006, pp. 57- 70). L’incollamento tra i significanti che l’anoressica presenta quando parla, testimonia di un problema cruciale nell’intervallo tra i significanti, nello spazio vuoto tra un significante (S1) e l’altro (S2). Spazio che essa tende a chiudere ed annullare in quanto è proprio nell’intervallo tra i significanti che si apre lo spazio del soggetto.

Spesso questo fenomeno lo ritroviamo anche, nel lavoro analitico con pazienti anoressiche e bulimiche, rispetto al problema dell’intervallo tra una seduta e l’altra, che viene annullato dalla paziente come tempo di après-coup e di sedimentazione: la seduta seguente si presenta così caratterizzata da una sorta di “evaporazione” di quanto emerso nella seduta anteriore.

La chiusura strutturale di tale intervallo tra S1 ed S2 caratterizza l’olofrase nella triade psicosi-fenomeno psicosomatico-debilità mentale, ma alcuni autori hanno parlato di un’olofrase di posizione, e non di struttura, a proposito di quelle forme di anoressia mentale non riconducibili chiaramente ad una struttura psicotica, né interne al quadro isterico-nevrotico.

 

II – Un silenzio che non risuona

Ora, la questione che vorrei qui affrontare è provare a interrogare il congelamento della portata simbolica della parola proprio all’anoressia mentale a partire dal suo rovescio, cioè alla luce del silenzio che fa strutturalmente da sfondo alla parola.

Se infatti è già accaduto che ci si occupasse nel nostro campo (ma anche nell’ambito della psicosomatica, rispetto alla questione dell’alessitimia) delle criticità del funzionamento della parola nell’anoressia, assai più raro è l’averne interrogato il silenzio. Le considerazioni che seguiranno sono dunque un tentativo d’inquadramento analitico dello statuto del silenzio nell’anoressia.

Sappiamo dall’esperienza analitica che esistono differenti graduazioni del silenzio, e che nell’arco di un’analisi il soggetto analizzante fa differenti esperienze del proprio silenzio, e del rapporto con il silenzio dell’analista. Non è qui mia intenzione entrare in merito alla complessa fenomenologia del silenzio in analisi, ma semplicemente m’interessa individuare alcune coordinate che possono permetterci d’inquadrare meglio la specificità dell’incontro con il silenzio nel soggetto in anoressia.

Distinguerei allora semplicemente un silenzio d’inizio analisi da un silenzio di fine analisi, cercando di mettere in evidenza la differente tonalità tra questi due silenzi.

Il silenzio d’inizio analisi, in un nevrotico, si presenta come un silenzio che lo divide, un silenzio che turba anzitutto il soggetto che ne è portatore. E’ un silenzio dialettico, che trattiene una parola, che veicola una domanda all’analista che l’analizzante non riesce a formulare. E’ un silenzio che ha la struttura del silenzio-messaggio. E’ anche, a volte, una provocazione, una sfida rivolta all’analista: un silenzio che provoca l’Altro alla parola, un silenzio-causa-di-parola. “Perché non parli?”, è la domanda che il silenzio del nevrotico rovescia sul silenzio dell’analista, quando il silenzio assume il tratto della domanda di parola rivolta all’Altro.

Il silenzio di fine analisi si presenta con una tonalità molto diversa: è un silenzio che non domanda più nulla. E’ più un silenzio-risposta che un silenzio che domanda. Affonda la sua esperienza più nel reale del soggetto, è una modalità di esistenza e di accoglienza del reale che lo riguarda, il quale è senza senso. Non si tratta di un silenzio di chiusura verso l’Altro, senza l’Altro, ma piuttosto di un silenzio che si emette al di là dell’Altro, che assume l’Altro nel suo punto strutturale di inesistenza e di non garanzia. Non è un silenzio che vuole essenzialmente essere riconosciuto. E’ un silenzio limite, in cui il soggetto può sostare senza sentirsi in difetto di parola.

Che si tratti del silenzio all’inizio e per lungo tempo, oppure in conclusione dell’analisi, ciò che caratterizza l’esperienza del silenzio in un nevrotico è dato dal fatto che si tratta pur sempre di un silenzio che, in modi diversi, risuona.

Nel silenzio-domanda è la risonanza dialettica del silenzio a farla da padrona, riproducendo nell’analisi la dinamica di rapporto con l’altro propria al fantasma fondamentale del soggetto.

Nel silenzio di fine analisi ciò che risuona non è più essenzialmente riconducibile alla dialettica fantasmatica ed alla sua simbolizzazione, ma è qualcosa che riguarda il rapporto del soggetto con il reale a lui più intimo, con l’oggetto che lo causa, ed ha dunque a che fare più che con la parola con la voce che la parola contiene velandola.

Pensando ora alla clinica dell’anoressia mentale, diventa per noi interessante interrogare la questione del silenzio, nel suo rapporto con la parola e con l’oggetto voce, e provare a vedere se è possibile isolare degli elementi ricorrenti che ne strutturano il campo d’esperienza. Il riferimento ad alcune situazioni cliniche ci sarà d’aiuto in questa operazione.

Una prima ipotesi che vorremmo avanzare è che, nella clinica dell’anoressia mentale nelle sue forme non nevrotiche, il silenzio non si presenta, perlomeno per lunga parte del trattamento del soggetto, nella forma di un silenzio che risuona. Non a caso, la fenomenologia delle sue forme di manifestazione tende a strutturarsi attorno a due polarità: la parola che chiude lo spazio del silenzio, oppure un silenzio che s’inabissa senza limite. Il primo caso, la parola che chiude lo spazio del silenzio, è molto diffusa ed evidente soprattutto nei primi tempi del trattamento, e si presenta come un tentativo di coprire, attraverso una parola vuota e stereotipata, ogni spazio di enunciazione soggettiva nel discorso.

In diversi casi ciò avviene attraverso una ruminazione forsennata, espressa attraverso un discorso assolutamente stereotipato, attorno al tema del cibo, del peso, delle calorie. E’ quanto Amanda, una paziente anoressica restricter ricoverata in comunità terapeutica, espresse una volta con una formula efficace dicendo che aveva la sensazione pressante di “avere il cibo nel cervello”, di “avere la testa piena di cibo”, e di non pensare ad altro che a quello. Questa ruminazione continua attorno al cibo, così caratterizzante la condotta di queste pazienti, che chiude lo spazio del soggetto e l’intervallo tra significanti necessario alla sua divisione, ci interroga attorno alla sua funzione specifica e paradossale, trattandosi di un pensiero continuo e forsennato attorno all’oggetto, il cibo, di cui esse si privano.

Lacan ci offre, con un’intuizione formidabile, una lettura di questo problema clinico, in una lezione del suo Seminario XXI, “Les non-dupes errent”, dove s’interroga proprio su questa ossessione del discorso delle anoressiche sul cibo, provando a farsi dire da loro quale ne sia la ragione.

Ciò che Lacan sostiene è che questa parola stereotipata continua attorno al cibo ha la funzione di difendere il soggetto anoressico da qualcosa che gli fa orrore: l’incontro con il buco nel sapere, con l’inesistenza dell’Altro. Potremmo dire allora che l’anoressica si difende dall’emergenza dell’inconscio nel suo statuto reale e senza garanzia, nel suo funzionamento di pulsione.

L’olofrase di posizione propria all’anoressia mentale, congela il rapporto del soggetto con il proprio inconscio, sconnettendone il rapporto. Per questa ragione, nel percorso delle cure di pazienti anoressiche accade costantemente che, quando la stereotipia discorsiva s’incrina, emerge dal loro discorso un’angoscia peculiare che esse riportano come legata all’incontro con l’esperienza del vuoto. La stereotipia difende l’anoressica dall’esperienza del vuoto, che strutturalmente si apre quando incontrano qualcosa che presentifica per loro il buco nel sapere. Per esempio, per molte di loro è insopportabile, nel trattamento in istituzione residenziale, che vi sia un tempo non strutturato, non riempito completamente da attività, lasciato alla propria decisione.

Un tipico principio che organizza il funzionamento del soggetto in anoressia, ossia la polarizzazione rigida “tutto o niente”, possiamo ritrovarlo operante anche attorno al problema del rapporto tra parola e silenzio. Da un lato infatti, un versante tipico è dato, come abbiamo visto, dalla parola stereotipata che annulla lo spazio del silenzio e la sua funzione di tempo d’intervallo tra i significanti. In questo versante, la parola vuota chiude il silenzio, lavora ad annientarlo.

Nel versante opposto, abbiamo alcuni casi, più rari, in cui l’anoressia si presenta, sul piano del linguaggio, nella forma di un silenzio che stermina lo spazio della parola. Un silenzio senza parola. Si tratta di casi nei quali ci troviamo davanti a delle forme di anoressia in cui il soggetto si presenta sul piano della parola come mutacico.

Il silenzio si presenta qui come osceno, sganciato dalla dialettica della parola, fuori dalle leggi del discorso, in una posizione limite. Si tratta di casi, che potremmo chiamare di “anoressia verbale”, nei quali, sovente, la soglia tra l’anoressia e l’autismo è sottile, ed in cui l’entrata in campo della parola assume per il soggetto un valore di alienazione insopportabile.

Anche a questo riguardo Lacan ci viene in aiuto, laddove nel Seminario X, “L’angoscia”, ci ricorda che la condizione che permette la risonanza nell’esperienza umana della parola, è data dal fatto che la voce come oggetto pulsionale possa essere stata perduta dal soggetto, divenendo dunque qualcosa di separato da lui, dunque di estraneo anche se intimo. Il fatto che la voce sia stata perduta, permette al soggetto d’incorporarla (Lacan, 2004, pp. 317-321).

Questo permette alla voce di risuonare nel vuoto dell’Altro, nel suo punto di non garanzia. Questa extimità dell’oggetto vocale è quanto struttura la posizione del nevrotico nel suo rapporto singolare con la parola ed il campo del linguaggio nel quadro della dialettica di alienazione e separazione. Ma è anche quanto contrassegna il suo rapporto con il sapere come campo strutturato attorno ad un buco, omologo alla perdita dell’oggetto che causa il suo desiderio.

Nella psicosi, il soggetto non fa l’esperienza della perdita dell’oggetto voce, e quest’ultima non a caso fa ritorno nel reale attraverso il fenomeno dell’allucinazione acustica. Il soggetto qui è braccato ed invaso dalla voce, la quale non è separata da lui. Solo se la voce è separata, solo se è stata perduta, può risuonare per il soggetto, prendendo corpo nella sua esperienza del silenzio e della parola. Altrimenti, la sua manifestazione prenderà più la forma della voce che comanda, che punisce, che condanna senza rimedio.

La clinica dell’anoressia mentale è raramente una clinica in cui i fenomeni elementari dell’allucinazione acustica s’impongono. Ciò avviene nei casi di psicosi franca, e spesso la voce comanda al soggetto di rifiutare il cibo perché avvelenato o contaminato, oppure nelle forme anoressico-bulimiche impone di divorarlo senza limiti.

Perlopiù invece ciò che accade è che il comando superegoico s’imponga sul soggetto spietatamente, ma senza che la voce assuma la forma di un altro concreto (la madre, il padre… ) che comanda al soggetto di mangiare o di rifiutare il cibo. Non abbiamo dunque una vera e propria strutturazione di un’allucinazione acustica nell’anoressia mentale, ma abbiamo perlopiù uno scatenamento dell’ingiunzione superegoica, che rende impossibile al soggetto sperimentare l’effetto di risonanza interno alla dialettica della parola ed alla funzione del silenzio come sfondo della parola.

 

Domenico Cosenza

FIDA Milano – Associazione KLINE’

 

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Bibiliografia

Cosenza D., Il muro dell’anoressia, Astrolabio, Roma, 2008;

Dewambrechies La Sagna C., “L’anorexie vraie de la jeune fille”, La Cause Freudienne, n. 63, juin 2006, pp. 57-70;

Lacan J., Le Séminaire. Livre X. L’angoisse, 1962-1963, Seuil, Paris 2004;

Lacan J., Le Séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse, 1964, Seuil, parís, 1973;

Lacan J., Le Séminaire XXI. Les non-dupes errent. 1973-1974, lezione del 9 aprile 1974, inedito.

Soria N., Psicoanalisis de la anorexia y la bulimia, Tres haces, Buenos Aires 2000.

 

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