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Il cibo come resto – Dott. Pietro Enrico Bossola

Perché, alla fine della giornata di lavoro o di studio, passata nella normalità delle cose, capita che si arrivi a casa e si mangi abbondantemente, sapendo che l’ora di cena è prossima, oppure ci si rilassi davanti alla televisione facendo “fuori” magari due vaschette di gelato da soli?

Cosa impone ad altri di mangiare prima di andare a dormire, o cosa costringe altri ancora a passare in panetteria e comprarsi una focaccia prima di giungere ad un appuntamento di lavoro?

 

Questi accadimenti sono frequenti, capitano a molti, chi più chi meno, sono fenomeni che spesso non destano particolare attenzione.

Certo, spesso rientrano in un’economia di vita gestibile, diventano dei “vizi”. Il problema, però, a volte, si complica a causa degli effetti che questi fenomeni procurano: la dieta perseguita da tempo vacilla perché si perdono i risultati o semplicemente si ingrassa, senza calcolare i malesseri che subentrano.

Qualcosa che prima era un di più, può diventare un fenomeno di difficile controllo che mina l’immagine o l’equilibrio di fondo del proprio modo di vivere.

A lungo andare, quello che era percepito come una sorte di “disfunzionamento” sopportabile, può diventare fonte di frustrazione e nello stesso tempo un limite, una sofferenza.

Alcuni rispondono incentivando l’attività fisica, o certi tipi di dieta con il solo risultato di aumentare i meccanismi prodotti dall’ansia, perché queste pratiche non hanno obiettivi di regolazione di lungo periodo e non sono basate su scelte ponderate su cui ci si assume la “responsabilità” degli oneri e degli onori, per così dire. Queste pratiche spesso sono solo attuate sull’onda, appunto, della frustrazione, per recuperare e annullare effetti sul corpo diventati sgraditi.

Come potete leggere non si sta parlando dei disturbi alimentati considerati maggiori come la bulimia e l’anoressia, ma di quei disturbi che non sono normalmente vissuti come centrali nel proprio modo di vivere. Un numero sempre maggiore di persone inizia a interrogarsi e preoccuparsi di questi fenomeni soprattutto quando fuoriescono dal controllo e dai meccanismi di regolazione che ognuno si costruisce e quando si percepisce una netta discrasia rispetto al mangiare come normale attività per vivere, a seguito della sensazione di fame o come soddisfazione del desiderio per qualcosa di buono.

Alcuni, nonostante l’assenza di fame o in mancanza del desiderio di questo o quel cibo, si trovano in determinati momenti nella situazione di dover soddisfare una pura spinta. Certo, si danno spiegazioni o interpretazioni a quanto accade, ma la questione si complica quando le motivazioni trovate non tornano nel momento in cui le contingenze cambiano o quando non sono più presenti gli elementi su cui era costruita la propria teoria.

Vale la pena, quindi, affrontare alcune riflessioni teoriche che, per lo meno, inquadrino il tema per linee generali, sapendo che non si può mai sostituire la singolarità di ognuno e il proprio modo inconscio di costituire questi fenomeni.

Possiamo cominciare con il dire che dai racconti dei pazienti emerge regolarmente il rapporto con l’angoscia.

In effetti, l’ansia, in modo più o meno evidente, è presente e questo ci pone un problema di fondo. E’ piuttosto comune pensare che un certo modo di mangiare diminuisca l’ansia, per vaga che sia; l’effetto pacificante è noto ai più.

Il punto è capire perché il cibo acquieta e a cosa rispondono l’ansia o l’angoscia.

In prima istanza possiamo dire che, effettivamente, il disturbo alimentare può essere una modalità particolare per trattare l’angoscia.

Tutti hanno propri modi di alleviarla; la Psicoanalisi ha costruito la sua teoria, anche, descrivendo le formazioni inconsce che hanno la funzione di contenerla: se si vuole, i concetti di rimozione, di fantasma, di sintomo rispondono a questa dimensione.

A volte, però, questi “processi” sono fragili e devono essere sostenuti da meccanismi altri. I soggetti, spesso, senza saperlo, integrano i meccanismi psichici citati per contenere l’angoscia con altre soluzioni. Cercano un altro modo di “curare” un’angoscia inavvertita che d’altra parte “li sta divorando” (non si può sempre ridurre tutto all’idea che è solo lo “spuntino di mezzanotte”), senza, però, affrontare l’origine reale dell’angoscia stessa. Affrontarla implica un reale lavoro su di sé, perché è anche dovuta ad un resto di simbolizzazione, a qualcosa che resiste ad ogni elaborazione, a ogni presa della parola rispetto a ciò che accade nella nostra libido.

Sappiamo che l’essere parlante usa la parola e i suoi strumenti per incontrare qualcosa che per certi versi teme; non sempre si vuole avere a che fare, a livello di coscienza, con il proprio mondo pulsionale. Quante volte si dice che “se si aprono certi capitoli, non si sa dove si va a finire” o si manifesta inquietudine per delle espressioni del corpo che non si conoscono e che temiamo ci portino verso un’area indefinita e, appunto, ansiogena.

Tutti sono confrontati, attraverso la parola, alla necessità di trasformare il proprio godimento presente nel corpo. D’altra parte il corpo è vivo in quanto ha un suo godimento, ma se non ne vuole sapere niente ci si pone in modo tale da non tenerne conto e viverlo come qualcosa di “autistico”, talvolta estraneo e straniante tutto interno al proprio corpo.

La parola, il linguaggio permettono una localizzazione e nello stesso tempo un passaggio alla rappresentazione, ma questo processo non è mai, per definizione, completo, rimane sempre un resto non agganciato al linguaggio, c’è un punto limite, uno scarto tra il livello della parola e il reale del godimento.

In parte è superabile, ma fondamentalmente questo limite è anche il segno di una impossibilità, rimane sempre un resto, nonostante che il senso comune affermi che si possa ridurlo, anche totalmente.

L’essere umano è tale proprio per questo: perché fa di questo resto un oggetto con il quale ha a che fare.

In fondo tutti si rapportano a qualcosa della realtà, siamo circondati da cose, persone, oggetti, ma esiste un oggetto non meno importante, che non si può cogliere in quanto tale, ma che a qualche livello ci è presente. Ecco, questo, in realtà, ha una funzione nella vita, ha una sua operatività.

Normalmente i nostri desideri sono rivolti verso oggetti materiali per goderceli e trarne soddisfazione, scambiarli, ma soprattutto, abbiamo desideri verso determinate persone; è il nostro mondo oggettuale, sono i nostri investimenti oggettuali, dai quali ci aspettiamo qualcosa o poniamo loro delle domande. La cosa straordinaria, alla fine, è che in questo gioco di aspettative e domande non siamo in attesa di qualcosa di preciso, non miriamo a niente se non all’amore. Già la letteratura ci ha abituato a pensare che ciò che è domandato è al di là dell’oggetto domandato.

Il desiderio in fondo lo troviamo qui, nella differenza tra la domanda esplicita e ciò che della domanda non si esplicita. Se si bada bene all’esperienza personale, non si è mai del tutto soddisfatti dell’ottenimento dell’oggetto richiesto, se non diventa segno di un altro dare, se non diventa amore.

Il punto, però, non è capire, solamente, a cosa mira il desiderio, quale è il suo fine, ma quale è la sua causa. Normalmente siamo abituati a considerare la direzione che percorre il desiderio, meno spesso c’è un’attenzione alla causa del desiderio, a cosa lo muove. E’ una questione difficile, perché non possiamo normalmente avere una parola che la rappresenti, ma questo non impedisce all’essere umano di averne un “percezione”. Ne ha un’idea attraverso delle rappresentazioni e soprattutto delle incarnazioni.

La Psicoanalisi, quando parla di oggetto orale, anale, dello sguardo, ci indica attraverso di essi, quanto si diceva prima. Il cibo per esempio, viene a dare rappresentazione nell’inconscio, non solo all’oggetto del bisogno della fame, ma anche a quello della mancata soddisfazione che la cena più buona del mondo non può dare.

Il cibo, come elemento sostitutivo, può venire ad assumere un valore che va oltre l’ appagamento del bisogno o ciò che permette uno scambio tra le persone; viene a occupare la dimensione di una spinta pulsionale che non trova rappresentazione, che non trova spazio nell’ ambito simbolico del soggetto e che proviene dal corpo, da qualcosa di originario che sfugge a tutti i nostri processi di canalizzazione e di obbligo che il linguaggio impone.

Il cibo, come altri elementi, vengono a concentrare tutto questo e il soggetto a volte non ha un elemento operativo per distinguere il cibo come oggetto di desiderio, ciò a cui anela, dal cibo come qualcosa che ha a che fare con una spinta pulsionale che non trova modo di darsi una forma.

Si produce, dunque, un cortocircuito nel quale il cibo, come qualunque altro oggetto concreto, diventa anche altro, oltre a essere qualcosa di desiderabile nel campo “civilizzato” delle soddisfazioni: diventa, in modo particolare, un oggetto pulsionale. Insomma, il soggetto finisce per avere un rapporto particolare con il cibo: pensando di rimanere sul piano di quel dato oggetto del desiderio, si finisce per nascondere ciò che quel cibo ha la funzione di segnalare: un tratto perduto o non identificato.

Il grande equivoco psichico, l’operazione che a volte avviene è relativa al tentativo di trattare quella che è un’espressione di un mondo perduto o indefinibile attraverso un normale oggetto del desiderio.

In ultima istanza,il disturbo alimentare, attraverso il cibo, può diventare un modo per rendere concreto, evidente, qualcosa di ineffabile e/o perduto, finendo per eludere la possibilità di interrogare il proprio desiderio, la propria mancanza. Si mette un oggetto concreto al posto di quel resto, di quella mancanza, che a volte fa rimanere a “bocca asciutta”.

Questo è un punto importante, appunto, perché mostra la difficoltà che si ha ad interrogarsi sul non realizzato che è in noi e gli sforzi psichici che nascono quando si cerca di “nascondere” questo con, per esempio, il cibo. In altri termini, non si riesce a cogliere l’opportunità e l’operatività che i nostri resti producono.

 

Dott. Pietro Enrico Bossola

FIDA Milano – Associazione KLINE’

 

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