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Quando il lavoro interroga – Associazione Kliné

Il tema del lavoro si trova al centro del discorso sociale, fin dagli ingressi iniziali nella comunità. “Che lavoro fanno i tuoi genitori?”, “cosa vuoi fare da grande?” sono tra le prime domande che il bambino incontra nell’altro. Già in età infantile, il soggetto inizia a fantasticare su quale attività vorrebbe svolgere in futuro, sperimentandone, nel gioco, dinamiche e attrattive. Nella scelta futura, saranno determinanti identificazioni e significanti rivelatisi come fondamentali nella crescita, che arrivino da un genitore, un insegnante, una persona di riferimento.

L’occupazione rappresenta una componente importante dell’esistenza, non solo in quanto necessità a livello reale – per poter vivere occorre avere la disponibilità per procurarsi beni e servizi essenziali. Il lavoro è anche luogo dove si incrociano aspettative, fantasie, desideri, aspirazioni e, inoltre, fatiche nelle relazioni.

Per questo, l’attività lavorativa può rappresentare l’occasione per il manifestarsi di difficoltà che si ripetono, magari anche in ambienti differenti. Ad esempio, avere la sensazione di non riuscire a portare a termine un compito in modo autonomo, presi da un’insicurezza che pare esagerata persino a chi la prova. Oppure, non potersi mai ritenere soddisfatti, nonostante si siano raggiunti i risultati cercati. Si è lavorato a lungo e con responsabilità, eppure ci si tormenta perché si poteva fare diversamente, “meglio”.

Sentire di essere sempre in attesa di un apprezzamento dell’altro a conferma della propria competenza. Se questo riconoscimento non arriva, si resta nella convinzione di essere incapaci, anche con il timore di poter perdere l’incarico; al contrario, quando arriva, sembra non bastare mai. Allo stesso modo, si cerca di fare continuamente qualcosa “in più”, perché non ci si sente mai visti abbastanza, considerati.

Altre situazioni fonte di possibile disagio sono quelle in cui si cede tutto al lavoro, gli affetti, la salute, altri interessi, perché non si riesce mai a staccare, includere pause, sempre presenti, pronti a soddisfare le richieste, a risolvere problemi, impreparati a rappresentare un limite. In questi frangenti, il lavoro può costituire una sorta di soluzione sintomatica, in quanto stare nel comfort – e nella fatica – della produttività, può dare l’illusione di pienezza, di non mancare di nulla, non avere bisogni. Gli “altri” pensieri e problemi sono messi a tacere.

Nelle differenti condizioni, se l’ingresso nel campo lavorativo permette, sul piano del reale, un passaggio all’autonomia, ad altro livello ci si può scoprire ancorati ad una dipendenza dall’altro; ci si trova a dipenderne sempre dal giudizio, dalla parola di riconoscimento o disapprovazione.

In tale situazione di malessere, più o meno forte, può accadere di trovare una sorta di equilibrio, anche per lungo tempo. Oppure è possibile che, ad un certo momento, un accadimento particolare segnali che c’è qualcosa di stonato in tali dinamiche, sentendo l’esigenza di aprire un interrogativo su quanto accade.

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