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Introduzione a “Donne non si nasce, si diventa” (Simone De Beauvoir, Il secondo sesso) di O. Monteforte

“Il mio corpo cambiava e con esso la mia esistenza, il passato mi abbandonava; ne fui costernata.”

 

Ecco l’inizio della percezione della metamorfosi corporea. Seno, fianchi mostrano una sessualità nascente che non sempre trova il suo spazio. Simone de Beauvoir s’imbatte in una madre che smorza il tentativo di esprimere la scoperta del proprio sesso e che le fascia il seno per non farlo emergere nella sua timida prorompenza dal vestitino comprato troppi mesi prima. Suo padre la vede, senza nasconderlo, brutta, brufolosa e sproporzionata come in realtà è.

La crescita del suo corpo non corrisponde allo sviluppo della percezione di sé. Simone si sente costretta ad entrare nella parte di donna senza sentire quel personaggio, senza avere i mezzi per farlo. È catapultata in una dimensione che non le appartiene ancora e percepisce il passato, sereno passato in cui Dio e i suoi genitori erano salde verità, come qualcosa di superato e ormai lontano. L’illusoria verità si sgretola e lascia spazio ad una realtà completamente sconosciuta. Smarrimento. Fino a quel momento la vita si era basata su cose non universalmente vere, la precedente realtà è messa in discussione e con essa la vita vissuta. Non si conosce nulla con certezza, non si riconosce neanche più quell’immagine deformata che ci appare allo specchio. Il tempo inizia a passare, ma dove avrebbero portato le ore, le settimane e i mesi? Crollano le certezze, ma in cambio non si ottiene nulla. Bisognerebbe essere consapevoli che il passato e il futuro impregnano in atto e in potenza il presente. Come un serpente che cambia la muta si rinnova gradualmente, mantenedo gli aspetti del passato fino al completamento del suo nuovo essere, così l’entrata nell’adolescenza prevede la collaborazione di passato e presente per entrare nel futuro. Ma tutto ciò si percepisce solo a posteriori, Simone de Beauvoir probabilmente non avrebbe potuto descrivere così chiaramente questa fase nel momento in cui la stava vivendo.

Ciò che Simone trasmette tra le righe è la POSSIBILITA’ per ognuno di sostare troppo a lungo in questo stadio di smarrimento, in cui la percezione di sé non corrisponde all’immagine riflessa dallo specchio. Chi non ha visto la Storia Infinita? Per Atreiu la prova più difficile consisteva proprio nell’incontro con lo specchio di fronte al quale avrebbe dovuto sfidare il proprio Io. Simone è imbarazzata dalla visione del proprio corpo fino allo sviluppo di fobie, per esempio arriva a non sopportare più di bere una seconda volta dallo stesso bicchiere. Il suo cambiamento era evidente e i suoi genitori non evitavano di sottolinearne la disarmonià e di trasmetterle il tabù sociale legato alla sessualità. Come un Sileno Simone de Beauvoire possedeva un tesoro che nessuno si curava di cercare ingannato da quell’aspetto mutevole.

Nella narrazione del disagio adolescenziale Simone de Beauvoir fa emergere il ruolo fondamentale dell’affettività ricevuta dall’esterno: paura, angoscia, smarrimento possono essere superati attraverso la vicinanza di una buona affettività, ma se questa affettività è negata o muta improvvisamente, può far degenerare i problemi legati ad un momento della vita in sintomi ben più pericolosi come paranoia, panico e disturbi del comportamento alimentare.

Michel Foucault nel capitolo sulla Dietetica scrive: “il regime fisico dev’essere subordinato al principio di un’estetica generale dell’esistenza in cui l’equilibrio corporale sarà una delle condizioni della giusta gerarchia dell’anima…il regime fisico non deve essere fine a sé stesso”. Ad un atto del corpo corrisponde una reazione dell’anima e viceversa. In questa corrispondenza il cibo può porsi come espressione di un disagio che abbraccia sia il corpo che l’anima, disagio alimentato dai tabù creati a livello sociale e trasmessi da chi ci circonda. Il cibo diviene così un’arma con cui controllare il proprio corpo e un mezzo per denunciare il proprio disagio.

 

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