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Della felicità – Paolo M.

Si rese conto che quella era stata, per lui, e avrebbe continuato nonostante tutto a essere una giornata felice, quando l’argine leggermente rialzato del sentiero, poco più in basso della panchina dove si era fermato a fare uno spuntino con sua moglie, arrestò il rotolare saltellante lungo la scarpata della pèsca tonda gialla e soda, che gli era scivolata di mano, un istante prima del primo avido morso. Aveva seguito con lo sguardo in apprensione la sorte del frutto, e tirò mentalmente un sospiro di sollievo, vedendolo rimbalzare contro l’argine e poi arrestarsi quasi al centro dello sterrato, su un letto di aghi di abete. L’accenno di imprecazione si sciolse in un sorriso: nuvola passeggera e inconsistente spazzata via dal vento fresco di settentrione, prima di essere riuscita a velare il sole di una limpida giornata estiva. Guarda che fortuna, rifletté, rimanendo quasi ipnotizzato, senza risolversi ancora ad alzarsi dalla panchina, per andare a recuperare il frutto. No, lascia, vado io – tentò invano, riscuotendosi, di bloccare la moglie, che già si avviava.

Sì, era stata, era, sarebbe stata ancora, forse, una giornata felice, per lui. La felicità anzitutto di addentare la pèsca soda e succosa, che, senza l’argine provvidenziale, a quell’ora avrebbe terminato la sua corsa in fondo al ripido pendio contro un cespuglio, nel fitto sottobosco: frutto maturo, che torna alla terra madre, senza avere assolto la sua missione; occasione mancata; vita non vita; attesa del disfacimento. Niente di tutto questo, per fortuna. Vita, vita piena: la felicità di chi mangia il frutto perfetto, lo mangerebbe anche se fosse proibito, anzi lo mangerebbe con più gusto. La felicità del frutto, che sente affondare i denti nella propria polpa: atto di amore, l’atto supremo di amore. La felicità di avere vissuto un attimo, un altro attimo, di una giornata cominciata sotto il segno beneaugurante di un piacere sessuale quasi certamente condiviso (questa almeno la sensazione che aveva avvertito, durante l’atto, e anche dopo, guardando la moglie distesa a occhi chiusi accanto a lui nel letto).

Quando le cose vanno come ci aspettiamo che debbano andare … O, semmai subiscano dalle circostanze una deviazione inattesa e spiacevole, si rimettono presto sul giusto binario, prima comunque che sia troppo tardi.

Una giornata felice. No, non ancora una intera. Una mezza giornata. Provò a rimettere in fila gli attimi felici già trascorsi, da quando aveva aperto gli occhi al nuovo giorno. Quanti ne resteranno, ammesso che ne restino, fino a sera? Il tentativo di tirare un bilancio e di abbozzare una previsione gli parve esercizio prematuro, inutile, ozioso. Ora come ora, il problema non si poneva. Si rese conto che poteva guardare il gorgo del passato e la nebbia del futuro con distacco, dall’interno di una bolla di presente capace di gonfiarsi ancora e ancora, prima di scoppiare. Inevitabilmente. Sarebbe successo, prima o poi. Poi, poi. Pensò che doveva pure averci a che fare, con la sua attuale felicità (e quella di sua moglie? Già, che certezza poteva avere, lui, che anche sua moglie fosse felice? Domandarglielo? E se avesse risposto di no, che tutto sommato si stava annoiando?), pensò che doveva averci a che fare anche la presenza nell’aria di una qualche traccia del grande artista nativo del luogo: che cosa sono in fondo quattrocentocinquanta anni? Una enorme, mastodontica bolla di presente sfuggita alle leggi della fisica, impossibilitata ormai tanto a scoppiare, quanto a volare, adagiata mollemente tra i boschi, sui fianchi della montagna. Miracoli che riescono soltanto ai grandi artisti, peccato non possano goderne personalmente che in minima parte.

Felice, oh sì. Felice di poter chiamare con il loro nome le montagne intorno, una per una, ciascuna con il suo nome inciso sulla targhetta, alla base di una specie di canocchiale, un tubo vuoto, puntato verso la cima. Senza possibilità di sbagliare. Già, non saper leggere un panorama – pensò, soddisfatto di essere riuscito, almeno questa volta, a sventare il pericolo – è come essere digiuni di storia dell’arte davanti a un dipinto, si può esclamare solo: che bello! No, non è il paragone giusto – si corresse quasi subito –, piuttosto è come incontrare una persona, parlarci, entrarci in sintonia, e poi salutarla senza averle chiesto il nome, l’indirizzo, il numero di cellulare; come ritrovarla, se verrà voglia di vederla ancora, perché sta nascendo qualcosa? Si potrà tornare nello stesso locale dove ci si è conosciuti, ma non è detto che continui a frequentarlo. Le montagne, però, sono sempre lì, al loro posto, immobili e uguali a se stesse da tempo immemorabile. Sbagliato. Le montagne migrano (siamo noi a migrare intorno a loro e non riusciamo mai a tornare nello stesso punto) mutano, cambiano aspetto da una stagione all’altra, da un giorno all’altro, perfino da un’ora all’altra dello stesso giorno. Almeno oggi, quelle che posso scorgere da qui, sono in grado di riconoscerle. Anche questa è felicità, per me – concluse ad alta voce, rivolto alla moglie, che gli rispose con un sorriso interrogativo.

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Tutto come previsto. Non proprio. La bolla di presente ne aveva impiegato, di tempo, prima di scoppiare, in silenzio: un’esplosione quasi impercettibile. Giorni? Settimane? In ogni caso ben più di quanto fosse lecito attendersi. Si rese conto che lo stato di grazia era svanito, quando il mare cominciò a rimandargli le battute del dialogo, che andava intessendo, muto, con la solitudine.

“Esiste la felicità, l’ho incontrata”.

“Non devi esserle andato tanto a genio, però, perché ora come ora non mi sembri troppo felice”.

“L’avevo messo in conto”.

“Ma stai male lo stesso, no?”.

“Sì, sto male. Ma non dispero di ritrovarla, un giorno o l’altro, magari anche solo per lo spazio di un mattino, per dirle che posso anche fare a meno di lei tutti i giorni, mi basta incontrarla di tanto in tanto”.

“E nel frattempo che cosa intendi fare?”

“Sto già facendo”.

“Che cosa?”.

“Mi è venuto spontaneo, una strana coincidenza”.

“Già, ma che cosa?”.

“Comincio a credere che i libri, certi libri, ti vengano incontro nel momento opportuno. Li hai interrogati distrattamente, una volta, e poi sono finiti dimenticati per anni sullo scaffale. Aspettano pazientemente (loro sanno quanto a lungo sia necessario aspettare), e un giorno ti fissano, come se volessero parlarti, e non puoi fare a meno di riprenderli in mano”.

“Che dici? Che libri?”.

“Sulla felicità”

“Ah, certo, certo. Ne conosco alcuni: Seneca, Epicuro soprattutto … ‘La morte non è nulla per noi, perché quando siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte, allora noi non siamo … La vita è di per se stessa gioia’. Facile a dirsi, un po’ più difficile crederci”.

“Per la verità, Epicuro aggiunge anche: ‘Una sicura conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta e ogni fuga alla sanità del corpo e all’assenza di turbamento dell’anima, dal momento che questo è lo scopo della vita beata; e veramente per questo operiamo ogni cosa, per non soffrire e non essere turbati’”.

“Come a dire che Freud non ha inventato niente. Già molti secoli prima, Epicuro …”.

“Be’, non esageriamo. Però è vero che, se al posto del ‘turbamento’ mettiamo l’angoscia …, e in luogo del ‘piacere’ parliamo di godimento …”.

“Anche Epicuro parla del desiderio, alla base della felicità e dell’infelicità. E, quanto ai sogni, se non ricordo male … ‘I sogni non hanno natura divina, né capacità divinatoria, ma si formano da un afflusso di simulacri’”.

“L’inconscio!”.

“Più o meno … ”.

Avrebbe voluto che il dialogo continuasse. Ma il mare, stanco di fare da megafono alla solitudine, improvvisamente si acquietò tra gli scogli, borbottando qualcosa, come un augurio poco convinto di felicità, in qualche modo un incoraggiamento, o forse un triste presagio.

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Rincasando, si sentì solo, veramente solo. Solo coi suoi libri. Uno gli venne incontro. Che aveva a che vedere con la felicità? Lo aprì titubante e lesse: “Per mia fortuna, sono stato deportato ad Auschwitz solo nel 1944, e cioè dopo che il governo tedesco, data la crescente scarsità di manodopera, aveva stabilito di allungare la vita media dei prigionieri da eliminarsi, concedendo sensibili miglioramenti nel tenore di vita e sospendendo temporaneamente le uccisioni ad arbitrio dei singoli”.

Che cos’è una giornata felice? Alzò lo sguardo dalla pagina del libro, si guardò intorno, scrutò dentro di sé, e si rese conto di vivere, in fondo, un’altra giornata felice. Qualunque fosse la notizia che portava la mail inattesa, arrivata nel frattempo. ‘Mi crea non poco imbarazzo, questo scrivere … ’, si apriva in modo assai poco rassicurante. Abbandonò il libro sulla scrivania. Prese a scorrere le righe, che si succedevano fitte, sullo schermo del computer, una dopo l’altra, all’infinito: un atto di accusa impietoso, senza risparmiare nessuno, né i vivi né i morti, tutti, lui stesso compreso, colpevoli di orrendi misfatti. Il groppo che gli si andava ingrossando nella gola, fino quasi a soffocarlo, non riuscì a sciogliersi in pianto. Pensò di replicare, di portare argomenti a difesa di se stesso, e soprattutto dei morti. Ma chi può dire dove fosse andata a rifugiarsi la verità, in quel groviglio di dolore. Pietà, pietà – sussurrò al silenzio. Poi si ricordò di essere pure stato un uomo felice. E misurò quanto labile sia il confine tra la felicità e l’infelicità, lo stesso che corre tra un bacio dato e un bacio non sbocciato.

Paolo M.

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