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Pensieri di Paola

Sono in spiaggia e mi accingo a fare una passeggiata. Di mattina, a quest’ora non c’è mai molta gente, ma oggi è sabato e i miei occhi si imbattono subito, in una moltitudine di corpi; volente o nolente, si impone la visione dell’altro che in strada è più facile evitare. Qui siamo tutti in costume ed è inevitabile che il corpo faccia mostra di sè. Le donne che incontro sono volti sconosciuti, che a volte catturano il mio interesse, altre mi lasciano indifferente. Si vede di tutto, ma quello che trita in un secondo tutte le certezze, le paranoie sul mio di corpo, è che nessuno è uguale all’altro: è la differenza fra gli esseri umani che passa prima di tutto da qui, dall’avere ognuno la propria carcassa, l’essere infilati ognuno dentro un corpo che specchia un volto, che specchia un cuore, che batte ora più forte ora più adagio, secondo l’intensità del momento in cui lo catturiamo. E sono tutte vive le donne che incontro stamattina, ciascuna a suo modo mi rilancia in testa un tema che mi sta a cuore: la bellezza non assomiglia mai a qualcosa di confezionato, ci vuole un occhio attento per cogliere la perfezione di un corpo in movimento. Questa madre che si china sul figlioletto seduto sulla sabbia, che lo solleva in  un abbraccio per portarlo all’ombra è di una tenerezza struggente, di una bellezza unica. E non sono i cedimenti della sua carne a renderla meno attraente, almeno ai miei occhi; quello che invece vedo è la grazia di quel gesto, è un corpo che risponde a un richiamo e si fa solido nell’atto d’amore verso il figlio. Vorrei che quest’immagine mi accompagnasse per sempre, tenerla come una carezza quando sono così dura nei confronti di me stessa, quando non mi lascio scampo, quando cerco una mano tesa.

Ma i corpi più belli sono quelli innamorati, quelli abbandonati sotto il sole su asciugamani che non hanno bisogno di lettini, di ombrelloni, perchè bastano a se stessi e si guardano come se non avessero corpo, solo occhi a sorridere a questo grande evento che è volersi così, e chi se ne frega! Gli occhi indugiano sul corpo non per scovarne i difetti, ma per abbandonarsi a una visione che va oltre l’aspetto e s’incaglia altrove.

Così, questo involucro di cui siamo tutti rivestiti ricopre i nostri pensieri, ammanta le nostre fantasie più recondite, è depositario di sogni che a volte anche noi  fatichiamo a riconoscere come nostri. E’ il primo grido che lanciamo all’altro, su questo nessun dubbio. Il  posto che occupiamo però pertiene ad altre sfere, abbraccia altri mondi, si completa di qualcosa in più, diverso per ciascuno, indispensabile essere e divenire.

 

 

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