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Le storie, le nostre storie possono perfino aiutarci a curare il male di vivere, oltre che istruirci e darci piacere

“Stai facendo la cacca?”. “No, la narrazione del mio defecare”. Sono le battute fulminanti di una vignetta di Altan (il termine vignetta, per Altan, appare sempre riduttivo, parlerei piuttosto di aforisma sceneggiato), nella quale un personaggio femminile (mamma, sorella maggiore, compagna di giochi?) rivolge la domanda a un personaggio maschile (figlio, fratello minore, compagno di giochi?) seduto sul vasino con i pantaloni abbassati. Realtà e narrazione. Vita e immaginazione. Vite e storie. Storie raccontate oralmente o scritte o illustrate per immagini. Storie interpretate. Le nostre storie. Le storie di ciascuno di noi.

Scrive Jonathan Gottschall in “L’istinto di narrare” (Bollati Boringhieri pp. 188-89 e segg.), un libro che tutti dovrebbero leggere: “Fino al giorno in cui moriremo, viviamo la storia della nostra vita. E, come un romanzo in corso di stesura, queste storie cambiano ed evolvono in continuazione, vengono corrette, riscritte e abbellite da un narratore inaffidabile. Siamo, in larga misura, le nostre storie personali. E sono storie più verosimili che vere”.

Già il semplice fatto (semplice? Mica tanto, a volte) di vivere la propria storia (la propria vita) vuol dire raccontarla: a se stessi innanzitutto, e poi agli altri, a tutti gli altri con i quali entriamo in relazione. Può succedere, anzi succede più spesso di quanto si immagini, che la storia, la nostra storia si areni, si impantani … si ammali. A me, che avevo passato trent’anni a raccontare storie (le storie degli altri) sui giornali, è capitato. Un bel giorno la vita mi ha messo il punto a metà di una frase della storia che inconsapevolmente stavo raccontando, la mia storia personale. La prima reazione, dopo lo sconforto e l’angoscia e la disperazione iniziale, è stata di provare a riscriverla, a ri-raccontarla, la mia storia: prima di tutto a me stesso, e poi agli altri, quelli che conosco e possibilmente anche quelli che non conosco. Deformazione professionale, si potrebbe dire, certo. In un secondo tempo, un aiuto, una spinta (o una conferma?) mi è venuta dalla psicoterapia.

“La psicoterapia – scrive ancora Gottschall – aiuta le persone infelici a rimettere in carreggiata le loro storie di vita; dà loro, letteralmente, una storia con cui possano convivere”. Ma anche senza intoppi particolari, senza l’incontro-scontro con eventi traumatici lungo la strada della vita, tutti noi siamo “… creature dell’Isola che non c’è. L’Isola che non c’è è la nostra nicchia evolutiva, il nostro habitat speciale … nutre la nostra immaginazione; rinsalda i comportamenti sociali; ci dà dei mondi sicuri nei quali possiamo fare pratica. Le storie sono il collante della vita sociale umana, definiscono i gruppi e li tengono saldamente uniti (…). Siamo l’animale che racconta storie”. Personaggio + situazione difficile/problema + tentativo di superamento: è lo schema di ogni storia. Lo schema della vita.

Raccontare, raccontarsi: sempre più questa peculiarità umana sembra espandersi sotto l’influsso delle tecnologie digitali (smart-phone, tablet), specialmente attraverso i canali dei social network. “Scriviamo, otteniamo risposte, leggiamo, guardiamo foto e video, archiviamo tutto ciò che ci sembra interessante o utile o che, comunque, non vogliamo dimenticare. Creiamo la nostra memoria: personale e, in alcuni casi, condivisa” (l’Espresso n. 44 del 6 novembre 2014 pp.138-39).

Scopro che esiste una Libera Università dell’autobiografia, con sede nello splendido borgo di Anghiari in provincia di Arezzo. Fondata nel 1998, svolge attività e organizza iniziative di alto livello sotto il profilo scientifico-culturale e umano-sociale.

Proliferano un po’ ovunque laboratori intorno allo “scrivere come cura di sé”.

Tutto bene, dunque? Le storie, le nostre storie possono perfino aiutarci a curare il male di vivere, oltre che istruirci e darci piacere. “Ma stanno forse diventando una debolezza? – mette in guardia Gottschall – Il sovraconsumo, in un mondo inondato di storie-spazzatura, può causare una sorta di ‘epidemia di diabete mentale’ (…). Il vero rischio non è che in futuro le storie svaniscano dalla vita umana, semmai che ne assumano il controllo totale”. Ma questo, credo, è il rischio che corre soprattutto il fruitore passivo di storie. Molto meno esposto, ne sono convinto, chi giorno per giorno – in solitudine e in compagnia, scrivendo e parlando e ascoltando e osservando tutto – prova a far ricombaciare le tessere della propria storia. Della propria vita. Per quanto mi riguarda, già il solo fatto di avere intrapreso il viaggio è fonte di conforto, se non di ottimismo e di speranza a tutti i costi.

p.m.

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