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I disturbi alimentari nell’infanzia

 

Approfondimento sul tema dei Disturbi Alimentari infantili a partire dalla lettura del testo “Sfamami” di Pamela Pace e Aurora Mastroleo

disturbi alimentari infanzia

A partire dalla lettura del libro Sfamami, vengono ripresi alcuni aspetti rilevanti per la comprensione dei disturbi alimentari infantili: l’importanza dei cambiamenti sociali e il loro riflesso nelle famiglie moderne, il ruolo del Pediatra nella diagnosi, le principali manifestazioni di disagio alimentare nella prima infanzia e il lavoro con i genitori.

 

Il sintomo alimentare nella societa’ moderna

Innanzitutto e’ necessario inquadrare l’espressione del sintomo in relazione al momento storico, culturale e sociale. In primis la famiglia negli ultimi anni e’ stata la sede di importanti cambiamenti, riflessi, questi, di una societa’ che, nel corso del tempo, ha gradatamente perso la propria etica. L’educazione del figlio, un tempo basata sulla necessita’ di imporre limiti, sul valore del sacrificio come strumento per raggiungere la piena realizzazione personale, ora e’ centrata sul soddisfacimento immediato dei propri desideri. Tutto questo ottenuto attraverso un consumo sfrenato visto come la meta’ della felicita’: cio’ che adesso viene valorizzato e’, a differenza del passato, il fuori limite, il fuori regola.

La logica educativa di queste famiglie, che appaiono sempre piu’ indebolite, e’ di tipo orizzontale: l’educazione avviene in una sorta di democrazia, contrassegnata da un’assenza di distanza generazionale. I genitori interagiscono con i propri figli utilizzando un criterio affettivo (piuttosto che normativo) ovvero rapportandosi a loro in veste di amici e non imponendo limiti o punizione; infatti si sente come troppo doloroso e non gratificante passare per i “cattivi” della situazione.

Inoltre bisogna sottolineare come la posizione dei genitori si sia modificata nel tempo: la donna, nella maggior parte dei casi, e’ diventata sempre piu’ autonoma ed indipendente, con un proprio lavoro alle spalle e a volte, quindi, vive la gravidanza come un peso, mentre gli uomini, a differenza di quelli delle generazioni passate, sono diventati piu’ partecipi anche nei primi mesi di vita del figlio, nonostante cio’, ancora alle volte, si sono intimiditi e su molte questioni restano in disparte.

A differenza delle grandi famiglie patriarcali di una volta, la stragrande maggioranza dei genitori oggi vive in solitudine la condizione del proprio ruolo: non solo manca uno scambio di vedute ad esempio tra le diverse madri, ma a volte si ritrovano spesso a dover difendere e legittimare i propri criteri educativi, sempre piu’ privati e individuali.
Oltre alla solitudine dei genitori c’e’ quella dei figli. Spesso infatti quest’ultimi possono ritrovarsi da soli a causa degli impegni lavorativi dei genitori, cosi’ si utilizza il cibo come un modo per farsi compagnia, dandogli una valenza affettiva inappropriata.

 

Il ruolo del Pediatra e la diagnosi

Di vitale importanza per la diagnosi e’ il Pediatra, che ha il privilegio di seguire il bambino e la sua famiglia lungo tutto il percorso di crescita e sviluppo, seguendo non solo la sua crescita fisica ma tutta la sua evoluzione soggettiva. Il Pediatra puo’ cosi’ osservare l’ambiente del bambino, il legame di quest’ultimo con i genitori e lo svilupparsi graduale della sua personalita’. Il rapporto con il Pediatra e’ abitato dal transfert simbolico dei genitori, che riguarda il sapere pediatrico sull’infanzia e sulla genitorialita’, ruolo questo un tempo nella famiglia patriarcale affidato alle nonne. Le parole del medico quindi costituisco un importante ancoraggio simbolico alla nascente identificazione paterna e materna dei nuovi genitori.

Il Pediatra ha il primo incontro con la madre durante l’allattamento e in questa fase e’ importante che offra un totale supporto alla donna, tranquillizzandola. Fase altrettanto importante in cui il Pediatra deve stare vicino alla madre e’ lo svezzamento.

Durante la crescita le famiglie si rivolgono al Pediatra per delle bizzarrie alimentari del figlio, che riguardano il modo di mangiare e la quantita’/qualita’ dei cibi introdotti.

Spesso i genitori non comprendono che, molte volte, anche i bambini piccoli possono mostrare le loro preferenze alimentari e quindi puo’ capitare che una selezione accurata venga scambiata per inappetenza o digiuno. Una madre preoccupata per l’inappetenza del figlio e’ una madre che cerca delle conferme sulle sue capacita’, ed e’ qua che il Pediatra deve saper prendere il sintomo del bambino come sintomatico del contesto famigliare.

I Pediatri nel diagnosticare un possibile disturbo alimentare fanno riferimento alle categorie proposte dal Greet Ormond Street Hospital (il DSMIV non soddisfa in maniera esaustiva le svariate manifestazioni) per i soggetti di eta’ inferiore ai 14 anni: anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo emotivo del rifiuto del cibo, alimentazione selettiva, disfagia funzionale e rifiuto pervasivo del cibo.

Il Pediatra o lo Psicoterapeuta devono saper distinguere ad ogni modo un disagio alimentare (qualcosa di transitorio, che si manifesta in un particolare momento famigliare, non c’e’ una rigidita’/gravita’ del comportamento alimentare e nelle altre aree di vita del bambino non ci sono problematiche) dal disturbo vero e proprio (il rifiuto e l’opposizione sono piu’ rigidi e presenti da piu’ tempo, il bambino in cio’ appare piu’ determinato, le relazioni con l’altro sono compromesse e nelle forme piu’ gravi si puo’ ricorrere all’ospedalizzazione).

 

Le diverse forme di anoressia pediatrica

Si puo’ parlare di anoressia semplice (condotta di rifiuto isolata dovuta ad un atteggiamento inadeguato della madre davanti al primo rifiuto del cibo da parte del figlio) che puo’ essere divisa in passiva (il piccolo mostra indifferenza verso il cibo) o attiva (il bambino ha chiaramente un comportamento oppositivo).

Per quanto riguarda invece l’anoressia complessa, questa ha un esordio simile a quella semplice ma presenta dei sintomi associati come disturbi del sonno, disturbi del comportamento con collere violente e crisi d’angoscia. Inoltre il bambino presenta degli aspetti regressivi, un morboso attaccamento alla madre ed una perdita delle acquisizioni gia’ in possesso. Il rifiuto e’ cosi’ rigido e persistente che nei casi piu’ gravi si puo’ anche essere costretti ad un ricovero.

Le anoressie da svezzamento appaiono quando il bambino incontra delle complicazioni in tale passaggio. E’ un momento delicato poiche’ e’ la prima esperienza di perdita, ma al tempo stesso di crescita: c’e’ un primo incontro con la frustrazione e la rinuncia che obbliga madre e figlio ad inventarsi un’altra modalita’ di incontro e di soddisfacimento dei propri bisogni. Questi bambini vengono descritti come mai contraddistinti da un forte appetito, vivaci ma a volte i genitori riportano che vivono momenti di nervosismo. A volte i piccoli si possono rifiutare di masticare, altre di introdurre cibi diversi dal latte.

Puo’ esordire nel passaggio da un’alimentazione liquida ad una solida. Il rifiuto in questa fase genera delle reazioni circolari tra madre e bambino: piu’ il bambino si rifiuta piu’ la madre lo sforza a mangiare.

Un’altra forma di anoressia e’ quella fantasma: l’anoressia non e’ nel bambino ma nell’altro, ovvero i genitori sono angosciati dall’idea che il figlio non mangi a sufficienza. E’ importante trattarla perche’ altrimenti c’e’ il rischio che si generi per davvero un’anoressia, di carattere oppositivo.

I disagi nella prima infanzia possono avere un decorso caratterizzato da una remissione sintomatica ovvero il bambino nel corso degli anni ritorna a mangiare regolarmente avendo pero’ delle fasi oppositive in altre settori come il sonno o l’istituzione scolastica (fobie scolastiche), oppure si possono riscontrare l’insorgere di disturbi del carattere come l’intolleranza alle delusioni o alla rivalita’.

 

Il lavoro con i genitori come opera di prevenzione

Questa patologia, piu’ di altre, genera nel genitore un forte senso di impotenza ed e’ per questo che e’ fondamentale ascoltarlo (trattandolo come soggetto), ridargli fiducia nelle proprie capacita’ genitoriali (magari chiedendogli il proprio punto di vista sul disturbo del figlio, ad esempio da dove pensa che abbia avuto origine), a soggettivare la domanda inizialmente fatta come richiesta d’aiuto. Se si fa tutto questo il genitore sentira’ valorizzato il proprio contributo e questo consentira’ di costruire una buona alleanza terapeutica, fondamentale per la guarigione del figlio.

La prevenzione di tale disturbo puo’ avvenire nelle scuole, dove i piccoli pranzano.
Qua si dovrebbe cercare di ridare un significato simbolico dello stare a tavola, di come esso sia la cornice culturale delle tradizioni alimentari. Prevenire significa anche sensibilizzare i genitori sulla componente di imitazione dell’atto nutritivo, sull’importanza psicologica del primo incontro con il cibo (allattamento come relazione e non come prestazione); prevenire come dare fiducia ai genitori nella propria capacita’ di intuire lo stato emotivo dei propri figli e riavvicinarli alla dimensione del desiderio di educare.

Prevenzione come adottare delle precauzioni, nel senso di non mostrare al bambino le perplessita’ sul cibo e sulla propria immagine corporea ma, stimolare, invece, il figlio a scoprire il gusto, il sapore, i colori della tavola magari anche facendosi aiutare in cucina nella preparazione di qualche manicaretto.

In ultimo prevenire significa ricordare che il cibo piu’ nutriente per i bambini e’ quello di essere riconosciuti, valorizzati ed amati come persone diverse, con una propria unicita’ e mai come proprieta’.

Dott.ssa Natascia Consolani
Psicologa- Ancona

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