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“L’ospite inquietante” di U. Galimberti

CONSIGLIATO ai giovani

PAROLE CHIAVE: omologazione, ombra, educazione

 

Questo libro cerca di andare al di là di quello che normalmente l’adulto (che molto spesso si ritiene “normale”, “cresciuto”, “sistemato”) dice riferendosi ai giovani d’oggi, ”quei giovani a cui non manca niente, privi di valori, capricciosi e viziati, che non conoscono più lo spirito di sacrificio e pretendono di avere tutto e subito”. Stiamo parlando di quei ragazzi che i professori definiscono come persone “che non hanno forza di volontà, che potrebbero impegnarsi di più”. Galimberti infatti, inizia la sua riflessione, non solo criticando il venir meno della scuola al suo ruolo educativo (da “ex-ducere,” ovvero, condurre fuori, inteso come far uscire dal ragazzo quello che ha dentro, al contrario del verbo latino “in-struo” che invece rimanda all’idea di inserire nozioni dall’esterno all’interno”), ma anche denunciando una ignoranza di base di chi “non sa che la volontà non esiste al di fuori dell’interesse, il quale non esiste separato da un legame emotivo tra alunno e professore” (che, aggiungerei io, non si crea se non esiste un piano di incontro tra i due poli). E da qui si sviluppa tutta l’analisi del deserto emotivo in cui si trovano questi giovani, senza nessun sostegno nella ricerca di un loro posto nel mondo. E si cerca di decodificare gesti come omicidi, suicidi, atti vandalici, depressioni tenendo ben presente che la malattia è “metafora della devianza dal sentiero della nostra vita”. Rendono molto bene, a mio avviso, le parole di questa canzone di Jovanotti per definire lo smarrimento, la noia, la mancanza di desideri e l’assenza di una comunicazione con l’altro che fornisca nutrimento alla persona: “la città un film straniero senza sottotitoli/una pentola che cuoce pezzi di dialoghi/come stai quanto costa che ore sono/che succede che si dice chi ci crede/e allora ci si vede/ci si sente soli dalla parte del bersaglio/e diventi un appestato quando fai uno sbaglio/un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te/ma ti guardi intorno e invece non c’è niente”. Non c’è niente perché manca l’essenziale, manca il piacere di vivere, manca il sentire che vivere è bello. Manca la speranza. La quale, attenzione, non è un mero inno all’ottimismo e a un generico e uniformante orientamento al pensiero positivo, ma è un saper/poter “guardare indietro per vedere come è possibile configurare (io ci affianco termini come dare una collocazione, un posto, farne storia) quel passato che ci abita per giocarlo in vista di possibilità a venire”. E’ necessario, per poter scegliere la speranza alla morte come soluzione, aver il coraggio di accogliere la nostra ombra. E questo è un percorso che ognuno fa solo, ma non da solo in quanto non può verificarsi a prescindere da un adeguato sostegno del ragazzo nei suoi molteplici e diversi tentativi per definirsi. L’ideale di vita della generazione dei nostri genitori uscita dalla guerra, era un ideale basato sul dovere, sul sacrificio, dove il non disturbare, il non parlare, il non fare troppe domande, il non arrabbiarsi veniva spacciato come esempio di equilibrio e buona educazione a cui tendere. “E invece è sonno, conformismo, dimenticanza di sé” conclude Galimberti. Occorre quindi poter riconoscere la nostra ombra come parte di noi per poterla ricomprendere nella nostra totalità e non contrapporvisi. Lo stesso Ligabue, infatti, descrive che se ti “ sei opposto all’onda é lì che hai capito/ che più ti opponi e più ti tira giù”, confermando l’inutilità di una negazione e soppressione in qualche modo delle nostra parti oscure. E occorre, infine, insegnare ai giovani quella che i Greci chiamavano “arte di vivere” ossia, conoscere le proprie capacità ed esprimerle secondo misura, attraverso il modo e ritmo che più ci somiglia. Citando ancora una volta Ligabue in quel punto che fa così: “canterai la tua canzone / la canterai con tutto il suo volume/ che sia per tre minuti e per la vita/ avrà su il TUO NOME.”

 

Giulia T.

 

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