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“Alla fine di un lungo inverno” di E. Woolf

CONSIGLIATO

PAROLE CHIAVE: Guarigione, Figlio, Cibo

 

Ho provato un avversione verso questo libro già leggendo il sottotitolo: “Come l’amore mi ha liberata dalla prigione di una anoressia”.

Personalmente considero fuorviante l’amore, nel senso comune del termine, come fattore della guarigione; mi ricorda un discorso del tipo “Dai prova a mangiare, fallo per me” che insomma può avere conseguenze pericolose e imprevedibili.

Non condivido nemmeno le terapie dell’amore: credo che non si vada molto lontano se non arrivare a spostare il sintomo e ritrovarsi invischiate in altre dipendenze relazionali, affettive, meccanismi con l’altro, se non mortiferi, ma sempre nell’ordine di una ripetizione.

E quando un’esistenza non è ben radicata su qualcosa di solido e profondo è un po’ una scommessa sapere come si può reagire ad una delusione, un tradimento, una malattia, una separazione.

Su questa ragazza, che ha tenuto una rubrica settimanale in cui descriveva il suo cammino di uscita dall’anoressia in nome dell’amore per Tom e del desiderio di un figlio, non posso contestare a priori l’equazione guarigione = BMI nella norma = comparsa del ciclo = allentamento del controllo alimentare = apertura emotiva sufficiente per andare a vivere con il ragazzo.

Il concetto di “guarigione” è duttile, malleabile, su misura per ogni persona.

Per Emma è poter essere più vicina alla normalizzazione sia nel campo alimentare sia dal punto di vista relazionale: è poter essere il più possibile socialmente funzionante.

Non metto neppure in discussione i metodi con cui ne è “venuta fuori”: sicuramente l’esporsi pubblicamente (che, alla fine della fiera, è sempre un chiamare l’altro in causa) le ha fatto da struttura nel momento di cambiamento, e la suggestione di poter essere madre ha come preso il posto dell’essere anoressica, la definizione che la aveva rappresentata per 14 anni.

Ma anche lo stesso fatto che a questa ragazza non si sia data la possibilità di attraversare nel profondo la mancanza, il vuoto, e abbia insomma, a mio avviso, trovato un altra cosa per “colmarla” non è condannabile in sé per sé.

Non è detto che la guarigione debba essere per forza una eliminazione totale del sintomo anoressico e il cibo debba tornare ad essere solo cibo, ossia depurato da concetti di controllo, emotività, espressione di sé, rifugio in caso di esperienze dolorose.

Nelle psicosi compensate, il corpo magro funge in molti casi da elemento di “tenuta”, reperito e rinforzato per evitare scompensi più profondi e gravi: anche se, seguendo ciò che dice il libro, la diagnosi di Emma è stata di anoressia nervosa, funzionale, quindi di tutt’altro ordine.

Quello che mi preoccupa è che lo sgabello su cui si è appoggiata la motivazione della protagonista sia stato UN FIGLIO, non un altra dipendenza a caso. Un figlio, un essere umano, che ha il diritto di venire al mondo circondato da un amore che gli permetta di emergere come soggetto.

Ora, niente è già scritto, ci mancherebbe.

Può darsi che Emma e Tom siano perfettamente in grado di far sì che il bambino senta l’essenziale ossia che “è bello venire al mondo” ed ” è una bella opportunità quella che ci dà la vita di poterci esprimere semplicemente per come siamo”.

Personalmente lo spero tanto: perché non auguro a nessun bambino di crescere investito della PESANTE funzione di tenere in piedi una madre per non farla precipitare nel vuoto lasciato dal sintomo anoressico precedente.

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