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Ti do la mia parola

Commento al convegno del 25-26/05/2013, Saltara (PU)

Mi fido sulla parola, mi fido della tua parola”. Mai forse come in questi tempi foschi e inquieti un’espressione del genere è apparsa logora e stonata. Si fa sempre più fatica ad accordare fiducia. Se le banche non allargano i cordoni della borsa del credito finanziario, la chiusura e la diffidenza prevalgono anche in tutti gli altri campi della vita, dalla sfera privata a quella pubblica. Tornare a porre l’accento sulla fiducia e sulla parola può apparire dunque esercizio azzardato. Ma, proprio per questo, anche coraggioso e necessario. E senza dubbio coraggiosa e necessaria è stata l’iniziativa promossa il 25 e 26 maggio nella sala conferenze del Museo del Balì, a Saltara, da una psicoanalista, Cristiana Santini, e da una poetessa, Paola Turroni, con il sostegno di enti locali (Provincia di Pesaro – Urbino e Comune di Saltara) e soggetti privati. Filosofi, psicoanalisti, politici, religiosi, scrittori, giornalisti ed esponenti del mondo economico-finanziario sono stati chiamati a dare il loro contributo di analisi e proposta sulle tre direttrici attraverso le quali si è articolato il dibattito: la crisi di fiducia nelle relazioni interpersonali, con particolare riferimento al rapporto di coppia uomo-donna; la crisi di fiducia nella società; la crisi di fiducia nell’educazione.

“Ricarica al più presto, per non rimanere senza parole”, recita l’avviso preregistrato ai clienti di un noto gestore di telefonia mobile. Ma, al di là dello slogan, l’impressione generale è che la scorta di parole nuove (e antiche) sia già esaurita da un pezzo, nella nostra società. Quelle in circolazione – e sono tante, forse troppe – risultano usurate, disperate, violente, inaffidabili, appunto. Le parole senza speranza nella vita quotidiana di milioni di persone. Le parole di un discorso amoroso, che persegue il possesso più che l’atto di donare. Le parole di un discorso politico che non convince più nessuno, in primo luogo chi lo pronuncia. Le parole di un discorso economico che guarda alla speculazione. Le parole di chi fabbrica parole da far circolare negli infiniti canali dell’informazione, e spesso si ritrova a produrre solo un indistinto rumore di fondo. La parola come insulto. La parola come strumento di aggressione, o di frode.

Riporre fiducia nella parola dell’altro implica un investimento, senza avere la certezza di un ritorno. È questo rischio che molti, oggi, non sono disposti ad affrontare. L’incertezza genera sfiducia, diffidenza. Sempre più spesso, ad esempio, nei rapporti di coppia la violenza prende il posto del dialogo: la violenza che arriva fino alla soppressione, alla cancellazione (con le armi, con il fuoco, con l’acido) dell’altro, della donna in primo luogo in quanto emblema, per l’uomo, dell’altro da sé, cui contrapporsi. Ma senza arrivare ai casi estremi (comunque spaventosamente numerosi) dell’assassinio, del femminicidio, la violenza è quotidiana. Ne hanno discusso la scrittrice Alessandra Carnaroli, autrice del libro “Femminimondo”, lo psicologo Matteo De Lorenzo del centro “La Ginestra” e del consultorio “Il Cortile” di Roma, la psicoanalista Monica Vacca. Esperienze come quelle attive nella capitale, in grado di offrire ospitalità e sostegno materiale e psicologico alle donne vittime di violenze domestiche, rappresentano un tentativo di risposta all’emergenza. Ma – è stato sottolineato – bisogna investire soprattutto nel discorso culturale/educativo rivolto alle giovani generazioni.

Il clou della due giorni è stata la tavola rotonda con l’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, il missionario Comboniano padre Renzo, il direttore generale della Banca di Credito Cooperativo di Fano Giacomo Falcioni, gli psicoanalisti Pasquale Indulgenza e Cristiana Santini, sollecitati anche dalle domande della psicoanalista Giuliana Capannelli e dello scrittore e giornalista Fabio Cavallari.

Quella che il mondo occidentale sta attraversando – è stato sottolineato un po’ in tutti gli interventi – non è una crisi come le altre che l’hanno preceduta, nell’epoca contemporanea. È una crisi totale, di civiltà, che non risparmia nessun settore della vita (dei singoli e della società). Ma se l’individuazione del sintomo e la diagnosi non offrono margini di dubbio, nella loro spietatezza, più complesso si fa il discorso, quando si cerca di passare alla terapia. Qui non esistono ancora ‘farmaci’ risolutivi e validi per tutti i campi; la ‘sperimentazione’ appare ancora lontana dalla meta. Ripartire dalla parola è una formula che va riempita di contenuti. Padre Renzo ha posto l’accento sul mistero del Verbo, che continua a farsi uomo tra gli uomini, per dare un senso alla “Giungla di parole”, che ci assedia e ci confonde. Fausto Bertinotti ha evocato, con immagine suggestiva, il “tumulto”, come inevitabile e necessaria reazione della società al vuoto della politica e alla supremazia dell’economia, nella sua degenerazione della finanza speculativa. Pasquale Indulgenza ha indicato la strada a una psicoanalisi che non attende più il paziente sul lettino, ma è disposta a camminare nella società, anche se il rapporto si concretizzerà sempre con il singolo, facendo leva sul suo desiderio. Giacomo Falcioni ha sostenuto la necessità che ciascuno nel campo di rispettiva competenza voglia e sappia assumersi le proprie responsabilità di fronte alla società. La parola, insomma, prima ancora che detta, scritta, o twittata, andrebbe vissuta, testimoniata e declinata da ciascuno sulla scala della fiducia e dell’amore. Una scommessa, parola d’onore …

Paolo Marconi

Giornalista e Scrittore

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