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“Il coraggio di Angelina”

Commento all’articolo del giornale “Espresso”, maggio 2013

 

“Ha fatto benissimo. Ma ti rendi conto? C’era l’87 per cento di possibilita’ che si ammalasse di tumore al seno”.

Ho lasciato perdere, sul momento, sopraffatto dalla sicurezza (piu’ esatto forse sarebbe definirla sicumera) dell’interlocutrice, che d’altra parte non ammetteva replica.

Non ho avuto la prontezza di controbattere all’affermazione perentoria di una giovane donna circa l’incredibile decisione della star del cinema Angelina Jolie di sottoporsi a interventi chirurgici per l’asportazione di entrambe le mammelle (e conseguente ricostruzione). Provo a farlo ora, a mente fredda, per iscritto, perche’ la vicenda mi e’ parsa troppo clamorosa e inquietante, per lasciarla cadere cosi’, in sordina.

Dico subito che, nell’apprendere la notizia – confermata ai mezzi di informazione direttamente dalla Jolie, che mi pare ne abbia fatto quasi un proclama di vittoria sui pericoli, che minacciano la salute e quindi la vita – ho pensato alle non poche donne, giovani e anziane, con predisposizione familiare o meno, morte di cancro al seno, che ho conosciuto piu’ o meno da vicino.

E ho pensato alle donne della mia famiglia, che potrebbero correre il rischio di ammalarsi (un pensiero e una preoccupazione che, per la verita’, mi agitavano anche prima).

Ho pensato alla prevenzione che, ai tempi delle nostre madri, non esisteva; che oggi per fortuna e’ sempre piu’ diffusa, anche se non sempre le strutture pubbliche fanno tutto quanto possibile, per coprire la totalita’ della popolazione femminile.

Ho riflettuto che comunque anche la prevenzione non mette totalmente al riparo dai rischi. Ho paventato il vuoto, che la morte di una donna, specie se in giovane eta’, scava in una famiglia. Mi sono anche detto che forse, da uomo, non potevo capire fino in fondo il gesto “coraggioso” di una donna, che decide di farsi amputare la parte del proprio corpo, che per eccellenza ne definisce la femminilita’.

Tutti questi pensieri mi sono passati per la testa. Ma, alla fine, non sono riusciti a convincermi che la scelta della Jolie, nella sua drammaticita’ e drasticita’, sia stata quella giusta.

Mi sono ribellato al peso di quell’87 per cento. Perche’, quando il numero e la statistica, con la loro presunta inattaccabilita’, pretendono di dettare legge nello spazio soggettivo, con tutte le infinite variabili del caso (tanto spirituali, quanto biologiche), c’e’ sempre qualcosa che non torna.

E allora la parola prevenzione e’ stata soppiantata, nella mia mente, da un’altra, che con essa condivide solo il prefisso: presunzione.

La presunzione dei semidei del mondo dello spettacolo: la presunzione di sfidare e illudersi di sconfiggere, a seconda dei casi, il Tempo o la Malattia, prima ancora che manifestino il benche’ minimo segno del loro passaggio.

Un titanico atto di arroganza, che in termini mitologici avrebbe finito per provocare l’ira degli Dei. Sempre in tema mitologico, qualcuno ha paragonato la Jolie a una moderna Amazzone, che si mutila per amore dei figli e del marito; ma il parallelo non mi convince affatto, anche perche’, a differenza delle mitiche seguaci di Diana cacciatrice, che si amputavano un seno per meglio tendere l’arco, all’attrice i seni sono stati ricostruiti, si presume ancora piu’ belli di prima.

Le argomentazioni mitologiche tuttavia sarebbero state liquidate con un’alzata di spalle (o, peggio ancora, uno sberleffo?) da quella giovane pro Angelina. Cosi’ come probabilmente non servirebbe farle rilevare che, per milioni di donne “comuni mortali”, sarebbe materialmente impossibile (anzitutto per mancanza di risorse economiche), seguire la stessa strada della star hollywoodiana.

Perche’ e’ proprio questo effetto, in fondo, che un atto cosi’ estremo (al limite dell’immoralita’) oggettivamente determina in chi vi assiste dalla scabra vita di tutti i giorni: l’ammirazione per un presunto modello inarrivabile, fluttuante tra la Terra e il Cielo: il Cielo della fama, della ricchezza, della bellezza, della salute, della giovinezza, della bonta’, perfino dell’amore, fusione perfetta di narcisismo e altruismo. Tutto il resto, credo, e’ ingenuita’, o peggio ancora: ipocrisia.

Paolo Marconi

Giornalista e scrittore

 

  • Commento di Giulia Tamburini

Si pensa che la Jolie, abbia deciso di togliersi i seni, dopo aver saputo di avere alte probabilita’ dal punto di vista genetico di contrarre un cancro al seno, spinta dalla presunzione di poter vincere il tempo, la malattia, in preda ad uno scollamento dalla dimensione di intrinseca incertezza che possiede la vita.

Io credo che detta cosi, sia una buona definizione ma niente piu’.

Come trovare l’etichetta giusta “marmellata di fragole” al barattolo giusto, posizionarla sul vetro e accantonarlo poi nello scaffale piu’ alto.

Cosi’ siamo tranquilli, abbiamo dato a quell’intruglio gelatinoso una forma, un nome e una posizione. Non ci disturbera’ piu’.

Invece all’incontro al Bali’ il dott. Pasquale Indulgenza, mettendo altra carne al fuoco, ha spostato da un’altra angolazione meno scontata la riflessione sull’accaduto.

Altrimenti, mi viene da dire, saremmo sempre nella stessa posizione di chi proclama a gran voce “che l’anoressica smette di mangiare perche’ vuole essere magra”; chissa’ cosa si e’ messa in testa, cosa crede di essere onnipotente? come puo’ pretendere di avere un corpo impenetrabile ad ogni varizione fisiologica di peso, dovuta ad eventi e corso del tempo?

Se ci limitiamo all’associazione progetto-condotta-anoressica in virtu’ del vincere i naturali cambiamenti che attraversano il corpo, allora anche la “scelta” della Jolie, puo’ essere letta facilmente sempre nello stesso ordine di ricerca di una dimensione di invincibilita’ rispetto a qualcosa di naturale.

Ma perche’ l’anoressica lo fa? Da dove viene questa necessita’ cosi forte e pervasiva da portare una icona della bellezza mondiale a una scelta cosi’ drastica sul corpo prima ancora di una diagnosi proclamata di tumore?

A parte il fatto che essendo esseri umani non siamo il nostro corpo (anche se dobbiamo “inventarci” un modo sostenibile di essere attraverso il corpo), il dott. Indulgenza ha riportato allora altre informazioni rilevanti:

  1. La madre di Angelina e’ morta di cancro al seno
  2. L’attrice ha motivato la sua decisione dicendo “che non voleva che i figli passassero quello che aveva passato lei con la madre”
  3. Presto la Jolie interpretera’, in un film sulla vita della madre finanziato da Brad Pitt, la madre stessa.

Gia’ da questo credo che ci sia molto piu’ del personale nella faccenda. Ma non e’ tutto.

Perche’ la signora Jolie, dato che al pensiero di poter avere la stessa malattia della madre, molto probabilmente essendone terrorizzata anche in quanto lei stessa mamma, si e’ rivolta alla scienza, al test genetico che genera una percentuale sicura, piuttosto che interrogarsi sul perche’ questa cosa le risuonava dentro in un modo cosi insopportabile e insostenibile da decidersi di togliere i seni pur non essendo ancora malata?

Ecco il vero punto: qui si e’ preferita una soluzione scientifica, invasiva ma rapida, che “eliminasse il corpo del reato” (il seno, o la sigaretta, o la condotta alimentare disfunzionale) senza fermarsi un secondo a chiedersi prima magari, quanto della paura dell’attrice potesse essere trattata con oggettivi strumenti di prevenzione medica e cosa invece potesse essere ricondotta alla sua storia personale.

Citando un aggettivo utilizzato dal dott. Domenico Cosenza siamo di fronte alla caratteristica dei sintomi moderni, quella di non essere piu’ enigmatici, di non interrogare piu’ il soggetto.

Perche’ non c’e’ tempo ne’ spazio per la domanda.

E molte volte non si crede nemmeno che vi sia un luogo, un momento e un altro in cui e per cui la domanda su se stessi abbia diginita’ di esistere in quanto tale.

A questo proposito mi colpirono molto le parole che pronuncio’ la dott. Cristiana Santini: “Noi siamo responsabili della nostra esistenza, del nostro essere e abbiamo anche una responsabilita’ sul volerne o meno sapere qualcosa in merito”.

Rimasi quasi in sospeso dato che il mio personale vissuto mi ha restituito sempre una risposta del tipo: “inutile che cerchi, un senso della vita non c’e’! Se pensi a queste cose vuol dire che non hai niente da fare, se avessi da fare come me allora si che non avresti tempo per queste stupidaggini!”.

Ma anche nel contesto psicoterapeutico precendente tutto veniva declinato “sul scegliere o meno uno stile di vita in cui stare bene”.

Ma, riprendendo la Santini, di che vita stiamo parlando quando di fronte a noi abbiamo un paziente che non si sente nemmeno legittimato ad esistere?

E ci vuole coraggio a prendersi la responsabilita’ della nostra esistenza (e di volerne sapere o meno qualcosa) quando non esiste piu’ questo cavolo di Nome-del-padre o comunque un Sapere che ci dica con certezza cosa e’ giusto e cosa e’ sbagliato, cosa e’ bene e cosa e’ male, chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Ecco, ad Angelina, tutto questo non e’ passato nemmeno per l’anticamera del cervello.

Lei si e’ affidata al Padre-test genetico che le ha rimandato un numero certo, da cui sarebbe dipesa la giusta azione da intraprendere.

Facile eh, quando qualcun altro decide per te…

La scelta dell’attrice non e’ “totalmente sua”, in realta’ e’ dipesa dai suoi geni. Puo’ quindi tirare (e anche noi con lei) un sospiro di sollievo.

Ma a pensarci bene, dato che tutto questo processo si e’ dispiegato all’interno del discorso della Scienza, la nostra protagonista, alla fine della fiera, poteva davvero fare altro?

Giulia Tamburini

  • Commento di Ilaria Fioretti

Grazie tante a Paolo per questo nuovo stimolo alla riflessione!

Anche io credo che ci sia una forma di presunzione nel credere di poter controllare ed eliminare i rischi, ma penso ci sia anche un profondo disamore verso il proprio corpo.

Mi ha scioccato l’idea che la prevenzione ( = giudicare in anticipo e quindi una forma di cura di se) si declini nell’eliminazione della essenza, semplicemente compensabile da una ricostruzione artificiale, perfetta solo nella forma.

Quella parte di se, non c’e’ piu’, sostituita da un’altra, sicuramente bellissima… ma per chi bellissima? Per un canone sociale e culturale e quindi poi anche nostro.

Questo mettere al secondo posto se stessi e’ una prassi alla quale ci pieghiamo naturalmente. Conformarsi significa allora prendere la forma di qualcosa che e’ legittimato socialmente.

Che cosa e’ legittimato socialmente oggi? Tentare in ogni modo di ridurre le cause di morte e di sofferenza, quasi nella folle speranza che prima o poi a qualcuno vada bene e riesca anche a non morire. E chi persegue al meglio questo obiettivo diventa un’icona.

Piu’ drastico e forte sara’ il suo gesto, piu’ ricevera’ gli onori. E allora ecco che quel se che si era piegato ad un’idea sociale si riscatta ed emerge, in una contraddizione senza uscita: l’amore per me stesso passa per atti di privazione (del corpo in questo caso) che mi saranno elogiati dalla societa’.

Se in questo c’e’ del progresso…

Credo che i gesti coraggiosi siano altri. Chi sa di avere familiarita’ (parola curiosa non trovate?) dei tumori si sottopone periodicamente ad esami che consentono di verificare l’attivita’ delle cellule in questione. Certo significa vivere con un limite, significa vivere pensando, significa vivere facendo prevenzione. Forse significa solo amarsi?! Amare il proprio corpo per quello che e’, rispettarlo, senza sottoporlo ad amputazioni che non sono e non saranno mai solo esteriori.

Vi dico da dove nasce questa mia riflessione: da una esperienza quotidiana, che sfiora il banale.

Comprai una rosa qualche anno fa. La tengo in un vaso sul balcone di casa. Le cambio posizione in base alle stagioni, cerco di annaffiarla con regolarita’, la fotografo quando fiorisce con una soddisfazione quasi materna. Ho accettato, su consigli vari, di potarla in primavera “Cosi’ si fortifica”… che era la stessa cosa che ci dicevano da piccole per i capelli e come allora non e’ che mi piacesse tanto spogliarmi/sfogliarmi, pero’ forse avevano tutti ragione (boh)!

Poi succede che nell’ultimo periodo, in preda ad orari folli per via del lavoro, la rosa non riuscisse a ricevere le attenzioni di prima. Ho pensato vabbe’ pazienza, non posso ricordarmi proprio di tutto!

Un giorno esco in balcone e la rosa mostrava 6/7 boccioli. Ho pensato “evvai, vedi che nonostante la trascuratezza, e’ ancora perfetta!” Dopo un momento di estasi mi avvicino per studiare i boccioli da vicino e mi accorgo che la rosa, la mia rosa, era piena zeppa di afidi. “Non e’ possibile!”, ho pensato. E’ bastato uno zoom e sono finita nel panico. Da un primo sguardo era meravigliosa, rigogliosa e poi prestando attenzione mi accorgo che e’ invasa da piccoli parassiti che la stanno mangiando viva.

Che faccio? Be, seguo le mie convinzioni, quelle che mi sono costruita in tanti anni di contrattazione tra me e il mondo. Allora via a guardare i metodi di cura naturali: leggi su internet, confronta i pareri, chiama mamma che tanto le sa tutte, provo anche con la vicina di casa. Ma il tempo stringe. Se non intervengo: 1) i boccioli saranno trangugiati ancora prima di sbocciare 2) la mia rosa potrebbe morire. E allora partono i dubbi… forse il metodo naturale e’ un po’ lento… e poi effettivamente dovrei ricordarmi di passare il rimedio piu’ volte al giorno e tutti i giorni… e se poi dopo tutto questo sforzo il rimedio non funzionasse? E magari questo voler seguire vie alternative e’ un po’ eccessivo…

Uffa ma proprio a me doveva capitare e proprio adesso che non ho un momento di tempo! Va bene basta non voglio avere un pensiero in piu’ questo mese e non voglio nemmeno sentirmi in colpa (potevo curarla un po’ meglio sta rosa!).

Fastidio, un profondo fastidio e’ quello che ho avvertito! Quindi scatta il problem solving. Che posso fare per risolvere in fretta e drasticamente questo problema degli afidi e del mio fastidio???

Due sono le alternative: taglio la rosa (chi mi dice che le bestiole se ne andranno?) o uso prodotti chimici (ai quali sono contraria)!!! Vada per la seconda e chissenefrega, per una volta… e poi il caso e’ grave! Rimedio il prodotto e come se avessi una potente arma (che senso di potere!) tra le mani mi accingo a salvare la rosa. Spruzzo per uccidere gli invasori!!

Ma immediatamente il senso di potere e’ sopraffatto da un’incredibile “sconcerto uditivo”: la mia rosa, tutta, brucia!!! E’ lo stesso rumore della patatina nell’olio di frittura. Orribile… faccio un passo indietro e rimango a bocca aperta, costernata da un effetto collaterale imprevisto e mostruoso!

Vabbe’ quel che fatto e’ fatto! Era necessario, no? Che altro potevo fare? E poi non e’ stato piacevole, ma ho risolto il problema… ho visto cadere uno ad uno gli afidi… per sicurezza ho anche passato un panno per scansare la morte, un po’ troppo vicina alla mia rosa. Adesso non mi resta che attendere; attendere che l’incidente concluda il suo corso e la mia rosa continui con la sua vita, li’ dove l’aveva sospesa… pronta di nuovo a sbocciare.

Nonostante le aspettative l’amara sorpresa non ha tardato ad arrivare. La mia rosa ha fiorito, ma non e’ rifiorita! Riporta macchie scure lungo il gambo, segni del mio intervento. I boccioli si sono aperti, ma sono pallidi e spenti, nemmeno rigogliosi. Nel complesso e’ viva, ma insomma provata, decisamente provata dal decorso.

Non e’ piu’ la mia rosa. E’ una rosa si, un’altra pero’… una rosa segnata! Una rosa in attesa di una nuova identita’.

E io? L’ho amata abbastanza la mia rosa? L’ho accolta, curata, rispettata? O alla fine per disimpegno l’ho snaturata??

Ilaria Fioretti

 

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