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Il bambino oggetto e…il furto di una “S” – 2 Febbraio 2013

Commento all’incontro della SLP di Ancona del 2/02/2013

I disturbi dell’apprendimento sono l’altro nodo (accanto a quello dei disturbi alimentari), che sempre più stringe la prima età della vita umana, l’infanzia e l’adolescenza. Anoressia non solo nei confronti del cibo, ma anche del sapere. E la famiglia e la scuola cadono inevitabilmente nel panico. Ecco allora, che si rivolgono alla scienza, sperando che da lì arrivi la soluzione. Un’illusione? In parte sì. Se n’è parlato ad Ancona, nella sede dell’associazione Heta (Centro multidisciplinare per il disagio psichico e i disturbi alimentari), su iniziativa della Scuola Lacaniana di Psicanalisi di Ancona, presieduta da Cristiana Santini. “Il bambino oggetto della scienza: la situazione nel mondo della scuola”: questo il tema dell’iniziativa.

“Il bambino oggetto della scienza”, dunque. “Ma il bambino soggetto dov’è? Chi ha rubato la ‘s’?”. È partito da qui il lucido, appassionato e appassionante intervento di Adele Marcelli, insegnante con una lunga esperienza in scuole primarie e secondarie, psicoterapeuta impegnata proprio nella realtà scolastica. “C’è fame di diagnosi”, ha detto. Neuroscienze, pedagogia, psicologia, logopedia sono chiamate sempre più spesso in campo, per dare risposta alla necessità/volontà di catalogare tutto e tutti. E sono sicuramente utili, i contributi di queste branche della scienza, come strumenti di lavoro, per affrontare il problema. Ma, al di là dell’oggettività della diagnosi, centrale deve essere la soggettività del singolo bambino. Per fare un esempio: la diagnosi di dislessia non significa che tutti i bambini dislessici siano uguali e, di conseguenza, debbano essere trattati alla stessa maniera.

Qui entra in scena l’insegnante, o l’èquipe di insegnanti, il cui ruolo è al tempo stesso delicato e fondamentale. Perché l’insegnante non può limitarsi a “preparare la tavola del sapere”, con le varie “pietanze”, ma è chiamato a far sì che anche il bambino o l’adolescente “anoressico” vi si accosti.

Ed eccolo, dunque, il protagonista, il singolo bambino nella sua concretezza: il bambino, che è il risultato, non solo dell’ambiente familiare e scolastico in cui vive, delle tradizioni e della cultura in cui è immerso, ma anche di qualcos’altro, il suo SOGGETTO (vogliamo dire il suo inconscio?), che non può essere ridotto a nessun modello astrattamente scientifico. “Ogni bambino è imperfetto rispetto al modello, che per lui si sono costruite la scuola e la famiglia”, ha sottolineato Adele Marcelli. “Bisogna fare posto al bambino così com’è”, e da lì partire, quando c’è bisogno di intervenire, avvalendosi, a quel punto sì, degli strumenti offerti dalla scienza.

L’insegnante ha due possibilità davanti a sé. Una è quella del sapere assoluto e totalizzante, di fronte al quale il ragazzo: o si chiude; o si mette in posizione di conflitto, comunque perdente; o mente, fingendo di obbedire; o è obbediente, al servizio della soddisfazione dell’insegnante. L’altra (quella forse più difficile, ma sicuramente più efficace) fa riferimento a un sapere ‘altro’, nel quale il ragazzo può sentirsi riconosciuto, accettato per la sua particolarità, che lo fa unico.

“L’insegnante – ha concluso Adele Marcelli – non deve indagare il bambino-oggetto, come fa la scienza, ma deve supporre l’esistenza del bambino-soggetto, di qualcos’altro, cioè, che esiste al di là di ciò che si manifesta ai nostri occhi”.

Paolo Marconi

Giornalista e scrittore

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