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“Volevo essere una farfalla” di M. Marzano

PAROLE CHIAVE: Anoressia, Dolore, Vita

 

Per lasciare un commento su questo libro cosi  intenso potrei partire da una miriade di frasi.

Potrei stare sull’ovvietà (non ancora ovvia) che l’anoressia è altro da cibo; è una sorta di risposta ad una domanda sull’amore e sull’esistenza che ci si è dovuti dare per sopportare il reale, altrimenti insostenibile.

Potrei insistere sul fatto che Michela, che voleva essere una farfalla, in realtà di leggero non voleva il corpo, ma il dispiacere che le procurava stare al mondo come essere umano, quindi mancante.

Invece voglio concentrarmi sul sottotitolo: ” Come l’anoressia mi ha insegnato a vivere”.

2012:

Mi aggrappo a quel titolo che vedo così carico di speranza, riscatto, promessa di felicità, risarcimento.

Mi si rafforza dentro l’idea che la sofferenza, il sacrificio non solo sono utili a farmi crescere e diventare più forte, ma che sono addirittura necessari perchè, come in sistema hegeliano, il negativo verrà superato automaticamente e  dialetticamente  portandomi ad un gradino più alto del mio percorso.

Il dolore  quindi serve, mi dico, anzi  è necessario perchè mi insegna come andare avanti.

Un giorno, quindi,  lo ringrazierò.

2013

Ho finalmente metabolizzato come mie le parole pronunciate da Michela in occasione della presentazione del suo libro in Ancona: “La sofferenza è sempre senza senso“.

Ho toccato con mano che non è la sofferenza in sé che ci rende bravi, forti, meritevoli di esistere.

Che stare al mondo facendoci anche del male, per poter ricevere uno sguardo d’amore non è obbligatorio.

Che la sofferenza fa parte della natura umana ma che non è necessario andarsela anche a cercare.

Che il peso non è quello del corpo, ma, citando la poetessa Paola Turroni  “è l’assenza di chi guarda“.

Che abbiamo tutto il diritto di crearci una personale traduzione dell’amore che siamo in grado di ricevere e sentire,  senza per questo esserne troppo consumati.

Che, anche se non possiamo lasciare il sintomo anoressico così come è, abbiamo il diritto di ” farci qualcosa di nuovo”  del sintomo, senza morirci, senza perdere troppo.

Suggerisco simpaticamente a Michela di limare il sottotitolo del suo libro: non è la sofferenza che in automatico fa spostare.

E’ come la si attraversa che può fare la differenza.

Solo noi possiamo decidere di farlo, in solitudine ma non da soli.

Come il modo di aver attraversato l’anoressia mi ha insegnato a vivere“.

Ecco che suona meglio.

Ecco, questo è  forse quello che, un giorno,  ringrazierò.

 

Giulia T

 

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