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“Una vita sottile” di C. Gamberale

PAROLE CHIAVE: Intelligenza, Fantasia, Malattia

 

Questa è la storia della “guarigione” dall’anoressia-bulimia di Chiara, attraverso la fantasia  e la forza creatrice piuttosto che attraverso trattamenti terapeutici basati sul cibo.

Chiara lo afferma bene: “Il mio problema è con le emozioni, insomma, mi sono scoperta d’un tratto fragile come se fossi in carne viva e le emozioni, appunto, le emozioni mi avrebbero distrutto, e allora ecco la malattia, dal tessuto impermeabile come quello di un preservativo, e pesante come una corazza…Una corazza sulla carne viva fa infezione e per questo mi sono ridotta così. Non potevo rimanere in clinica, lì mi avrebbero al massimo lucidato la corazza ma io ho bisogno della mia pelle.

Quella pelle che non è già lì ma che si crea  a partire dalle  proprie particolarità; quella pelle in grado di farci sopportare il reale, in modo da starci (perchè no?) anche  piuttosto bene.

In questo libro Chiara parla di sé stessa: ma, come al solito, quando dobbiamo raccontare di noi, prendiamo in prestito parole dell’altro.

Perchè, nel momento in cui io descrivo l’altro, racconto sempre e comunque dell’altro-visto-da-me.

In realtà, Chiara non sta affatto toccando l’altro: sta, in quel modo, parlando di sé.

Lo ritengo un buon libro, in cui si percepisce tutta la difficoltà dello stare al mondo (con tutte le scarpe, col corpo, come essere umano) per  una ragazza intelligente, curiosa, vivace e riflessiva.

Non si riduce ad una descrizione di una anoressia emersa negli anni dell’adolescenza,  come il capriccio di una adolescente che vuole seguire i canoni di magrezza imposti da una società dell’apparire.

Mi fa ancora un po’ sorridere però  quando la protagonista, alla fine del libro, si chiede quando “potrà essere anche lei IMPERFETTA e FELICE” come tutti gli altri.

Mi ricorda me stessa, quando non volevo separarmi  dall’illusione che l’altro fosse sempre quello che, al contrario mio,  aveva tutto e  stava bene davvero, come avrebbe dovuto essere anche per me:  l’altro, colui che sano ed equilibrato, era in grado di stare nelle relazioni, di essere genitore senza annullarsi, di avere una famiglia ma allo stesso tempo capace di inseguire un sogno senza rimpianti.

Insomma l’altro era intero-pieno-sano: io ero mancante-vuota-distorta.

Ma, io, Chiara, l’altro, siamo tutti quanti essere umani.

E come tali mancanti, ripetenti, ognuno girante intorno, col proprio modo, a quella cosa che non si può dire e di cui abbiamo necessariamente bisogno per stare su, e (si spera) umanamente godere e desiderare.

Una nostra traduzione intima  dell’amore che possiamo permettere di ricevere e di sentire, senza esserne troppo consumati.

 

Giulia T.

 

 

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