“L’origine della distanza” di F. Scotti

CONSIGLIATO

PAROLE CHIAVE: sospensione, distanza, rispetto

 

La prima impressione che ho avuto dopo aver finito la lettura è stata una dolce-amara delusione. Ero, direi, perplessa.

Colpita e amareggiata dalla dimensione di sospensione della scrittura, quasi ubriacata dalla lentezza e dalla calma della narrazione, anche a libro terminato, continuavo a chiedermi insistentemente “beh, quando inizia l’intreccio? ” o, parafrasando Criminal Minds “quando arriva il fattore di stress che mette in moto l’azione?”.

Chiaro che, intrisa dell’impazienza da tipica occidentale, non potevo che reagire al finale con un acido: “beh, tutto qui?”.

Poi ripensandoci qualche tempo dopo mi sono accorta che non c’era nulla, proprio nulla da cercare con il luminor,  la storia è ed è sempre stata già lì; non c’era proprio nulla da aspettarsi ancora.

Avrei dovuto avere solo la pazienza di leggere le lunghe descrizioni, darmi tempo per familiarizzare con posti, luoghi, scenari, odori e sapori di un altro mondo.

Potrei definire, a pensarci bene, la narrazione ” sensoriale”: la precisione del tratto porta quasi a essere lì, talmente vicini  per toccarli i fiori, le pietanze, i tessuti, i preziosi ricami, ma, se ci si sposta dal primo piano e dal dettaglio, si ritorna immersi  in quel timido Giappone in cui entriamo in punta di piedi, attraverso delicate  pennellate di colore.

Il tema della distanza è chiamato in causa da ogni parola: al di là del debole intreccio che fa da sfondo è proprio essa la protagonista del romanzo, che sfuma, sfugge e non si può catturare.

E’ la parola che evoca, che rimanda a qualcosa che è altrove. E’ la parola della poesia.

(E ora capisco perché, a pelle, mi ha, come dire, urtato).

La parola, se evoca, non si limita a descrivere qualcosa al di fuori di te ma è potente: ti lascia una traccia, un segno, un disegno.

Che io forse, lì per lì, non volevo riconoscere.

 

Giulia T.