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“L’inverno dell’alveare” di D. Bellucci

CONSIGLIATO: a tutti

PAROLE CHIAVE: sogno, viaggio, scoperta

 

Questa favola, racchiude dentro di sé un dolce succo dal sapore diverso a seconda che ad assaggiarlo sia un bambino, un adolescente, un esperto, un adulto che si crede “arrivato”, o qualcuno che, per qualche motivo, è alla ricerca della sua direzione.

La protagonista, l’ape esploratrice , spinta dal desiderio di superare l’inverno, inizia la sua ricerca partendo da due elementi cosi fondamentali quanto ovvi (nonostante oggi siano invece molto spesso scavalcati) ossia:

  • le domande
  • gli altri (ma non gli esseri della stessa specie, bensì  l’altro- diverso- da- sé  da cui la nostra eroina “impara ad imparare”)

E allora dalle spighe di grano scopre che,  per superare l’inverno bisogna “coltivare e proteggere un desiderio“, mentre dall’albero che “occorre lasciar cadere le proprie foglie per potersi rinnovare” a primavera.

Che assuma un ruolo necessario l’altro affinché si possa uscire “nuovi” dall’inverno, la nostra ape esploratrice lo apprende sia dall’uccello migratore (“non si supera l’inverno da soli“) sia dai pesci  del fiume (“non si supera l’inverno senza fidarsi di qualcuno“).

Intuisce quindi, a questo punto, l’importanza di quel passaggio che, staccandoci per un momento dal racconto in sé, è allo stesso tempo necessario e doloroso perché si possa ri-nascere dopo l’inverno. Prende atto cioè, che “bisogna spostarsi da dove si è nati”.

Lo spostamento: può sembrare un termine quasi abusato, presente già al tempo dei miti (mi riferisco alle peregrinazioni di Ulisse o al viaggio di Enea nell’Ade) e ripreso poi in maniera feconda in letteratura (si pensi al celebre “addio ai monti” de “I Promessi Sposi” ); ma lo trovo così estremamente duttile e malleabile da poter rappresentare,  in maniera così efficace e appropriata  in molteplici contesti (dalla scienza all’arte, dalla religione alla psicologia), il simbolo di un punto di svolta in un percorso di qualsivoglia natura.

Posso assicurarvi, invece, che, per la mia esperienza, quel movimento che dovrebbe essere tanto naturale da sembrare addirittura banale, e su cui la nostra ape esploratrice fonda la propria particolare idea per superare l’inverno, non solo non è automatico ma necessita molto spesso di un lungo e faticoso tempo di costruzione.

Poi piano piano accade che l’ape sente di non aver più bisogno del paracadute che la Nutrice le ha fornito alla nascita, perché realizza che  basta già di per sé l’avere un progetto a darle peso, a farle prendere consistenza: decide così di darsi un nome in modo da poter essere finalmente riconoscibile differenziandosi così dalle compagne.

Avere un sogno non comporta , inesorabilmente (come a volte invece ci trasmette la parola disincantata dell’adulto), lo staccarsi completamente dalla dimensione reale e trasferirsi su un altro pianeta: questa favola, fortunatamente , ce lo sottolinea. L’ape esploratrice infatti continua a ricercare il polline,  e quindi a fare la sua parte “per non mandare in rovina l’alveare”.

E’ il COME  che fa la differenza: infatti l’autore ci racconta che la nostra eroina, dopo aver messo a fuoco le sue intenzioni per superare l’inverno, “sentiva che era (più) bello fare il proprio dovere con un sogno dentro.

 

Giulia T.

 

 

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