Contatta il nostro Centro: 380.2118180




“Ferite a morte” di S. Dandini

CONSIGLIATO

PAROLE CHIAVE: violenza, rispetto, identità

 

QUANDO SI DICE ” E’ ORA DI DARCI UN TAGLIO”

Questa riflessione nasce non solo dalle cronache quotidiane di violenza sulle donne che affollano i nostri telegiornali, ma dalla prospettiva interessante con cui Serena Dandini, nel suo nuovo libro “Ferite a morte” decide di guardare questo fenomeno purtroppo ancora cosi profondamente e visceralmente radicato nel mondo di oggi.

Mi ha incuriosito perché sono profondamente convinta che è spostando l’angolazione che possono emergere dettagli, sfumature anche su un argomento ampiamente trattato, proposto, presentato a volte, quasi, come un’anomalia necessaria per tenere su il sistema, venendo cosi ampiamente banalizzato, a mio avviso, fin dalla scuola elementare.

L’autrice fa parlare quelle donne assassinate proprio in quanto donne: e lo fa, non solo simbolicamente per ridare voce a chi, durante la propria esistenza, non ha potuto mettere in parola la sua condizione, ma anche per fornire una risposta al lettore che non può fare a meno di chiedersi: “Ma come, l’hanno sposato? Non se ne erano accorte prima che era un violento? Se avessero voluto davvero avrebbero potuto fuggire. Volere è potere.”

O, riportando crude parole che mi vennero dette personalmente 11 anni fa: “Se non lo lasci vuol dire che non ci stai poi così male. Altrimenti lo lasceresti.”

Io a 16 anni non trovai le parole adatte ma, credo che niente sia più eloquente delle parole di una delle vittime-protagoniste che dall’aldilà supplica “E’ una vita che ci insegnano ad assecondare gli uomini. Ora insegnateci a difenderci e fermarli.”

Come afferma Rashida Manjoo, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la lotta contro la violenza sulle donne “gli omicidi basati sul genere continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati e l’impunità costituisce la norma…. e ciò è trasversale, travalica qualsiasi differenza di cittadinanza, cultura, religione e status“.

Come si può facilmente dedurre dalle parole sopra riportate è l’intero mondo maschile che, per riconoscersi ed esistere, ha bisogno della mortificazione dell’altro da sé, la donna appunto.

Rovesciare la cosa non è affatto né automatico né scontato: personalmente credo che in primis le stesse donne dovrebbero avere il coraggio di dimenticare i padri, parafrasando la poesia di Quasimodo, e provare a vedere cosa c’è oltre lo schema “o troia o sposa” che, anche se con diverse definizioni, si è sempre ripetuto (basti pensare alla donna-angelo dantesca e a quelle fatte di carne e desideri proposte da Boccaccio).

Solo cosi, si potrà attraversare in maniera non mortifera , quel senso di colpa intrinseco che molto spesso si traduce nelle giustificazioni che sentiamo da chi vive una dipendenza affettiva ” me la sono voluta io”, ” no, lui è buono, non l’ha fatto apposta”, “sono stata io che l’ho provocato e l’ho esasperato con il mio modo di fare sbagliato”.

Un’altra componente che agevolerebbe un’autentica rivoluzione sarebbe anche riuscire a smettere di pensare al femminismo come un insieme di azioni volte alla parità uomo/donna intesa come una mera rivendicazione per l’universo femminile delle prerogative del mondo maschile.

Ma è cosi improponibile, mi chiedo, un discorso di costruzione di una identità a partire da ciò che è lì davanti ai nostri occhi da sempre (nonostante lo si sia tentato di negare in diversi modi) ovvero la DIVERSITA’ tra uomo e donna?

Insomma spostiamoci: non si tratta di porre l’accento su chi è migliore o chi no, su chi è giusto o sbagliato, sul genere meritevole di esistere a pieno titolo e quello “a condizione che”.

Non si tratta di fare le preferenze ma le differenze.

Non è poi cosi trascendentale come riflessione: non è forse quello che ripete sempre la super tata di “S.O.S TATA” quando viene magicamente evocata da genitori alle prese con la gelosia dei fratelli????

La scelta non può ridursi all’inevitabile adeguamento della donna alla visione del mondo maschile (che identificando la donna come moglie/madre/troia svalorizza, limita, mortifica e punisce qualsiasi tentativo di personale espressione) o una sterile ribellione, un generico ” essere contro” e vomitare un modello in cui si sta stretti senza accompagnare tutto questo da un proposito di costruzione di una identità basato sul vero, ossia la differenza.

Perché la pars destruens è condizione necessaria ma non sufficiente: senza una parallela tessitura di un piano nuovo di esistenza per il mondo femminile si crea un vuoto cosi angosciante che invece di favorire “l’emersione del nuovo” rischia di portare un ulteriore ancoraggio d’emergenza a schemi antichi.

Insomma alla fine la donna arriva a dire: “mi va bene tutto, basta che mi dite come devo essere”.

D’altro canto l’uomo, a cui fa paura l’alterità, è rassicurato perché non deve fare i conti con il fatto che la donna non è sempre lì, pronta, non c’è come vorrebbe, come è sempre stato abituato a vederla, come desidererebbe, come avrebbe bisogno ci fosse per lui.

Proviamo a spostarci da tutto questo anche (e soprattutto) a partire dalle parole (prima che si arrivi a stupri e omicidi).

Perché, in una bambina che cresce, assorbire commenti denigranti dal proprio padre di fronte ad una notizia di stupro appresa al tg ” Le sta bene. Cosa se l’è messa a fare la minigonna?” significa alimentare nei pensieri e nel corpo quella colpa ancestrale solo per il fatto di essere femmina.

Significa non troncare mai quel circolo, significa alimentare e giustificare tacitamente il perpetuarsi della violenza.

E’ ora di darci un taglio: in teoria non siamo ai tempi del Malleus Maleficarum.

 

Giulia T.

 

 

Piazza Armando Diaz, 2 - 60123 - Ancona - [t] 071.31868 - ancona@fidadisturbialimentari.it - Mappa del Sito | Note legali e privacy

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Chiudendo questo banner, cliccando su un link o un pulsante o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Privacy Policy

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close