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“La monaca di Monza” di A. Manzoni

CONSIGLIATO

PAROLE CHIAVI: Desiderio, Vittima, Scelta

 

Mi ha sempre affascinato la personalità di Geltrude fin dal liceo: così complicata, sfuggente, ambigua. Moderna oserei dire.

E appena ho visto che era stata pubblicata una edizione del Fermo e Lucia solo riguardante la storia della monaca di Monza, non ho potuto resistere.

Forse, mi sono detta , saprò cosa è successo davvero nella vicenda della suora oltre a  quella lapidaria frase “la sventurata rispose” con cui il Manzoni tronca la narrazione ne “I promessi sposi”.

L’attrazione o la diffidenza verso Geltrude si prova inevitabilmente già dalla sua comparsa.

Nozioni del liceo mi hanno ricordato di porre  l’attenzione proprio  sul DINAMISMO PSICOLOGICO della descrizione; l’alternarsi del nero e del bianco, il modo di muoversi e le espressioni del viso rivelano a poco a poco il dramma che si consuma all’interno della Signora: è un ossimoro vivente in cui il suo forte temperamento si scontra con la sua intrinseca debolezza e la sete insaziata di affetto scivola nel piano dell’aridità e del rancore.

A dir la verità a me hanno colpito da sempre i tre aggettivi che il Manzoni scelse per descrivere la sua  bellezza “sbattuta, sfiorita, direi quasi scomposta.”

Che dire: quando l’accostamento sapiente di tre parole anticipa  la vicenda della sventurata che verrà narrata nelle pagine successive.

Geltrude ha una storia che è un susseguirsi di sottili e grandi ingiustizie programmate “già da quando era ancora nascosta nel ventre della madre”.

Come non mai in questo caso  l’Altro, il padre la pre-esiste. Non le dice mai apertamente “tu devi fare la monaca” ma, essendo già tutto scritto e segnato, è il solo “venire al mondo” della bambina che innesca quella serie di comportamenti  e di azioni in cui la famiglia  cerca di introiettarle la volontà di farsi suora davvero.

Ammesso che si possa parlare di volontà nel caso di Geltrude, che, a mio avviso è una facoltà di cui è dotata una persona libera, possiamo considerare questa ragazza soggetto, in grado cioè di vedere/avere  una scelta oltre il chiostro?

Io credo purtroppo che la domanda di amore che poneva inevitabilmente Geltrude, data l’atmosfera che ha respirato in famiglia, DOVEVA PER FORZA PASSARE  attraverso il voler farsi suora. E allora l’aggettivo “sbattuta” calza a pennello: è la parola dell’Altro che dall’esterno si è sbattuta su di lei mostrandole l’unica direzione percorribile.

Anzi peggio: è come se il padre le comunicasse costantemente “sai faccio tutto questo per il tuo BENE ” generando così in lei, nel caso di deboli tentativi di ribellione, la sensazione di essere sbagliata e ingrata.

Perché è attraverso il senso di colpa e la minaccia dell’abbandono che Geltrude ” fa contento il padre” o, in altre parole, pur di compiacere l’oggetto di amore, sacrifica se stessa.

Perché una educazione che non si preoccupa di sviluppare gli elementi di autenticità di una bambina è una morsa che chiude, reprime, costringe il desiderio.

Ma il corpo parla: infatti il secondo aggettivo è ” sfiorita”, come una pianta appassita che ha perso i suoi colori vivaci.

Geltrude la troviamo lì, presente, davanti a Lucia, Agnese e il padre guardiano, avida di vita : ma in realtà attraverso anche la descrizione del pallore delle gote, capiamo che qualcosa sta morendo in lei, se non è già morta.

Insomma la Signora , a soli 25 anni, è come se avesse già vissuto e scontato la propria esperienza.

Ma il desiderio trova sempre altre vie in cui riemergere: da qui la passione con Egidio, l’uccisione di una suora, e il tradimento di Lucia.

La Signora fu infatti complice del suo amante che pose in essere il rapimento della fanciulla per consegnarla all’Innominato.

Ma anche questo comportamento in realtà non è una vera e propria “azione”: è un tradimento non voluto di una vittima (la monaca di Monza) ad un’altra vittima (Lucia). A questo atto Geltrude non può rinunciare, perché le dà quel “po’ di consolazione che ormai le era riservata sulla terra“, sebbene le poche forze rimaste la rendano inadeguata e costretta ad un contrasto

Manzoni infatti chiude la triade di aggettivi con un “scomposta“: si potrebbe interpretare come attributo di una esistenza senza un autentico ordine, che si dispiega nel discorso dell’Altro con, inevitabilmente, un desiderio che si ripresenta con forza attraverso atti scellerati.

L’umanità di questa figura però mi è sempre rimasta dentro a causa dei suoi timidi e tragici  tentativi di occupare un altro posto che non sia quello che le ha assegnato il padre. Ad ogni “sì” che pronuncia, prova in ogni modo a convincersi che non è tutto perduto, che è lei che possiede l’ultima parola, che al passaggio successivo le cose “andranno diversamente”.

Ma ahimè, quel ” NO” non riesce ad uscire, nemmeno  quando si trova da sola, davanti all’ecclesiastico che doveva valutare la bontà della vocazione.

E nessuno può sorprendersi di questo o permettersi di indicare la ragazza come dotata di poco carattere perché “altrimenti si sarebbe ribellata”.

Il dramma della sventurata è proprio questo: non sentire di  potersi permettere di esistere anche dicendo NO.

Perciò, non potendo in alcun modo spostarsi dal discorso paterno  la nostra Geltrude “fu monaca per sempre”.

 

Giulia T.

 

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