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Miù- Lettera di una ragazza con bulimia

…”Sono una ragazza di quasi 18 anni. Il mio disturbo alimentare è iniziato all’incirca quattro anni fa. Fin da piccola sono stata una bambina “in carne”, “cicciottella”, così mi definiva la mia famiglia. L’ho sempre presa come uno scherzo fino a quando iniziarono i primi confronti e paragoni con mia sorella e le mie cugine che sono sempre state molto magre. Nessuno mi considerava se non per farmi delle osservazioni sul mio aspetto fisico e allora cominciai a mangiare non più per il piacere di farlo, ma per essere considerata. A 14 anni tutto cambia, il mondo delle superiori, i confronti con l’ altro sesso e anche con le altre ragazze mi facevano sentire a disagio, le osservazioni da parte della mia famiglia non facevano che peggiorare il mio stato d’animo. C’era qualcosa dentro di me che si stava ribellando a tutto quello che mi circondava, in famiglia non mi sentivo più a mio agio, volevo scappare da tutta quella sofferenza da quelle pratiche malsane, sono sempre stata timida abituata a tenere le cose dentro, accumulavo, accumulavo e accumulavo… così senza accorgermene iniziai semplicemente con una dieta “fai-da-te” . Mia madre mi assecondava in questa mia decisione cominciai ad avere i primi sintomi dell’anoressia, ma da principio non pensavo che la situazione potesse arrivare a questo punto. Un giorno mi sentii male e capii che mia madre, dopo aver strappato la dieta sotto i miei occhi, non era più dalla mia parte: adesso ero sola. Nel frattempo stavo passando un periodo molto difficile con la scuola, primo anno di superiori, rendersi conto di aver fatto una scelta sbagliata e prendere nuovamente una decisione. Così cambiai scuola e riuscii ad entrare nell’anno successivo senza perdere quello già concluso. Ero davvero soddisfatta di me stessa, per la prima volta avevo scelto io e ce l’avevo fatta con le mie forze! Inizio’ così una specie di nuova vita, compagne nuove, professori nuovi, insomma dovevo assolutamente dare tutta me stessa per dimostrare che valevo qualcosa. Cominciai ad entrare purtroppo in un meccanismo distorto perché vivevo solo per la scuola e lo studio, dovevo dare il massimo e così è stato. La scuola per me rappresentava una prova continua, un dovere. Dovevo sempre essere brava e perfetta, un dovere verso me stessa che mi imponevo, dovevo dimostrare agli altri che valevo qualcosa, soprattutto ai miei genitori.. Con il passare del tempo mi allontanai sempre di più dalle amicizie, mi rinchiusi in casa sempre e solo per studiare e si fecero sentire i sintomi della malattia. Cominciai di nuovo a ridurre il cibo, buttavo la merenda, dicevo a mia madre di aver mangiato a scuola per arrivare a sera con lo stomaco vuoto e davanti ai miei genitori facevo vedere che mangiavo qualcosa così che non si accorgessero di niente. Dopo qualche tempo incominciai a sentirmi diversa, a scuola ero sempre distratta, le ore di studio erano diventate il doppio a causa della difficoltà a concentrarmi, questo mi mandò ancora più in crisi. Dopo vari svenimenti e la preoccupazione dei professori, iniziai ad aprirmi e loro mi indirizzarono in un centro per disturbi alimentari. Andai in questo centro e mi presero in carico. Non penso che allora fossi consapevole del reale problema, decisi di farmi seguire più per accontentare gli altri, per non farli preoccupare. Naturalmente i miei genitori vennero a conoscenza del problema e cominciarono a controllarmi maggiormente. Da lì iniziò il periodo più brutto. La bulimia. Dovevo in qualche modo eliminare quello che mangiavo e poi c’era il problema dello studio: non potevo permettermi di dimagrire troppo, quindi entrai nel meccanismo delle abbuffate... Nel mio voler essere prima in tutto non mi rendevo conto che nello stesso tempo stavo cadendo sempre più in basso, sempre più giù nel buio. La bulimia gridava per me, io non ne ero capace. Quando iniziai a rendermi conto che tutto intorno a me stava precipitando iniziai a prendere coscienza su ciò che mi stava succedendo. Il periodo più buio forse mi ha portata per la prima volta ad accendere una luce su di me, a capirmi davvero. Ciò che oggi mi porta ad essere ancora qui e’ la mia consapevolezza verso la malattia. Ma il volere continuare a star male? Io dovevo far vedere a tutti che stavo male. Urlare il mio dolore attraverso il mio corpo era, credo, l’unico modo. Volevo essere invisibile, scomparire, ma anche urlare al mondo la mia sofferenza. Io avevo tutto ma in realtà non avevo niente. Tutti mi dicevano che avevo quel tutto, che ero bravissima a scuola, la prima della classe, una bella ragazza con potenzialità, ma in realtà io non avevo bisogno di quel tipo di soddisfazioni. Avevo bisogno di attenzioni, di amore.

Volevo essere amata non per quello che facevo, ma per quello che ero, con i miei difetti, le mie paure, le mie insicurezze, ed ecco che qualcosa si ribellava in me. Se fossi stata meno brava, mi avrebbero anche amata di meno? avevo paura che diversamente non mi avrebbero accettata. Fin da piccola mi sono sempre arrangiata, crescevo nel silenzio e nei sensi di colpa e questo mi ha portata a stare male. Con il tempo ho deciso da sola di chiedere aiuto, ma un vero aiuto questa volta. Durante questo cammino ho incontrato persone stupende che mi hanno aiutata ad arrivare a dove sono adesso. A breve inizierò un percorso residenziale, e nonostante io sono convinta che è la scelta migliore che io abbia fatto fino ad ora, ho momenti in cui ci ripenso, la paura è tanta. So che è la parte malata che vuole farmi tirare indietro ma cerco di non dare spazio a questi pensieri. Sono sicura e soprattutto fiduciosa che questo percorso mi aiuterà, forse non guarirò del tutto ma è un primo passo verso la guarigione, le cadute ci sono sempre, l’importante è sapersi rialzare.. chi è dentro questa malattia la cosa che deve fare è affidarsi, con i se e i ma che ci sono sempre e sempre ci saranno perché il percorso è lungo e tortuoso ma sono sicura che una via d’uscita c’è, basta volerlo davvero.”

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