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“C’è voluto tempo per perdonare l’aritmetica delle calorie, per smettere al mattino di contare il numero delle costole….”

TESTIMONIANZA DI UNA RAGAZZA DI 19 ANNI

“Sono passati quattro anni dall’ultima volta che ho contato ventisette rigatoni per il pranzo – forse meno, forse qualche volta ho barato. Sono passati anni dall’ultimo incontro con lo specchio fatto di parole atte a convincere più me stessa che la mia famiglia: dirmi “stai bene” e intendere “ce la farai”; e non ci credo. Mi guardo ora: non sono cambiata dentro, non sono cambiata fuori; la crescita, la maturazione, ha fatto di me la persona che sarei dovuta diventare, una “ex-troppo magra”, una “che adesso mangia”, come dicono gli altri che non sanno cosa significhi vivere due vite (la vita e la malattia), che non conoscono la differenza tra un sorriso pensato, un sorriso che nasconde una psicologia imperfetta, e un paio d’occhi che sorridono, che baciano da lontano. Non li invidio – non li ho mai invidiati per la loro inconsapevolezza. L’anoressia ha costruito la guarigione da me stessa: l’anoressia ha costruito il principio della mia vita. Mi guardo meglio: forse sono cambiata dentro, sono cambiata fuori. 

A volte mi chiedo se si possano riconoscere in strada i nostri vissuti, i nostri travagli ospedalieri, le nostre ore di macchina verso i dottori, se attraverso i miei occhi si possa vedere una madre che invecchia alla vista di una figlia che piange sul piatto, se sui capelli ci sono ancora le carezze di un padre a dirmi “cos’hai dentro di te che impedisce di far vivere mia figlia?”, se quando cammino si sentono in eco i passi frenati di un fratello che si ripete che andrà tutto bene. Chi ci vede in strada ci guarda con incoscienza, non abbiamo etichette addosso, passano avanti e passano ad altre, ad altri, ad altro: magari notano le scarpe, si chiedono quanti anni di vita hanno davanti. 

C’è voluto tempo per perdonare l’aritmetica delle calorie, per smettere, al mattino, di controllare il numero delle costole, di fare gli addominali e cinque rampe di scale prima e dopo i pasti. Ci vuole tempo per perdonare, ma non si dimentica mai: ora, non riesco ad immaginare la mia vita senza la Malattia che mi ha visto piegata alla vita stessa, quella malattia che quasi ricordo con la stessa simpatia con cui si ricorda un cane, un vecchio maglione, un ragazzo incontrato d’estate: alla malattia devo l’affetto verso la gioia, la speranza nei ricordi e ancor più la curiosità del futuro. Non voglio ringraziare l’anoressia come se fosse un regalo; voglio ringraziarla come se fosse stata la triste vera necessità della mia vita”.   

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