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Anoressia: sapere o non sapere? Questo è il problema!

Il titolo richiama la famosa frase dell’opera di Shakespeare, Amleto: “Essere o non essere? Questo e’ il dilemma”. La scelta nasce dal fatto che i DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) non sono malattie del corpo ma dell’essere, che rivelano un male di esistere ancor prima che di vivere; oltre alla constatazione che hanno un rapporto singolare con il sapere, sapere su di se’: non lo indagano, non ne vogliono sapere, piuttosto, cercano di definirsi attraverso le misurazioni del corpo, in un rapporto autistico con l’oggetto cibo, come se non ci fosse nulla da sapere, un vuoto.

L’Anoressia, la bulimia, i disturbi del comportamento alimentare in genere ci dicono una cosa fondamentale: che l’uomo non e’ il suo corpo e non puo’ essere compreso con la sola biologia. Il linguaggio, la parola hanno mutato l’essere umano, da animale naturale ad animale culturale, producendo una domanda fondamentale ed ineliminabile: chi sono? Di cosa sono fatto? Che senso ho? La risposta a questa domanda e’ necessaria per vivere.

I bambini, ben lontani dalla visione spensierata che ne vogliamo avere, si pongono queste domande esistenziali appena iniziano ad avere consapevolezza di se’ e dell’Altro.

Le risposte le cercano nell’Altro, nel mondo che li circonda, silenziosamente ascoltano e immagazzinano ogni parola. La personalita’ si costruisce all’interno della relazione con l’Altro, come effetto di queste relazioni nel loro insieme, per come ciascuno le ha interpretate, definite, spiegate.

A volte qualcosa non va, la risposta non e’ soddisfacente, non e’ chiara, non c’e’.

La vita senza un nome, un significato su cui appoggiare e’ insostenibile. Allora si cercano e, a volte, si trovano protesi, puntelli che resistono fino al fatidico incontro con la spinta vitale che accompagna l’adolescenza, spinta a uscire, confrontarsi, separarsi, definirsi, un incontro che puo’ divenire angosciante se non e’ possibile reperire dentro di se’ una teoria, parole che ancorano il soggetto a una identita’, a un luogo, una storia, gli danno un posto inconfondibile e unico.

Se mancano queste radici psicologiche la terra vacilla, tutto diviene incerto e spaventoso, pericoloso nella sua imprevedibilita’. Allora arriva il sintomo che, non a caso, parla la lingua del suo tempo, usa le logiche della sua epoca. La nostra epoca produce sintomi che chiamano in causa il corpo, l’immagine, l’oggetto: DCA, dipendenze, autismo etc.

Un’epoca dominata dalla logica del profitto, dal consumo, ha elevato a valori l’immagine, l’oggetto, il gadget, l’avere a discapito della dimensione dell’essere. Il consumo e’ prioritario, per questa ragione e’ funzionale lasciar credere che l’insoddisfazione umana sia un male da eliminare, ridurla a un vuoto da riempire, possibilmente con uno dei tanti oggetti del mercato.

I soggetti sono ridotti a corpi da riempire, da curare con qualche pillola di nuova generazione, aggiustare, modificare alla ricerca di una perfezione disumana.

Queste sono le condizioni entro le quali emergono risposte sintomatiche come l’anoressia o la bulimia, che rappresentano una ricerca di controllo, di una indipendenza impossibile che nega la struttura relazionale dell’essere umano. Sono malattie dell’essere, un rifiuto del legame con l’altro, un rifiuto dell’altro.

Il pensiero e’ dominato dai numeri, dalle misure, nel tentativo di trovare una definizione quantitativa del proprio essere, un numero pacificante, che quieti l’angoscia.

Questi sintomi sono una ricerca di strumenti di controllo, per gestire sia la realta’ profonda che e’ quella esterna, attraverso la certezza offerta dalla matematica.

Il male che pervade gli uomini e le donne che portano questo sintomo ci riguarda, perche’ rivela qualcosa della nostra condizione umana e del nostro tempo: l’uomo non e’ definibile attraverso la matematica, le statistiche, le tabelle, la dimensione quantitativa, ma riesce a esprimersi a trovare la sua strada, ad avere una vita sostenibile solo all’interno di una realta’ in cui prevale la logica qualitativa, della differenza e non del confronto io o tu, del piu’ e del meno, ma nel rispetto della particolarita’ soggettiva, dell’unicita’, dell’imperfezione.

Rita Levi Montalcini ha scritto un libro: “Elogio dell’imperfezione” in cui, da scienziata, mostra come sia proprio l’imperfezione a renderci unici, inconfondibili e umani. La perfezione suppone uno standard, un modello unico, una normalita’ che non prevede le variazioni soggettive e che cerca di omologare gli uomini verso una cultura della funzionalita’, della efficienza, della robotica, della informatica applicata alla mente umana.

Dobbiamo fare attenzione, il problema si sta allargando a macchia d’olio. Ogni giorno assistiamo agli effetti di questo pensiero: un malessere che spesso sfocia in violenza.

L’incontro del 31 Maggio vuole essere un’occasione per parlare dei disturbi alimentari, non solo come sintomo di una malattia, ma come espressione di un male sociale, di un problema nella relazione, nel mondo dei legami.

Queste occasioni pubbliche di incontro e discussione sono fondamentali, al fine di creare una nuova cultura dell’uomo, una consapevolezza che ci richiami al nostro ruolo di attori del sistema in cui viviamo, a una responsabilita’ civile, culturale, soggettiva che rafforzi la fiducia di poter incidere, cambiare la realta’ che ci circonda.

Occorre ridare valore e sostanza a parole come etica, fiducia, rispetto, ascolto, tolleranza perche’ ci sia un futuro sostenibile per le generazioni a venire. Non si tratta di un progetto ambizioso ma di una necessita’ indiscutibile.

 

Scarica la locandina dell’incontro

Dott.ssa Cristiana Santini

Psicologa Psicoanalista, Segretario regionale della SLP

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