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L’intervento nell’adolescenza

La pubertà e l’adolescenza rappresentano un momento in cui spesso, ad entrare in crisi, è il corpo prima del cibo. I cambiamenti legati alla crescita, la fatica di relazionarsi con un corpo sconosciuto di cui spesso si percepisce il peso improvvisamente, la preoccupazione e il pensiero per la propria immagine corporea e per l’effetto che provoca negli altri, possono favorire l’utilizzo difensivo del cibo e l’emergenza di una problematica alimentare che può rivelarsi anche molto seria (anoressia, bulimia, ossessività verso il cibo).

L’inizio a volte è subdolo e legato ad episodi non subito riconducibili ad una difficoltà in ambito alimentare. Spesso è in coincidenza di un cambiamento dovuto a situazioni esterne e non controllabili (cambiamento della scuola o dell’abitazione, separazione dei genitori o modifica delle condizioni economiche della famiglia). Sovente a segnare il passo è la rottura di un legame affettivo (perdita di un familiare, rottura di un’amicizia importante o di una relazione amorosa). In queste situazioni di crisi, e in un momento in cui è difficile fare appello all’altro familiare che viene spesso visto più come un nemico che come un sostegno, qualcosa fa nodo e impedisce alla persona di mettere in atto le sue abituali strategie difensive. Ci si difende dal cibo come ci si difende dai sentimenti e la posizione di rifiuto dell’oggetto cibo provoca una falsa padronanza delle situazione che favorisce l’idea illusoria di non avere bisogno di niente e di nessuno o di riuscire farcela da soli. Altre volte il cibo può diventare l’unico amico e sostegno, il rifugio su cui appoggiare qualsiasi frustrazione e difficoltà, evidenza di una spinta pulsionale alla stregua di una droga.

E’ allora importante superare la propria reticenza e darsi la possibilità di farsi aiutare per fermare il circolo vizioso che la risposta sintomatica mette in atto anche al di là della propria volontà e per lavorare attorno alle questioni profonde della propria identità e del proprio essere sessuato.

L’ascolto da parte del terapeuta della parola singolare e l’attuazione di dispositivi come il trattamento individuale, il lavoro di gruppo e le attività di laboratorio possono facilitare il percorso. I genitori, che spesso sono i primi a interrogarsi sulla sofferenza del proprio figlio pur non riuscendo ad intervenire per aiutarlo, possono trovare un luogo in cui comprendere ed uscire dalla posizione di impotenza.

Il lavoro nutrizionale, che viene valutato caso per caso, non è basato sulle diete e non punta al ripristino di un peso o di un’alimentazione standard ma, fermo restando il recupero dei parametri vitali, mira alla rivalutazione dei propri obiettivi, al superamento delle ossessioni legate all’alimentazione e all’acquisizione di  una maggiore padronanza del proprio rapporto con il cibo e con il corpo.

Il medico, neurologo e lo psichiatra intervengono per il lavoro diagnostico, la valutazione medica e l’intervento farmacologico quando necessario.

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