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I Disturbi del Comportamento Alimentare e la Danza

 

danza e anoressia

Nell’ambito della cura dei Disturbi del Comportamento Alimentari ci sono molte scuole di pensiero. Lei appartiene alla corrente che fa riferimento alla Psicoanalisi. Perche’ questa scelta? A che cosa mira la cura nell’ambito del lavoro che lei conduce con questi pazienti?

Il mio campo di formazione e di intervento, anche relativamente alla cura dei DCA e’ di orientamento psicoanalitico. Vorrei precisare che quando si parla di Psicoanalisi nella cura dei cosiddetti “sintomi moderni” come appunto le patologie da dipendenza quali l’anoressia e la bulimia o i disturbi alimentari in genere, non si parla di applicare la psicoanalisi “classica“, il lettino di Freud per intenderci, ma di applicare i principi logici e l’etica del discorso analitico che, nella “tecnica” puo’ assumere le forme piu’ svariate e tutte in un quadro complesso che comprende un approccio multidisciplinare al problema.

Essere orientati dalla Psicoanalisi nella cura di questi disturbi significa innanzitutto mettere al centro della cura il soggetto, il soggetto dell’inconscio per essere precisi, il che significa porre l’accento non sul sintomo come un deficit o disfunzionamento con conseguente ripristino di uno status quo ante l’inizio della patologia.
Non si tratta di normalizzazione il comportamento alimentare disturbato, malato; bensi’
porre l’accento sul significato che il sintomo alimentare, l’anoressia grave anche o la bulimia senza sosta, assume come rivelatore della verita’ intima del soggetto.
Cio’ che ci si deve domandare e’ dunque qual e’ non la disfunzione, ma la funzione che questo sintomo ha nell’economia soggettiva. Cio’ a cui si mira in una cura e’ innanzitutto rendere la persona responsabile della sua scelta malata, comprendere le ragioni profonde del suo disagio e permettergli, gradualmente, di optare per una soluzione meno nociva e piu’ consona alla realizzazione del proprio desiderio.

 

Come pensa che la danza possa essere d’aiuto per una ragazza/o che soffre di disturbi alimentari, danza intesa come possibilita’ di trasformare emozioni e sentimenti in espressione artistica fatti di gesti e movimenti?

La danza e’ per eccellenza lo sport o meglio l’arte che permette la massima espressione dei sentimenti e delle emozioni legate al proprio corpo. E’ un vero linguaggio del corpo che puo’ traghettare la persona verso la piu’ alta espressione di se’ e verso la piu’ ampia possibilita’ di trasmissione del mondo interiore.

In questo senso devo dire che, mentre si considera la danza come pericolosa o addirittura dannosa per una ragazza o un ragazzo che soffre di disturbi alimentari, in realta’, se la persona e’ ben seguita e sostenuta anche da chi e’ tenuto ad accrescere attraverso la cura e l’attenzione del corpo anche l’anima che lo sostiene, possa diventare una vera alleata della cura.

Questo dipende sostanzialmente dalla capacita’ di chi insegna, di fare sia funzione di limite (un corpo denutrito non puo’ stare su un palcoscenico ne’ permettersi ore di allenamento) sia al tempo stesso di favorire l’aumento della stima di se’ e il cambiamento dalla ricerca di un punto di perfezione nel corpo stigmatizzato nel perseguire un movimento perfetto e al tempo stesso etereo, intoccabile alla realizzazione di un corpo preso in un movimento reale che e’ sublime movimento di vita.

 

Il ruolo della famiglia, quali supporti sono necessari per aiutarla ad affrontare un tipo di situazione che puo’ avere risvolti devastanti.

Le famiglie sono spesso considerate una delle cause del disagio alimentare di un figlio. Il discorso sarebbe lungo e complesso, certamente non ci sono colpe da attribuire ai genitori e ci sono famiglie perfette o comunque a cui non si puo’ facilmente imputare una responsabilita’ nel sintomo anche se il sistema familiare incide, come su tutto del resto, anche nella scelta di un disturbo alimentare.

Le famiglie, soprattutto fintanto che il ragazzo o la ragazza vivono in casa, sono pero’ interpellate in prima istanza in questi disturbi essendo spesso costrette ad un cambiamento radicale nella vita e nelle abitudini familiari dei propri componenti.

I genitori, quando sono presi nelle dinamiche perverse del disturbo, figurano come attori impotenti di fronte ad un sintomo dilagante e acefalo che non rende giustizia di tutto l’impegno che spesso queste madri e questi padri mettono per riuscire ad aiutare un figlio nel suo percorso di cura. E’ allora molto importante che la famiglia venga sostenuta in questo percorso che e’ anche un cammino non facile di cambiamento.

Il lavoro con i genitori, individuale, di coppia o di gruppo puo’ essere un buon momento di sostegno ma anche le istituzioni dovrebbero contribuire a far sentire questi genitori aiutati e meno soli.

Intervista alla Dott.ssa Giuliana Capannelli

Psicoanalista e Presidente dell’Associazione HETA

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