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“Dacci il nostro pane quotidiano … ma non tutti i giorni! Amen!”

 

dacci il nostro pane quotidiano

E’ in corso una sorta di vera e propria “schizofrenia” alimentare. Da un lato viviamo sotto il continuo bombardamento di programmi televisivi e tutorial di cucina: gare tra aspiranti chef, scultori di zucchero, muratori di farine, ingegneri di torte e poeti dell’arte della tavola. Dall’altro lato, invece, dilagano inneggiamenti , non senza pericolo, provenienti sia dall’ambito scientifico che culturale alla restrizione alimentare e al digiuno occasionale. Innanzitutto, colpisce che tali indicazioni alimentari, oltre ad impartire istruzioni per programmi di dimagrimento, implichino posizioni etiche e morali, alla stregua di vere e proprie politiche definibili salvavita. Come se centillinando le calorie e digiunando a intermittenza si possa esorcizzare la malattia, scongiurare la probabilità della morte, liberare l’uomo dall’imperdonabile peccato di gola purificando il suo corpo e la sua anima dall’intossicazione e dai veleni della buona forchetta. Se il cristiano fedele prega, o pregava, il Signore per il pane quotidiano, oggi le prescrizioni mediche e gli oratori illuminati non chiedono il pane quotidiano e rimettono il rischio dell’eccesso alimentare appellandosi alla morigeratezza, alla restrizione, non mangiando in alcune occasioni, se non a piccole dosi. Non soltanto come modo per evitare di ingrassare, ma soprattutto come scelta etica e morale, come una modalità potremmo dire bio ed ecologica, nel senso di un non inquinamento da cibo.

Se nel 1986, Carlo Verdone e Renato Pozzetto con “7 chili in 7 giorni” presentificavano in chiave ironica il digiuno come modalità di dimagrimento, servendo la cena psicologica: “aò te sazi con un cibo che nun ce stà!”, oggi l’esilerante film è diventato una delirante realtà. Nel supermercato dei salotti scientifici e culturali si possono anche acquistare pacchetti di digiuni in gruppo, metodo “Francois Broussai”, possiamo comprare la “Dieta del Digiuno” dell’illustre medico oncologo Dott. Umberto Veronesi, oppure ispirarci ad Erri De Luca che parla di digiuno come modalità di purificazione, attraverso cui è possibile accostarsi alla divinità, accontentandosi, come Mosè, di poco e di niente. E non manca alla conta neanche la figura dello psicoanalista Fabio Piccinimedico e membro ordinario dell’International Association of Analytical Psychology, che esalta il potere disintossicante della restrizione alimentare con il suo libro la “Dieta più antica del mondo”. 

Personaggi tutti dediti allo studio del digiuno e alla dimostrazione scientifica delle loro tesi. Nel giro di poco più di un cinquantennio siamo passati dalla carestia nera all’abbondanza. Lo scenario è di un parossismo inapostrofabile,  dal tutto al niente, dall’eccesso alla restrizione fino al nuovo trend del digiuno più o meno occasionale. In quest’ultimo periodo c’è un gran discorrere sul cibo: tesi, teorie, punti di vista, scuole di pensiero, ricette, diete ecc.. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione del cibo. Dai rotocalchi agli scaffali delle librerie pullulano gli oratori delle diete, omelie capziose fatte di calorie e non calorie, prediche che con voce accorata rivendicano il segreto e la validità delle rispettive tesi più o meno salutiste. Perchè tanta attenzione al cibo? Perchè tutto questo gran parlare? Tutti presi a pronunciarsi e a dimostrare la scientificità dei propri ed in realtà soggettivi metodi alimentari. Tabelle nutrizionali, dieta mediterranea, metabolica, iperproteica, a punti, a zona, del minestrone, senza sale, digiuni, social diet, ecc.. Tutti sanno di alimentazione, tutti almeno una volta nella vita si sono messi a dieta o hanno avuto la necessità di farlo o sono stati sfiorati dal pensiero di farlo. Tutti a contar calorie, peso, indici di masse corporee, valori, percentili, ecc.. Ma che cosa è tutto questo sapere? Quali potenziali rischi conserva questo bla bla bla? Cosa nasconde? Innanzi tutto, è da dire che colpisce l’esigua attenzione che i supporters dei digiunatori riservano alla questione dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Il Dott. Veronesi, ad esempio, si limita ad augurarsi: “ … che a nessuno venga in mente di sbandierare questo libro davanti a persone che purtroppo hanno sviluppato un rapporto malato con il cibo e che magari lottano per guarire, portandomi a esempio di estremismo”1 .

Per Veronesi il digiuno equivale ad una modalità di purificazione del corpo, di ascesi, alla stregua dei sacrifici alimentari religiosi, è un modo per preservare la chiarezza mentale, la lucidità, la propria efficienza cerebrale e un fattore garante la longevità. L’oncologo parla di sovralimentazione in termini di “un avvelenamento di cibo fuori da ogni logica” 2 e legge i pericoli di tale rischio in rapporto direttamente proporzionale alla possibilità di sviluppare malattie mortali sia in termini di tumori che di conseguenze mediche, soprattutto in relazione all’obesità ed ad una cattiva alimentazione. Sposa quindi la pratica del digiuno una volta alla settimana, caldeggiando vivamente la restrizione alimentare, “Poche calorie, anzi pochissime” 3 , è il titolo di un paragrafo del suo libro. Anche Lacan nel 1974 diceva “Per me pochissimo” 4 . Tuttavia, il “Per me pochissimo” di Lacan non è il baluardo delle “Poche calorie, anzi pochissime” di Veronesi. Se per il noto medico oncologo occorre mangiare poco, anzi pochissimo e “non avere paura di ridurre le porzioni, a dispetto della fame nel mondo”5 come scelta etica, morale e salutista, Lacan parlava di “Per me pochissimo” in rapporto all’anoressia mentale. “Per me pochissimo”, osservava Lacan, è un’asserzione utilizzata da alcuni bambini per rispondere al desiderio di sapere attribuito all’Altro. A volte, piuttosto che mettere alla prova la presenza gratutita dell’Altro e, quindi, il suo segno d’amore, un bambino anzichè rivolgere i mille insistenti perchè all’adulto, “chiede” un “per me pochissimo”, per me niente. Si tratta di un enunciato che raggira, dice Lacan, l’orrore per il sapere del desiderio dell’Altro. “Per me pochissimo” è comunque un’azione, non è la negazione o la privazione dell’attività del mangiare, la pulsionalità orale non viene annullata, anzi. L’anoressica mangia, ma non il cibo, mangia il niente. 

In linea generale, nessun medico potrebbe mai smentire le tesi che una buona, corretta ed equilibrata alimentazione sia un fattore predittivo di una buona salute e che il sovrappeso o l’obesità siano statisticamente correlate allo sviluppo di malattie. Anche il senso comune della gente e l’esperienza personale di ciascuno non possono smentire tale direttiva. Sostenere tuttavia, che bastano molte meno calorie per vivere di quelle che si pensa di cui si abbia bisogno e consigliare il digiuno più o meno occasionalmente, non trova il consenso dei nutrizionisti e di chi si occupa di curare i Disturbi del Comportamento Alimentare; anzi non si può che denunciarne la portata potenzialmente devastante di tali affermazioni. E’, infatti, molto rischioso che voci autorevoli si pronuncino in tal senso. Chi soffre di anoressia non aspetta altro che appoggiarsi su una scienza che professi il rifiuto del cibo come verità medica e scientifica, una tesi a difesa del proprio sintomo anoressico. Se è la scienza a dirlo, allora ci si sente ancora di più legittimati ad insistere con la privazione del cibo. La pericolosità di tali affermazioni mediche e meno mediche di uno stile di vita basato sulla ristrettezza alimentare risiede nella pretesa di assurgere a verità oggettiva, a parametro di scelta obiettivo, a criterio medico con cui decidere se quanto mangiare e/o non mangiare.

I soggetti che soffrono di anoressia e bulimia, nelle più varie sfaccettature fenomenologiche del disturbo, nella fase acuta della malattia vivono in uno stato completamente egosintonico con il sintomo, sono in una condizione di onnipotenza assoluta, di vigore e di forza a dispetto delle proprie condizioni di salute; ci si meraviglia solitamente della loro efficienza. Non sentono la fame, non ammettono di essere ammalate, a volte neanche dopo eclatanti segnali che il corpo lancia. Si pensi, inoltre, anche alle ripercussione negative che tali ispirati digiunatori possono avere su quelle anoressiche angosciate perchè non riescono più a non mangiare, che perdono inevitabilmente il controllo sulla restrizione alimentare correndo il rischio di passare all’altra faccia della medaglia della malattia, ossia la bulimia, le abbuffate, l’eccesso.

Nelle parole di questi autori si può trovare una stampella su cui sorreggersi nel proprio sintomo, un’identificazione ancora più inscalfibile al proprio progetto di dimagrimento. Inoltre, l’incoraggiamento al digiuno e alla restrizione alimentare come stile di vita che garantisce la lucidità mentale e l’efficienza in tutte quelle persone che con coraggio si fanno aiutare ed intraprendono faticosi percorsi psicoterapeutici, non può che urtare la loro sensibilità. Veronesi dice: “ avete mai provato a meditare con lo stomaco pieno? E a svolgere qualsiasi lavoro o attività intellettuale? Quali idee fulminee, intriganti, appassionate, geniali possono mai arrivare dopo un’abbondante mangiata?”. Chi è in cura per un Disturbo del Comportamento Alimentare potrebbe rispondere: “ … dottore lei ha mai provato a ragionare con la fame? Ha mai provato a far tacere gli attacchi di fame? Quante volte, dottore, ha fame e deve trovare il modo di non sentirla? Quanti altri segnali fisici, dottore, fa finta di non sentire? Quante volte, dottore, la fame la costringe a pensarci lo stesso?” Nel libro “La dieta del Digiuno”, inoltre, si apprende che: “ l’obesità è spesso considerata un mero problema estetico, come se mangiare troppo fosse un difetto che complica la vita perchè rende differenti dai canoni di bellezza odierni. In verità chi è obeso è a rischio di malattia e morte! Continuare a parlare di magrezza e obesità in relazione a vestiti, bikini, forma fisica e modelli estetici significa sbagliare la mira: è una comunicazione controproducente e complice nel provocare dei disturbi del comportamento alimentare come anoressia, bulimia e binge eating disorder (BED), disturbi da alimentazione incontrollata.”Purtroppo, l’eziologia dei Disturbi del Comportamento Alimentare è ben più complessa ed articolata. Il discorso estetico, la moda e i canoni di bellezza odierni influenzano certamente il rapporto che abbiamo con lo specchio, oggi dedichiamo al corpo e alle sue forme più attenzione di un tempo, ma non è per questo che ci si ammala di anoressia. La riprova è che non bastano i libri del digiuno e i buoni precetti alimentari a far smettere alla bocca di ruminare in continuazione oppure di rimetterla in moto quando la si è chiusa per troppo tempo. Non è sufficiente la buona volontà e l’impegno.

L’uomo, purtroppo, ha a che fare con la pulsione che è acefala, sorda e se ne infischia altamente dei buoni propositi. Il “da domani basta” pronunciato almeno una volta da tutti non funziona così automaticamente. Oppure se diventa operativo lo è in modo estremamente pericoloso. In tutte le storie di anoressia, troviamo un evento spartiacque, un “da oggi in poi” che costituisce l’esordio della malattia. Attenersi ad uno stile alimentare moderato, a delle buone pratiche alimentare non è questione di volontà. La pulsione ha la meglio sul principio del piacere, in base al quale sarebbe possibile comportarsi oculatamente, senza sbilanciamenti, con parsimonia, senza colpi di scena e voli pindarici. La pulsione, ahinoi, ci costringe a fare ciò che sappiamo non farci bene. Non si può fare a meno di mettere in atto una condotta che sappiamo insana e soprattutto non bastano i buoni consigli ed esempi a farci cambiare rotta. Nonostante la consapevolezza che un comportamento eccessivo ci conduca a sofferenza, il soggetto non riesce a rinunciare a farsi del male. Possiamo scrivere sui pacchetti delle sigarette a carattere cubitali che il fumo uccide ma questo non basta al tabagista incallito a farlo smettere di fumare, nè a dissaduere il fumatore occasionale. Tant’è che oggi si fuma con l’elettronica. Ecco la pulsione. E’ l’attività orale in sè a dover essere attivata, a voler essere soddisfatta. La pulsione non è una questione puramente biologica, è un movimento che comporta un soddisfacimento che per potersi compiere passa attraverso l’Altro. La pulsione ha un connotazione sia biologica che relazionale. Freud la definisce come un concetto a cavallo tra lo psichico e il biologico. I disturbi del comportamento alimentare interessano tale meccanismo pulsionale che viene utilizzato o come espressione sintomatica di una domanda d’amore, che non trova i giusti assi cartesiani entro cui il soggetto trova le proprie coordinate, oppure viene implicata in una sorta di progetto di difesa come un’inespugnabile barriera a protezione di un Altro divorante, persecutore.

La genesi del Disturbo del Comportamento Alimentare considera solo marginalmente i canoni della moda, della bellezza, della magrezza odierna come variabili eziologiche. Tutto il clamore che hanno questi stili alimentari orientati alla restrizione, al digiuno non fanno altro che confondere e impantanare ulteriormente il disagio alimentare. Un soggetto sofferente trova in queste teorie una maggiore cementificazione del proprio sintomo, allontanandosi dalla possibilità di domandarsi relativamente alle cause del proprio malessere. In aggiunta, vengono presi ad esempio e possono divenire congiuntura di scatenamento sintomatico, pur non costituendone una causa. Chi parla di mangiare nel senso di una severa restrizione sostiene una tesi pericolosa: rifiutando il soddisfacimento orale attraverso il cibo, mira a salvare la purezza del proprio desiderio lo depura dall’inquinamento, dall’orrore della pulsione. Il mangiare ad intermittenza, il digiunare all’occasione smarca dalla propria pulsionalità che conserva una dimensione di relazione, di mediazione con l’Altro. E’ un dribbling che consente la salvaguardia di un desiderio: quello di mancare all’Altro per essere amati, ricercati, riconosciuti.

Tali posizioni etiche del digiuno fanno pensare alle sante anoressiche: Santa Chiara, Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila solo per citarne alcune. Il digiuno per queste cristiane era una pratica purificatrice, sacrificale, una modalità di espiazione ed ascesi attraverso la mortificazione del proprio corpo. Digiunavano ricorrendo anche a pratiche corporali atroci come il cilicio, sia come via di punizione che come progetto trascendentale, per raggiungere e partecipare alla perfezione di Dio, in nome di un vincolo e di un riconoscimento simbolico. Un riconoscimento che non ammetteva nessuno sconto di pena, nessun piacere del corpo. Un’elevazione religiosa dell’anima perseguita attraverso la separazione dalla propria carne, una condizione necessaria per poter accogliere, attraverso la comunione, l’ostia, il corpo di Cristo. Tra le sante anoressiche di una volta e quelle nervose di oggi troviamo molteplici aspetti clinici in comune. Una differenza sostanziale salta, però, agli occhi: nell’anoressia mentale non si riscontra la mira trascendentale delle sante, la cui privazione ha all’orizzonte un’altra vita nella quale si uniranno a Dio.

Uno degli aspetti più tragici dell’anoressia mentale è la difficoltà del soggetto di drammatizzare la propria condizione producendo una storia. E’ un rifiuto radicale, non è un godimento in perdita. Si pensi anche alle pratiche religiose che perseguono la redenzione del fedele attraverso la rinuncia del cibo in particolari occasioni: durante il periodo di quaresima il cattolicesimo cristiano auspica il digiuno ecclesiastico e forme di penitenza varie, comportamenti sobri, purificati dai fumi degli eccessi. Il tessuto simbolico religioso, un tempo, aveva la valenza di fare legame, costituiva un punto cardinale operativo, riusciva ad addomesticare la pulsione del soggetto in nome di una partecipazione simbolica collettiva ad una codice, ad una pratica, ad una tradizione. Oggi tale aspetto non gode della medesima funzione, lo sfaldamento del tessuto simbolico, lo sradicamento dei legami vede l’elisione di questo punto di tenuta, di questo nodo in grado di arginare la pulsionalità del soggetto.

In assenza di una mediazione, di un filtro simbolico la pulsione “si scatena” e invade il corpo. E’ per questo che le tesi sostenute da Veronesi e altri, risultano potenzialmente molto pericolose, perchè vanno ad incentivare una risposta che cerca il suo metro di misura nel numero, nella bilancia prima ancora che nel discorso sociale, nel legame con l’Altro. Quanto affermato da tali autorevoli voci persegue lo scopo di prevenire malattie e garantire buone condizioni di salute; tuttavia, esse conservano degli impliciti, devastanti effetti iatrogeni. L’adozione e l’applicazione rigida, sistemica, “fanatica”, se si vuole, di una data condotta alimentare piuttosto che di un’altra, vede la riduzione del corpo a sola biologia, epurato dalla marca del proprio nome, sciolto dal linguaggio, smarcato dal valore culturale, departicolarizzato, anonimo, identico per tutti. In questa prospettiva, la privazione, il rifiuto, la scelta ossessiva di mangiare solo determinati cibi, reputati sani e salutari, di digiunare occasionalmente ecc.. si configura più che altro come modalità di “sterilizzazione igienista dell’Altro” 7 , volta ad estirpare ogni traccia del legame pulsionale, tesa a cancellare ogni impurità del godimento. Nella spinta superegoica e sacrificale alla privazione, nella potenza del “no” anoressico si rivela una pratica affermativa, nel rifiuto si trova una positività libidica, uno spessore pulsionale del “niente”, che porta il soggetto ad issarsi in un modo particolare di vivere, quale quello dell’autoreferenzialità, fuori dalla dialettica con l’Altro, “che eleva il rifiuto stesso … a godimento specifico dell’anoressia mentale” 8 . Un godimento senza limite, pieno, autistico, un rifiuto che non è paradossalmente in perdita.

Dott.ssa Cinzia Paolucci

Psicoterapeuta Centro HETA

Referente HETA per la zona di Macerata

1 Veronesi, La dieta del digiuno, Mondadori, 2013, pag.31.

2 Veronesi, La dieta del digiuno, Mondadori, 2013, pag.19.

3 Ibidem, pag.19.

4 J.Lacan, Seminario XXI. Les non-dupes errent, lezione del 9 Aprile del 1974, inedito.

5 Veronesi, La dieta del digiuno, Mondadori, 2013, pag.19.

6 Ibidem, pag. 21

7Cosenza D., L’igenismo anoressico, in www.verona-in-forma.com/ligineismo-anoressico.

8 Cosenza D., Il Muro dell’Anoressia, Astrolabio, Roma, 2008, pag. 141

 

 

Bibliografia

Bell Rudholp, La Santa anoressia, digiuno e misticismo dal Medioevo ad oggi, Mondatori, Milano

1992.

Care Allen, E’ facile controllare il peso se sai come farlo, EWI Editrice, Milano 2011.

Cosenza Domenico, Il Muro dell’Anoressia, Astrolabio, Roma, 2008, pag.17-24.

Macola Erminia, “Primo accadere”, in La Psicoanalisi n.52, Astrolabio, Roma 2011, pag.114-131.

Mosley Michael e Spencer Mimi, La dieta fast, Corbaccio, Milano 2013.

Lacan Jacques, Seminario XXI. Les non-dupes errent, lezione del 9 Aprile del 1974, inedito.

Piccini Fabio, La Dieta più antica del mondo, Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2012.

Succetti Adele, “Per me pochissimo”: anoressia e sapere inconscio, in La Psicoanalisi n.52,

Astrolabio, Roma 2011, pag. 25-34.

Veronesi Umberto, La dieta del digiuno, Mondadori, Milano 2013

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