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Omosessualità transessualismo e famiglia – Dott.ssa D. Sollazzo

Il pregiudizio comune considera l’omosessualità ed il transessualismo come stili di vita inaccettabili, sostanzialmente immorali.

Più semplicemente data l’idea di uomo, siamo pronti a definirlo in base a schemi condivisi, al corpo, al ruolo, al modo di essere nel mondo; chiaramente ciò vale anche per la donna. Questo tipo di pensiero per quanto funzionale nella vita quotidiana, inficia l’integrazione, esclude una realtà già presente ed una visione completa ad esempio dell’unione “corpo-mente”, che invece potenzierebbe l’esperienza del sé e del sé con l’altro.

Omosessuali e transessuali, vanno incontro a due destini diversi, collegati alla visibilità, o meno, dell’identità di genere, ossia il vissuto immediato dell’identità sessuale. Mentre l’omosessuale può scegliere se e come svelare il proprio orientamento sessuale, il transessuale non può evitare che venga percepita l’incongruenza tra struttura corporea e identità di genere. In quest’ultimo caso la visibilità si pone come elemento critico.

Il cammino giuridico e ospedaliero per la transizione o riattribuzione di sesso, richiede un investimento di energie psichiche, che almeno in alcuni momenti la persona può non essere in grado di tollerare. Il rischio è di una disintegrazione del sé, nella costruzione di una nuova identità.

Quanto maggiore sarà invece la consapevolezza del passo che si compie, tanto minore sarà la speranza di una totale risoluzione dei conflitti solo dopo l’operazione.

Da Casablanca, ghetto e speranza di quanti osavano una scelta di vita “diversa”, un percorso difficile ma fonte di nuova vita, le cose per fortuna sono cambiate.

Oggi sono diversi in Italia i centri che operano per la riattribuzione di sesso, alto il numero di utenti che quotidianamente contatta i centri specializzati e le associazioni per avere informazioni sull’excursus da seguire; ancora grande la difficoltà ad accostarsi all’argomento.

Ad accompagnare il disagio psicologico e fisico del soggetto, c’è il vissuto familiare non meno difficile. Normalmente la famiglia non immagina, non vede la realtà così vicina, si vive in una clandestinità consensuale che induce successivamente ad adottare come legge “lo sappiamo ma non se ne deve parlare”, una fase definita di congelamento nel tentativo di mantenere un equilibrio, un ordine apparente a scapito di chi, nei panni in cui si trova vive male. Lo svelare questo segreto porta spesso a situazioni tragiche e per lo più al rifiuto: entra nella famiglia ed a livello coniugale il gioco delle colpe, che in nessun caso porta a soluzioni utili. Ricatti emotivi ed espressioni di aggressività entrano a far parte, spesso, della realtà familiare, il disagio individuale intanto cresce.

Come ci possiamo aiutare?

Non è possibile sostenere che la ricerca di una propria identità sia impresa facile, talvolta la strada che conduce al benessere ed alla maturità fisico-psicologica non è asfaltata o comoda, anzi può presentare molti dossi, pericoli, strettoie e buche, ma il maggiore sostegno in questo cammino deriva dalla consapevolezza delle “risorse” che purtroppo sottovalutiamo, anche in questi casi: risorse a livello familiare come ad esempio elaborare e risolvere il gioco delle colpe, le fantasie sul figlio, cioè l’immagine fantasticata del figlio e delle aspettative disattese. Risorse a livello individuale, focalizzare le energie su un percorso di reale autonomia e di costruzione della propria individualità, un senso di identità integrato dove il maschile ed il femminile siano parti e non condizioni di vita, un recupero simbolico della coesistenza dei due generi.

Importanti le funzioni genitoriali relative ai bisogni dell’individuo sin da bambino:

Sostenere (non sopprimere) le curiosità del bambino relative all’espressione dell’identità di genere.

Osservare (non sottovalutare) le difficoltà emotive e comportamentali del nucleo familiare.

Valutare la frequenza e la rilevanza di specifici comportamenti e atteggiamenti.

Aiutare il bambino ad aprirsi alla comunicazione chiara e diretta.

In questo senso non si vuole fornire una ricetta infallibile per risolvere le sofferenze, ma sollecitare l’attenzione, la comunicazione e l’ascolto, strumenti necessari per la crescita e per acquisire una importante visione d’insieme.

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