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I disturbi nell’età adulta

I disturbi alimentari non riguardano, come spesso si è portati a pensare, solo l’infanzia e l’adolescenza, ma anche l’età adulta. Negli ultimi anni, infatti, sono aumentate le richieste di un trattamento da parte di uomini e donne sopra i 30 anni.

Gli studi più recenti attestano inoltre che la vulnerabilità al disturbo non è necessariamente legata ad una specifica fascia di età. La comparsa, in età adulta, di sintomi legati ad un disturbo del comportamento alimentare può essere il ritorno di sintomi noti, in persone che avevano già avuto a che fare con questo tipo di problemi in un’età più precoce, l’espressione di sintomi di nuova insorgenza o la definizione di un disturbo che il paziente viveva già da molti anni, mai trattato prima come disturbo alimentare.

I sintomi sono spesso associati ad altri fattori, quali un’attività atletica intensa e compulsiva, un’insoddisfazione costante del proprio aspetto fisico, il ricorso alla chirurgia plastica, un’attenzione marcata alla dieta da seguire, l’uso di lassativi, fluttuazioni continue di peso.

Il cibo può essere usato come ricompensa o la sua assunzione può sottostare ad un rigido controllo delle calorie. Entrambe queste difese vengono adottate per affrontare momenti particolarmente difficili nell’illusoria convinzione che una dura disciplina applicata al corpo possa risolvere problemi affettivi, lavorativi, sociali e controllare qualcosa che non può essere controllato.

Il ricorso ripetuto alla chirurgia plastica può essere un campanello d’allarme rispetto a un possibile dismorfismo e ad un rapporto problematico con il proprio corpo. Eventi dolorosi della vita, quali un divorzio, la perdita di un lavoro con conseguenti difficoltà economiche, lutti, possono portare ad un difficile rapporto con il cibo, associato talvolta all’abuso di alcool, ad ansia e a depressione.

Ma elementi scatenanti questi disturbi possono essere anche un qualsiasi evento che introduce simbolicamente nell’età adulta, quale un matrimonio o una gravidanza, o che richiede un cambiamento, come l’adolescenza dei figli, il momento in cui essi escono di casa, il primo approccio con l’idea di invecchiare, la menopausa, la malattia di un genitore. Più in generale, antiche modalità difensive possono riemergere quando gli eventi della vita superano la propria capacità di tollerarli.

Nel complesso, un rapporto con il cibo poco equilibrato può esprimere modalità di relazioni non sufficientemente mature e flessibili, difficoltà ad accettare cambiamenti, talvolta inevitabili e improvvisi, legati a momenti della vita particolarmente dolorosi e incerti.

I sintomi, dapprima lievi, possono poi divenire sempre più gravi in una progressione da cui diviene sempre più difficile uscire: dal rifiuto di un particolare alimento, al rifiuto del cibo in generale, al rifiuto del proprio aspetto fisico, ad una sempre maggiore difficoltà a mantenere una visione realistica ed equilibrata del proprio aspetto corporeo e di quello che si sta vivendo.

Alcuni comportamenti sono peraltro sostenuti da una cultura che sembra approvare un’attenzione alla linea o alla dieta e che sembra sostenere l’autostima di chi persegue obiettivi di controllo del peso. Un altro aspetto importante, per persone che in giovane età hanno lottato con sintomi gravi legati ai disturbi alimentari, può essere rendersi conto, in età adulta, quanto quegli antichi disturbi possono aver condizionato la loro vita.

Abitudini alimentari gravemente disequilibrate possono portare conseguenze fisiche a lungo termine, quali problemi gastrointestinali, problemi di motilità, osteoporosi, facendo provare un senso di irreparabile perdita per le opportunità di cura mancate in un tempo passato.

Anche per questo motivo, per i disturbi del comportamento alimentare, in qualunque fascia di età emergano, è molto importante un’attività di prevenzione e una terapia tempestiva, che impedisca al disturbo di cronicizzarsi con conseguenti ricadute sulle altre funzioni corporee.

Il trattamento dei pazienti adulti ricalca, nel complesso, quello riservato ai pazienti più giovani, e si basa su terapie nutrizionali, interventi medico-psichiatrici, psicoterapie, presa in carico dei familiari, eventuali ricoveri in strutture ospedaliere o comunità.

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