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L’Esperto Risponde

In questa sezione si trovano delle risposte a quesiti di carattere generale, per ogni altra domanda scriva a firenze@fidadisturbialimentari.it.

Sono AnnaMaria ho 38 anni e soffro di problemi di sovrappeso da molti anni. Nonostante i vari tentativi di diete la situazione non è migliorata, anzi. Un’amica mi ha suggerito di provare con la psicanalisi. Io credevo che lo psicanalista servisse solo per situazioni tipo l’anoressia, in che modo mi può aiutare? E che differenza c’è nel trattare una paziente anoressica e una obesa?

Risponde il dott. Lorenzo Franchi:

Gentile Annamaria  fortunatamente il tema dell’obesità sta guadagnando sempre maggiore attenzione sia dal punto di vista sociale, dell’informazione che psicopatologico. Solo da poco tempo infatti si è riconosciuta una importante componente psicologica nei comportamenti di alimentazione incontrollata. Venendo alla sua domanda posso assicurarle che le diete fai da te sono il primo fattore di  rischio per l’aumento di peso e che rivolgersi a un dietologo o un nutrizionista è il modo migliore per evitare il cosiddetto “effetto fisarmonica” (perdere peso e acquisirne in modo ciclico).

Per quanto riguarda la psicanalisi, la sua domanda mi fa molto piacere proprio perchè aiuta a sottolineare la nostra specificità nella cura dei DCA. Un lavoro psicanalitico infatti si concentra su quelli che sono gli aspetti della patologia non direttamente legati al cibo, il cibo è in questo caso solamente un sintomo ovvero la manifestazione visibile di altre difficoltà che il soggetto non riesce ad esprimere. Con questa idea noi prendiamo in carico un soggetto, una persona quindi le differenze di trattamento tra anoressia e obesità sono solamente di tipo tecnico, attengono a modi diversi di condurre la cura ma coinvolgono il paziente esattamente nello stesso modo.

Buongiorno, ho visto più volte una trasmissione in tv in cui persone che vogliono migliorare la propria vita si sottopongono a sedute estenuanti di attività fisica… Cosa ne pensate?

Risponde la dott.ssa Carlotta Bettazzi:

L’attività fisica ha ottimi effetti benefici da moti punti di vista anche psicologici. L’iperattività sportiva pone dei problemi quando rappresenta una attività esclusivamente orientata a perdere o mantenere un determinato peso, una precisa forma fisica. In quest’ottica sedute estenuanti di attività fisica possono addirittura indurre il soggetto in uno stato di stress sia fisico che psicologico.L’attività fisica, come è noto, favorisce la produzione di endorfine chiunque al termine di una bella passeggiata si sente meglio,  più sveglio e attivo.  È cmq fondamentale ribadire che per “migliorare la propria vita” non basta allenare, a volte all’eccesso, il corpo ma anche allenare altre capacità quali leggere un buon libro, visitare una mostra d’arte,distrarsi con un hobby, divertirsi con gli amici, e perché no condividere un buon pasto.

Gentile dottore, volevo sapere se e come l’obesità e la depressione sono legate e come. In altre parole: l’obesità porta spesso a diventare depressi? Oppure è la depressione che a volte spinge a mangiare troppo e ad accumulare chili su chili? E quando ci si ritrova in questa situazione, cosa  fare?

Risponde il dott. Lorenzo Franchi:

Gentile Filippo,l’obesità, ma non soltanto questo dca, ha una correlazione con la depressione. L’iperfagia è una caratteristica classica della depressione, più difficile è dire se sia la depressione a causare l’obesità o viceversa. In ogni caso è importante pensare che l’eccessiva voglia di cibo non è un fatto solamente fisico, spesso il cibo sta al posto di tanti altri desideri inespressi, funziona insomma come qualcosa di consolatorio. Quando ci si accorge che stiamo mangiando troppo, che si sta prendendo molto peso è opportuno chiedere una consulenza psicologica e nutrizionale meglio se in un centro specializzato che possa mettere a disposizione diverse professionalità.

Egregi dottori, vi scrivo per avere un consiglio. Su forti insistenze della mia famiglia sto cercando di affrontare il mio grave problema di sovrappeso (ho 26 anni e peso 98 kg per 173 cm). Ma chi mi dice di andare a farmi prescrivere una dieta, chi mi consiglia attività fisica sfiancante, chi addirittura vorrebbe portarmi dallo psicologo. Insomma la buona volontà non basta anche perché non saprei da che parte cominciare. Grazie per quello che potrete consigliarmi.

Risponde il dott. Lorenzo Franchi:

Gentilissima la cosa migliore che può fare per affrontare il sovrappeso e l’obesità è intraprendere un percorso integrato con differenti specialisti.  Dietologia, scienza della nutrizione e psicoanalisi assieme possono aiutare a risolvere un problema così complesso le cui componenti non si possono identificare in un ambito solamente. Il rapporto col cibo esprime molto di più della semplice fame e spesso veicola molti significati e disagi che non si è in grado di affermare in altri modi. Voglio aggiungere che le consiglio di diffidare in generale dalle diete o dai percorsi che promettono risultati eccezionali in tempi rapidi, risolvere il sovrappeso e l’obesità è un obiettivo che richiede tempo e impegno.

Mia sorella ha 47 anni e da tanto tempo è in sovrappeso, anzi il medico parla proprio di obesità e in effetti la situazione è ormai insostenibile. Ho paura per lei, per la sua salute, e anche perché so benissimo che questo suo stato la spinge a isolarsi e la deprime molto. Ho sentito parlare di cliniche ma non vorrei vederla in un posto dove pensano solo a tagliarle le calorie o peggio a metterle un palloncino nello stomaco. Esistono strutture che curano in modo diverso?

Risponde la dott.ssa Laura Cioni:

Gentile Sara, l’obesità è una delle problematiche dei nostri tempi è importante prima di tutto stabilirne entità e origine e rivolgersi a centri che lavorino con un approccio multidisciplinare al problema. Infatti nè la soluzione medico-chirurgica nè quello esclusivamente psicologico possono funzionare bene in una problematica così complessa. Per quanto riguarda le strutture dedicate può consultare il sito ministeriale www.disturbialimentarionline.it in cui sono presenti tutte le realtà accreditate in Italia fra le quali anche gli 8 centri della nostra FIDA.

Sono la mamma di un bambino “paffutello” come si diceva un tempo. Si diceva, perché oggi basta non essere perfettamente un peso forma e si è subito bollati come anoressici oppure obesi. Senza nemmeno tenere conto delle differenze di costituzione. Io capisco che sia importante combattere l’obesità fino dall’infanzia, ma non sarà che questo drammatizzare poi colpevolizza i bambini e li inquadra subito come “obesi”? Per non parlare dell’atteggiamento dei compagni che per esempio non perdono occasione per prendere in giro mio figlio. Come possiamo uscirne?

Risponde il dott.Lorenzo Franchi:

Gentile Grazia grazie per questa sua domanda non strettamente legata ai disturbi del comportamento alimentare. Ha proprio ragione la comunicazione oggi, non solo dei mass media, tende ad estremizzare tutto. Domina un atteggiamento sensazionalistico quindi anche nei confronti dei temi che riguardano il peso e la forma fisica. La famiglia riveste in questo un ruolo fondamentale perché i bambini imparano a costruire la realtà anche grazie al modo in cui glielo insegniamo fra le mura domestiche. Il tema della obesità infantile va tenuto sottocontrollo e consultare degli specialisti serve proprio a questo scopo. Il discorso sulla costituzione possiamo farlo equivalere al discorso sulla soggettività, tendiamo a pensare infatti che il corpo si comporti o debba rispondere sempre nello stesso modo ma non è proprio così…dall’altro lato tendiamo a pensare che la psicologia delle persone possa essere più o meno standardizzabile ma neppure questo è proprio così…la psicanalisi ci mette difronte sempre alla necessità di pensare ad un soggetto come una entità irriducibile a qualsiasi categorizzazione. Come uscirne ? questa è davvero una risposta difficile, senz’altro si può iniziare scegliendo con cura le parole che tutti i giorni usiamo e cercando di migliorare sempre il nostro vocabolario.

Mia figlia ha 21 anni e da 4 soffre di anoressia, con cure intraprese e poi abbandonate. Oltre alla sofferenza per questa situazione, io e mio marito litighiamo spesso perché io sono convinta che anche noi abbiamo le nostre responsabilità per il malessere di nostra figlia, mentre lui non ne vuole sentire parlare, e pur appoggiandola nei tentativi di cura pensa che sia lei a dover risolvere il SUO problema. Io non ho più energie per affrontare anche questo dissidio con mio marito. Cosa mi consigliate?

Risponde la dott.ssa Stefania Boldrini:

Gentile Ester, la famiglia svolge un ruolo centrale di orientamento ed educazione dei figli questo l’ha sempre posta come primo bersaglio delle critiche nel caso in cui al suo interno si sviluppino sintomi di ordine psicologico. Il suo ruolo è quindi centrale nell’attivarsi per intraprendere una cura. Il caso che lei riporta è molto frequente, 21 anni sono maggiore età solo per l’anagrafe, la nostra esperienza ci mostra quanto a quella età i giovani siano ancora legati, non solo economicamente, alla famiglia. Quindi con i modi e i tempi che vi sono possibili è fondamentale che continuiate a seguire il lavoro di cura di vostra figlia. Attenzione però: seguire il lavoro a volte vuol dire lasciare che siano altri ad intervenire al posto vostro, per usare una metafora calcistica, a voi potrebbe essere riservato un posto in panchina piuttosto che in campo ma è fondamentale che allo stadio ci siate comunque entrambi.

Avrei una domanda che riguarda anoressia e bulimia, Siccome leggo spesso che chi soffre di questi disturbi poi “ci ricasca”, anche a distanza di anni, allora mi chiedo o meglio vi chiedo: come si fa a capire quando una è guarita?

Risponde il dott.Lorenzo Franchi:

Si è “guariti” quando il cibo non rappresenta più un’angoscia, si deve considerare che il dca è solamente un sintomo e che attorno a questo si annodano moltissimi altri significati esistenziali. Alla fine della cura una persona può tenersi qualche chilo di troppo, può essere qualche chilo in meno del peso forma oppure avere un indice BMI perfetto, quello che riteniamo essenziale per la conclusione della cura è aver aperto nuove possibilità di godimento per la vita al di là delle calorie che assume o che evita.

È vero che chi soffre di anoressia a volte ha problemi di comportamento, tipo autolesionismo o cleptomania? Ho sentito parlare anche di “malate da shopping”, ma è una malattia che esiste veramente?

Risponde la dott.ssa Claudia Vallebona:

La ricerca fornisce costantemente dati che confermano quanto una persona con sintomi alimentari sviluppi anche altre tipologie di comorbilità( ovvero patologie/psicopatologie concomitanti al sintomo manifesto). Dall’altro lato chi pratica molta clinica e vede tanti pazienti sa bene che non esistono sintomi puri e che ogni sintomo dca porta con sé diverse altre manifestazioni di disagio che spesso si concretizzano in autolesionismo, disturbi dell’umore, disturbi d’ansia. “Malate di shopping” è una formulazione da titolo di giornale e non si tratta di una malattia. Succede di frequente però che persone in uno stato di eccitazione dovuto a disturbo dell’umore o d’ansia si abbandonino a spese smodate, incontrollate tali da costituire un problema oggettivo dal punto di vista economico e non solamente psicologico.

Sono stata in cura per problemi (mai risolti) di bulimia e non sopporto l’atteggiamento di mia madre che allora come oggi mi dice: “basta metterci un po’ di volonta!”. Che era un po’ come dire che era colpa mia e della mia pigrizia. Io credo che sia tutto più complicato e che la volontà non c’entri per niente. Voi cosa ne pensate?

Risponde la dott.ssa Francesca Donati:

Gentile Elisabetta, la volontà, o meglio un abuso della stessa, è uno dei nuclei centrali dei dca. Infatti in senso esattamente opposto a quello che le suggeriscono ogni sintomo alimentare si impernia drasticamente su sforzi di volontà: chi mangia troppo e poi vomita, chi combatte contro ogni caloria che ingerisce, chi si ammazza di attività fisica, chi resiste al richiamo di un pasto decente, chi si nega quasi tutto il cibo, è continuamente in lotta con la volontà. La volontà, per dirla in modo semplice frega quotidianamente il soggetto ingaggiandolo in una battaglia che lo costringe a fallire ogni volta, ogni giorno… Quindi per quanto riguarda la sua domanda sono perfettamente d’accordo la volontà non c’entra per nulla in questi termini anche se una buona dose di volontà è necessaria per intraprendere un percorso di cura ed affidarsi a degli specialisti e di questa volontà le garantisco ce ne vuole davvero tanta.

 

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