Cena nel buio

Una cena in compagnia è un momento piacevole; ma cosa si prova se non si vede nulla, perfino il piatto che abbiamo di fronte, il colore della bevanda, le coppe in cui viene servita, gli ostacoli sul proprio cammino?

È la domanda a cui ha voluto rispondere l’evento promosso da Dedalo e A.S.D Disabili Firenze per celebrare il Fiocchetto Lilla, la giornata nazionale per la sensibilizzazione sui Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA). In questa data significativa è stata organizzata una cena nel buio totale presso il Ristorante Re Matto di Firenze, con la collaborazione di camerieri non vedenti.

Utilizzando come pretesto un comune momento di vita sociale come una cena, è stato possibile dare ai partecipanti l’opportunità di sperimentare almeno una piccola parte delle sensazioni dei non vedenti.

Un’esperienza del tutto sensoriale curata nei minimi dettagli…

Tutto è cominciato entrando nel ‘’tunnel’’ completamente buio costruito appositamente nell’area di accoglienza del locale per raggiungere le sale dove si svolgeva la cena, con lo scopo di impedire ai partecipanti di crearsi un’immagine mentale del luogo. Percorrendo questo tragitto in compagnia di non vedenti giungiamo in un’area completamente immersa nel buio.

Non c’era più spazio, né tempo ma solo sensazioni.

Il con-tatto e la voce diventano magicamente gli unici elementi su cui soffermarsi. La mano rassicurante del non vedente sulla spalla che ci guida nel cammino per raggiungere il nostro tavolo, le voci squillanti dei partecipanti, la forma indefinita della sedia davanti a noi, rappresentano solo una parte di tutto ciò che iniziamo a cogliere in modo diverso. Nell’oscurità tutto assume un significato più profondo, senza “distrazioni” visive siamo in grado di cogliere realmente tutto ciò che ci circonda. Ed è proprio qui che possiamo toccare con mano quanto ‘’l’essenziale sia invisibile agli occhi’’.

Ma questo è solo l’inizio del fiume di sensazioni che scorrono nella nostra sala e delle emozioni che ci attraversano…

Seduti al nostro tavolo nel buio, ci cimentiamo nella prima impresa della serata: versare le bevande all’interno dei bicchieri. Una cosa quotidianamente banale ma che al buio diventa estremamente importante. Con l’aiuto dei camerieri non vedenti ci affidiamo al tatto, inserendo il nostro dito all’interno del bicchiere per renderci conto del livello di liquido presente, che questa volta ci è impossibile osservare.

Cenare al buio può rappresentare una vera e propria sfida per i partecipanti, che devono superare delle difficoltà impreviste e avventurarsi verso nuove percezioni. Partecipare a questo evento, inoltre, è sicuramente una manifestazione di solidarietà verso chi ogni giorno affronta determinati scogli.

Al buio ci rendiamo vivamente conto di quanto siano coinvolti tutti i nostri sensi, ad eccezione ovviamente della vista, e iniziamo a giocare con i camerieri non vedenti ad indovinare il menù della serata. Il sapore, l’odore, la forma dei cibi che ci vengono portati diventano così predominanti che ci inebriano.

Quante volte nella vita ci capita di gustarci il cibo senza la preoccupazione di cosa è esattamente? In questa serata abbiamo questa opportunità unica.

Tutto ciò che mangiamo ci sembra più buono, più grande, più tutto. Siamo dentro la nostra esperienza percettiva e anche dentro di noi. I nostri sensi sono acuiti in una realtà al di fuori dello spazio e del tempo dove tutto è percepito in modo amplificato e tutto ha un significato profondo. Parlare a tavola non è mai stato così emozionante: ci impariamo a conoscere senza guardarci negli occhi ma affidandoci solo al suono delle nostre voci.

La nostra cena dal primo istante in cui è iniziata si è trasformata in un momento di condivisione, dove il pasto è diventato oltre a solo cibo anche un luogo d’incontro, di relazioni, di scambio e di sensazioni. Lontano dalla vista, il sapore spesso perduto della convivialità della tavola sembra riprendere gusto.

Ma perché proprio una cena nel buio per sensibilizzare sui disturbi alimentari?

Quando pensiamo a quest’ultimi le prime cose che ci vengono alla mente non sono altro che immagini visive: il cibo e la forma del corpo. Solo calandosi più in profondità, precisamente nel buio, è possibile cogliere l’aspetto più radicato dei DCA: un aspetto che va oltre la vista, oltre il cibo e si annida nell’oscurità, dove il sintomo prende forma. Privarsi della vista è stato un tentativo per sperimentare la possibilità di “vedere” qualcosa che gli occhi non colgono.

Questa esperienza ha cercato di concretizzare quello che Dedalo afferma: “i disturbi alimentari non hanno niente a che vedere con il cibo”. Proprio perché c’è molto di più oltre l’immagine, si è cercato di dimenticarsi dell’aspetto visivo che caratterizza il cibo ed il nostro rapporto sia col cibo che con l’Altro: ingannevole e superficiale.

Quante volte ci soffermiamo con il nostro sguardo sul cibo che ci troviamo davanti, dimenticandoci di tutto il resto?

Nel buio totale, serviti da camerieri non vedenti, è stato possibile sperimentare il cibo da un altro punto di vista riscoprendo il piacere del gusto, il fascino degli odori, il potere del tatto e il fascino dell’ascolto. È proprio grazie a questo evento che abbiamo potuto cogliere la vitalità del buio, radicata nelle molte ricchezze che stanno al di là di ciò che si vede.

Dott.ssa Maila Cuomo