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O bianco viso.

Come fanno le storie ad avere un lieto fine?

Venerdì 19 maggio. Le Murate caffè letterario.

Cosa vi aspettereste da una favola?
Magari strani personaggi con poteri magici che cercano di sconfiggere il male attraverso incantesimi e
mirabolanti avventure, oppure amanti che pur di stare insieme farebbero di tutto e nonostante gli
impedimenti alla fine ci riescono. Attraverso colpi di scena si mostrano per quello che sono veramente
o, ignorando le regole, le plasmano per raggiungere il loro lieto fine. Ovvero:

“E vissero per sempre felici e contenti.”

Ma è veramente sempre così?
Giambattista Basile nella terza giornata del suo Pentamerone ci immerge in una storia tormentata. La
principessa Renza, chiusa in una torre dal re-padre per impedirle la sventura di morte predetta dagli
astrologi, si innamora del principe Cecio. Ella riesce a fuggire con lui e mentre sono nel culmine del
piacere, arriva una lettera da parte della madre di Cecio, che con l’inganno lo fa tornare a casa per
sposare un’altra donna. Cecio dice a Renza di aspettarlo lì, che tornerà, ma la giovine lo segue e decide
di trasformarsi. Resterà al fianco di lui tutto il tempo con le vesti di un fraticello facendo pendere Cecio
dalle sue labbra pronunciando queste parole:

“Vengo da dove sgorga sempre il pianto
di una donna che dice: – O bianco viso,
chi ha potuto levarti dal mio fianco?”

Lui sentiva il bisogno di udirle. Le chiedeva sempre di ripetere il dolce ritornello, mentre la povera
Renza rimaneva lì ad osservare la triste scena di lui con un’altra. Il tuono che fermò il suo cuore fu lo
schiocco del bacio che i due promessi si scambiarono. Riecheggiò talmente tanto forte dentro di lei che
la vita abbandonò il suo corpo. Cecio cercando di rianimarla la riconobbe dal suo neo sul petto e sfibrato
di ogni gioia si tolse la vita a sua volta. La favola si chiude con gli infelici coricati nello stesso sepolcro,
uniti nell’amore per sempre.

Come Romeo e Giulietta, Cecio e Renza resteranno legati oltre ogni spazio e tempo. Forse questa è
l’immagine che abbiamo dell’amore eterno: un erigersi oltre ogni legge divina, oltre ogni controllo
umano, oltre la morte. Non è forse vero che le storie a lieto fine si concludono comunque con un “per
sempre”? L’immobilità che avvolge l’amore eterno è sinonimo di onnipotenza, che porta alla perdita
assoluta, alla perdita di tutto tranne che del ricordo dell’amore. Ma la vera perfezione risiede nella morte
giovane, nell’abbandono della vita avendo ancora un corpo perfetto non segnato dal passare del tempo,
circondati al capezzale da cari che racconteranno la storia ai posteri, impedendo che venga dimenticata.

Ma questo amore chi lo ha vissuto? Coloro che ne udiranno le gesta o i due innamorati?
Cecio non disubbidisce alla madre, non si ribella alla sua scelta di matrimonio. Renza non esce allo
scoperto mostrandosi per quello che è, non decide di diventare la sua amante. Sembra che
semplicemente rimanga lì, nell’attesa che lui la riconosca e che la salvi dalle sventure che le stanno
capitando.

C’è una cosa che manca a Renza e Cecio: la speranza.
Cecio accetta un matrimonio senza amore pur di rimanere passivamente nel diktat della madre e si
accontenta del ricordo procurato dalla flebile melodia. Renza si condanna alla morte fin dall’inizio. Non
crede nel momento fatidico che le riporti il cuore di Cecio indietro. Sopporta la presenza e la vicinanza
con la promessa sposa del suo amato, lo maledice invece di tentare tutto il possibile, invece di uscire
allo scoperto. Nessuno dei due lotta, entrabi sono rassegnati e di sicuro, se si è rassegnati, il lieto fine
non si presenta.

Dott.ssa Sofia Degli Esposti

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