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UNA RIFLESSIONE SULL’OBESITA’

Quando si parla di disturbi alimentari, nell’immaginario collettivo, due sono le rappresentazioni che vengono alla mente: quella di una persona estremamente magra o di una che si abbuffa e vomita. Raramente si pensa ad una persona obesa: il sovrappeso e il suo eccesso vengono percepiti come mancanza di volontà, ingordigia, poco riguardo per la propria salute e la propria estetica. Tutto questo rischia di banalizzare una condizione psichica complessa e altrettanto tragica quanto l’anoressia e la bulimia.

Il soggetto obeso accumula in sé una quantità illimitata di oggetti fino a sentirsi soffocato. Usa l’oggetto di consumo-cibo come promessa illusoria di sostituire il vuoto, ma il riempirsi non porta mai ad una giusta soddisfazione. Il corpo è una prigione, non viene sentito come proprio, quest’armatura serve da scudo, da difesa paradossale contro le richieste dell’altro. C’è il tentativo di anestetizzare le emozioni attraverso un apparente godimento fisico. Nel riempirsi di tutto non si sperimenta il vuoto che è ciò che produce il pensiero, il desiderio, gli atti creativi: il pieno tenta di riempire l’angoscia del vuoto, ma porta all’angoscia di un pieno che soffoca e cancella il soggetto. Anche il mangiare continuo dell’obeso risponde come compensazione alla frustrazione di una domanda d’amore. Al posto dell’alternanza dell’addizione e della sottrazione  che caratterizza l’oscillazione bulimica abbuffata-vomito, troviamo l’annientamento quotidiano del vuoto, il suo riempimento compulsivo.

L’obeso si rende evidente, non può non essere visto e suscita vergogna ed emarginazione. L’evidenza dell’obeso è l’evidenza dell’orrore,  del rifiuto. Si attua la devastazione della propria immagine, come un trionfo dell’osceno rispetto all’ideale. Contemporaneamente il soggetto obeso tende a idealizzare se stesso come altro dalla massa fisica adiposa in cui si concretizza il suo aspetto finendo però per non percepire più il corpo come proprio: c’è una separazione dell’immagine idealizzata di sé dal  proprio corpo reale (anche come difesa di questa immagine, nessuno la vede attraverso il corpo grasso, nessuno può toccarla e minacciarla).

Il soggetto è in balia dell’agito, si è in presenza dell’impossibilità del rifiuto: divorare è una compensazione di un segno d’amore, ma l’oggetto che serve a compensare questa assenza evoca continuamente la nostalgia di ciò che rimpiazza.

 

Dott.ssa Stefania Boldrini

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