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La madre DCA

Continuiamo il nostro viaggio all’interno delle famiglie DCA ponendo il focus sulle madri di queste famiglie.

Dalla letteratura riguardante i disturbi del comportamento alimentare scaturisce l’immagine di una madre con caratteristiche ben definite.

Le  figlie descrivono le proprie madri come donne forti, intolleranti, aggressivamente ipercritiche e impervie che, non di rado, rappresentano l’elemento sabotatore dei bisogni basici dell’Io delle figlie, specialmente nelle esperienze riguardanti i sentimenti del loro valore, del loro potere e della loro originalità. Tendono a vivere le figlie come un’appendice di sé,  un proprio Io esterno su cui proiettare desideri, vissuti, aspirazioni deluse, tentativi di riscatto esistenziale.

Queste “severe custodi del focolare”, come vengono definite da Selvini Palazzoli, sono madri morbosamente attaccate alle figlie, iperprotettive, intrusive, frustrate dalla propria dedizione alla casa, ai figli, ai costumi. Dentro, però, non hanno accettato il ruolo di moglie, e tanto meno di amante acquiescente e passiva. Covano ripugnanze scoperte o segrete, fomentano bisogni di ambizione, di affermazione anche indiretta. Le madri delle anoressiche, in genere, hanno fatto molto per le loro figlie, anche troppo, ma senza trarne alcun senso di gioia.

In questo ambiente di conflittualità inespresso, la figlia diviene incapace di distinguere tra i suoi bisogni e quelli della madre che in lei trovano continue riattualizzazioni, tende a negare la decifrazione e la gestione delle proprie necessità corporee o affettive.

In questo contesto il corpo, dimensione che lega madre e figlia in un unico destino biologico ed esistenziale, diviene simbolicamente la sede in cui si svolge la battaglia per il controllo, in quanto colonia materna, simbolo di una dipendenza mortale, del non essere, della non appartenenza a se stessi.

Le madri di diverse anoressiche-bulimiche sembrano avere un conto in sospeso con la loro stessa immagine. Sono madri che vivono la loro immagine come narcisisticamente difettosa e che assegnano alla figlia il compito di completare con l’immagine del suo corpo questa difettosità che le riguarda. In questo modo anziché permettere al bambino il riconoscimento simbolico dell’immagine speculare, l’Altro materno ha come introdotto, nel cuore della costituzione dell’Io, una rottura di questa immagine, rispondendo allo sguardo del bambino non con un sorriso che sa accogliere, ma con una smorfia, con il rifiuto e il giudizio superegoico.

Lacan ci offre un’altra immagine di queste madri: la madre-coccodrillo, con la bocca spalancata, all’interno della quale si trova, come incastrato il bambino. Quest’immagine presentifica il fantasma di una madre insaziabile, terrorizzante, fagocitante.

Fagocitare significa qui ridurre il bambino a oggetto (commestibile) reale del proprio godimento, il bambino diventa quindi, per il desiderio materno, l’oggetto che può saturare la sua mancanza a essere. In questo caso il desiderio femminile sembra essere completamente assorbito in quello della Madre. Le mandibole del coccodrillo si chiudono, e questo avviene precisamente quando il desiderio materno offusca il desiderio femminile; quando, in altre parole, la madre annulla la donna. Il limite del significante materno infatti è messo in funzione dal significante edipico del Nome del Padre. Questa funzione si rappresenta come un paletto infilato nelle fauci della madre che impedisce loro di chiudersi, mantenendo aperta quella differenza tra essere-donna ed essere-madre che è la condizione di base perché il bambino non diventi l’oggetto tappo della castrazione dell’Altro.

In questo senso l’anoressica si sostituisce alla funzione del Padre diventando essa stessa quel bastoncino nella bocca del coccodrillo, rendendosi inappetibile, appuntita, fatta di sole ossa, indigesta, per non rischiare di essere divorata.

Questa madre vive consacrandosi al suo frutto, annullandosi nella sua femminilità. Cerca di compensare i suoi fallimenti nella maternità, sarà una piovra e per questo nessuna delle sue cure apparirà come un vero e proprio dono d’amore; quel dono del segno d’amore, che abbiamo visto nel precedente articolo e che significa comunicare al bambino che la sua vita, la sua presenza, il suo corpo e la sua immagine sono importanti e amati nella loro unicità.

 

Dott.ssa Carlotta Bettazzi

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