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L’errore fotografico – parte II

L'errore fotografico - parte II

Ospedale Psichiatrico di Betlemme - Ecografia di Leone Marrozzini © Giovanni Marrozzini Fotografia sociale e umanitaria - Workshop con Giovanni Marrozzini

Iniziamo subito questi due giorni dicendo che la fotografia non è quella che alcuni dicono, per cui tutto il mondo appartiene ad essa e non riescono a parlare d’altro“: così Giovanni Marrozzini, fotografo professionista, esordisce nel suo workshop di due giorni fatto presso il Fotoclub Il Bacchino, il cui obiettivo sarebbe quello (almeno, credo…?) di parlare a una piccola platea di fotografi più o meno professionisti (ma senza dubbio tutti appassionati) della fotografia sociale, imparando inoltre a raccontare una storia attraverso le immagini.

Perché come lui stesso afferma, “le storie vanno aiutate ad uscire dai loro labirinti assecondando le loro richieste“, e lui lo fa, in modo assolutamente singolare, attraverso la pellicola o il sensore digitale, girando il mondo, scrutando posti come la Zambia, l’Etiopia, l’Argentina soprattutto, ma anche (e non solo) l’Ospedale Psichiatrico di Betlemme, la Palestina, l’Albania e non per ultima l’Italia intera.

Lui ascolta, scatta, sviluppa, sceglie, taglia e accosta, ri-versa, ri-pensa, ri-taglia e ri-duce, ri-cercando parti nascoste nella miriade di immagini che trova nel mondo, vicino e lontano, alla ricerca de “la Storia” insita al loro interno; un filo conduttore, qualcosa che le accomuna, che le lega, che spinge l’osservatore a guardare la foto successiva e poi ancora e ancora, e lo fa mettendoci passione, grinta ed entusiasmo.

Dal suo posto. “Perché fotografare gli altri è molto impegnativo, ci vuole una enorme responsabilità, perché il racconto della storia degli altri deve essere libero e pulito dalle mie cose, non si possono inquinare le storie degli altri“: proprio così.

Questo è il rischio che corriamo più spesso, inquinare le storie degli altri con le nostre interpretazioni, fantasmi che echeggiano, desideri; perché se lo psicoanalista fosse (anche?) un fotografo, è proprio lì che anche lui potrebbe fallire, quando di fronte vi è l’Altro che parla e mostra contenuti celati attraverso simboli, sogni e racconti criptati.

E Giovanni, con la sua fotografia, dove niente è mai uguale a sé stesso, trasmette proprio questo: se vogliamo raccontare degli altri, per quanto possibile, dobbiamo sempre tener presente che l’Altro è tale, e l’unico atto straordinario che egli ci concede di essere, e “fare”, è quello di testimoniare per la sua Storia, perché nessun altro può nominare o desiderare al suo posto.

“Adesso partite, andate, e cercate una via della città, provate a raccontarmi la sua Storia, a portarmi li dentro attraverso le vostre fotografie. Non dimenticatevi che la via ha un nome. Perché proprio quello? Perché si chiama così e non in altro modo? Dove è la Storia, di cosa è fatta?

La storia è fatta di Nomi, ed ogni cosa ha un suo nome e non un altro, e non si può narrare storia se non rispettando il nome che l’Altro da alle sue cose. E quando lo psicoanalista cerca la storia, e non la trova, è proprio li che la deve aspettare, correndo il rischio di non trovarla: perché non è dando un altro Nome che si trova la vera storia, quella che racconta da dove si viene.

E a volte l’unica possibilità che rimane, è quella di stare nella posizione di chi, in un piccolo vicolo, in punta di piedi su un marciapiede, aspetta che un ruscello di pioggia trasporti piccoli oggetti, che messi insieme, quando prima quando più tardi, ma senza dubbio con i propri tempi e la propria lingua, racconteranno senz’altro “La Storia” di chi li ha vissuti.

 

Dott.ssa Claudia Vallebona

 

Un sentito ringraziamento a Giovanni Marrozzini e alla gentile concessione da parte sua dell’utilizzo della sua foto.

Per ogni informazione, www.marrozzini.com

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