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La famiglia DCA

La famiglia è il primo luogo di esperienza dell’individuo: al suo interno si esperisce la cura, l’accudimento, il soddisfacimento dei bisogni, ma soprattutto vi facciamo l’esperienza dell’Altro da noi.

Ognuno dipende dalle persone che si prendono cura di lui a partire dalla nascita. Il modo col quale le cure parentali vengono offerte si rivela perciò essenziale nello sviluppo psichico degli esseri umani.

I bambini, proprio perché non sono cuccioli animali ma creature sociali, domandano a chi li ha messi al mondo non solo di essere nutriti, ma soprattutto di essere amati.Cosa si intende per essere amati? Si intende innanzitutto essere accettati e riconosciuti nella propria particolarità. Per questo nutrire e amare sono due cose diverse.

Un bambino ha bisogno del dono del nutrimento da parte della madre, ma anche di un altro genere di dono: il dono del segno d’amore, cioè comunicare al bambino che la sua vita, la sua presenza, il suo corpo e la sua immagine sono importanti e amati nella loro unicità.

Se invece il bambino viene solo nutrito e non gli viene trasmesso il valore che rappresenta per chi lo circonda, la sua crescita psicologica, la sua fiducia nell’affrontare la vita, il rapporto che avrà con il suo corpo e con il suo sesso potrebbero essere compromessi.

Spesso, scavando nel passato delle pazienti con un disturbo alimentare, si delineano ritratti di famiglie di origine con caratteristiche simili.

La famiglia DCA sembra ad un primo impatto una famiglia ideale: i genitori sono dediti al lavoro e alla casa, ligi al dovere, alle norme sociali e convenzionali; come la figlia che spesso è la prima della classe. Questo però, si rivela essere solo l’involucro della famiglia, poiché dietro la facciata si nasconde una mancanza di un valido rapporto affettivo tra genitori e figli.

In una famiglia perfetta non possono esistere scontri e discussioni, per questo non sono apertamente permessi, ma esiste sempre uno stato di permanente tensione sotterranea, tendenza al malumore e all’irritabilità.

Per evitare gli scontri diretti occorre compiacere gli altri, fare ciò che gli altri vogliono che facciamo; in questo modo però il figlio non può attuare la naturale separazione dal genitore e resta così legato alle aspettative dell’altro, incapace di creare un senso di Sé stabile, tanto da dover ricercare costantemente la propria consistenza nei rispecchiamenti forniti dalle relazioni interpersonali: l’altro, come uno specchio, rimanda un’immagine di conferma.

Anche verso le persone significative estranee alla famiglia, si tende a mostrare l’aspetto migliore di sé, sempre tesi ad adeguarsi per compiacere gli altri, ma senza una reale felicità e soddisfazione personale.

A volte già nell’infanzia il mangiare troppo o troppo poco, rappresenta l’unica possibilità di libera scelta. L’obesità diventa una forma di rassegnazione-protesta, l’essere magra e quindi carina l’unica chance per farsi notare dal proprio padre nelle sue rare comparse.

E’ interessante notare la discrepanza che esiste tra i vissuti ed i ricordi dei genitori e dei figli: i genitori di pazienti DCA parlano di figli perfetti, senza nessun problema fino all’adolescenza, mentre i diretti interessati ricordano un’infanzia piena di infelicità e frustrazioni. Non potevano mai fare o dire quello che volevano o sentivano, ma erano sempre anticipati o giudicati nelle loro espressioni personali.

Un genitore che teme il coinvolgimento per paura di perdere la sua facciata perfetta (tipico dei padri di pazienti DCA), continua ad occuparsi vagamente dell’aspetto fisico del figlio o, se mai, di come vada a scuola, ma non di cosa pensa, di cosa sente e di quali problemi abbia.

E’ proprio qui che ritorna il concetto della differenza tra nutrire ed amare e, secondo Recalcati, è proprio questo il nodo centrale della rivendicazione dell’anoressia-bulimia. L’altro può non amare, trascurare l’anima del bambino, distrarsi o soffocare, insomma non essere presente nel modo giusto.

Il rifiuto o l’eccesso del cibo prende quindi una doppia accezione: da una parte è un tentativo di suscitare nell’altro quelle attenzioni e quella presenza che non ha saputo dare, dall’altra è la manifestazione del rifiuto della fiducia nell’altro.

Il corpo, unico spazio di azione di queste ragazze, diventa troppo grasso nell’obesa così da fare da cuscinetto all’esterno e troppo magro nell’anoressica tanto da spaventare e diventare  uno scudo tra il sé e l’Altro.

 

Dott.ssa Carlotta Bettazzi

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