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Riflessioni su “Storia di un corpo” di Daniel Pennac

Un diario, una storia.

Tempo fa tenere un diario era un’abitudine consueta, quasi scontata, il bisogno di condividere con se stessi uno stato. Rendere tangibile con dei segni i pensieri, le sensazioni, le emozioni di una giornata, di un momento.

Oggi lo si fa su facebook, con l’intento di condividerli con gli altri, con tutti e con nessuno, perché chissà chi leggerà questo stato. Quindi tutto sommato si continua a scriverlo per sé, ma si è abbandonato il lucchetto e il diario è lasciato in bella vista sulla scrivania.

Questo è un diario alla vecchia maniera. Tenuto così nascosto che nessuno sa della sua esistenza fino alla morte del proprietario che in un desiderio finale di condivisione (ma senza il desiderio di ascoltare il commento dell’altro) lo lascia in eredità perché possa esserlo con tutti, amici e non, stimolando addirittura una pubblicazione. Facebook per un signore di ottant’anni, che non poteva ritenersi soddisfatto a tenersi per sé l’evoluzione dei suoi pensieri attraverso l’evoluzione e l’involuzione del proprio corpo.

Perché questo diario nasce con questo intento: narrare, o meglio fare storia, esclusivamente della vita di un corpo. Senza il corollario dei pensieri e delle emozioni a Lui collegate. Intento che fallisce, non tanto per colpa dell’autore del diario, che in settant’anni di scrittura si impegna a rispettare il compito che si è assegnato, ma perché l’atto stesso di raccontare è inevitabilmente contaminato dal pensiero su ciò che si narra.

Questo strano diario nasce dall’esigenza di darsi, crearsi, costruirsi un corpo; corpo non considerato fino a quel momento per vivere l’amore più grande, quello verso il padre morente, attraverso una comune assenza di corporeità che li rende entrambi fantasmi agli occhi degli altri. Fino al bisogno di sconfiggere i propri di fantasmi e di rendersi corpo forte attraverso la somiglianza alla figura di un manuale di anatomia, perché quello d’esempio paterno è irrintracciabile nella memoria.

E dunque si susseguono muscoli che si sviluppano, evacuazioni, eiaculazioni notturne, orgasmi, passeggiate e riposo, lievi e intensi dolori e piaceri, bizzarri esperimenti, durante i quali questo corpo si rende anatomicamente perfetto e poi, ad un certo punto, si incammina verso l’imperfezione inevitabile, quella della malattia e della morte.

In tutto questo non la fa da padrona il corpo, ma la personalità, l’umorismo, la sensibilità, il cinismo, la bontà, la cattiveria, l’amore, il disprezzo, la forza, la paura… il tutto dell’io narrante, che usa il proprio corpo per poter parlare di sé a sé finché è in vita, e dopo la morte ai suoi cari, che in eredità non riceveranno il manoscritto di una persona perduta, ma potranno conquistare qualcuno da scoprire e conoscere.

Questo scritto è, così come dice l’autore, intrigante per chiunque abbia un corpo, ma forse ancor di più per chi, per professione, ascolta quotidianamente il fare storia di sé attraverso lo stratagemma inconsapevole di narrare le vicissitudini dei propri corpi. Corpi feriti e curati, torturati e coccolati, odiati e amati, che tentano di svanire, evaporare, o viceversa, strabordare.

Riprendendo un’affermazione dell’autore (autore del libro o autore del diario non è dato saperlo, come avviene negli scritti più riusciti) “più lo si analizza questo corpo moderno, più lo si esibisce e meno esso esiste”. Questo succede negativamente nella patologia quotidiana, ma anche positivamente nel percorso di cura, quando, dopo giorni, mesi, anni in cui il titolare del corpo lo scandaglia nei minimi dettagli, ad un certo punto lo stesso corpo smette di essere protagonista, come succede nel diario, e si mette nella condizione di corollario dei pensieri e delle emozioni del suo “proprietario”.

Solo attraverso questo processo ci può essere questo passaggio spontaneo. Le storie che funzionano sono quelle che, al di là dell’inizio e della fine, hanno la possibilità di svolgersi. Alcune hanno una vita breve, altre molto lunga, ma avere la pazienza di lasciare che si sviluppino, non voler arrivare subito alla fine del libro, alla risoluzione degli eventi, rende il soggetto narrante comprensibile al lettore e cosa più importante, a se stesso.

 

Dott.ssa Stefania Boldrini

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