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L’errore fotografico

L'errore fotograficoNell’epoca del perfezionismo, del digitale che tutto (o quasi) permette, del fotomontaggio, ma più in generale, nell’epoca dell’immagine ideale (o dell’ideale dell’immagine, che dir si voglia), è interessante proporre una riflessione, seppur breve, intorno alla odierna capacità del fotografo, che altro non è se non colui che “scrive con la luce”, di fare (o forse meglio, di concepire) degli errori.

Neanche dieci anni fa è uscito un libro ad opera di C. Cleroux, conservatore del fondo fotografico del Centre Pompidou de Paris, intitolato proprio “L’errore fotografico” il quale apre la sua narrazione attraverso il racconto di un evento storico assai significativo quanto singolare nella storia della fotografia, ovvero l’organizzazione, e l’inaspettata riuscita, nel 1991, di un concorso a premi indirizzato a fotografi amatoriali che si poneva il particolare obiettivo di raccogliere sì i loro migliori scatti, ma errati.

Ignorando completamente la possibilità che tale manifestazione suscitasse un tale interesse, oltre al fatto che lo stesso A. Fleig (uno dei giurati) ammise che mai alcuna mostra da lui curata avesse smosso un tale interesse, il paradosso non tardò a verificarsi: lo stesso Fleig iniziò a denigrare ciò che lui stesso aveva promosso fino a quel momento, probabilmente spaventato dall’enorme risonanza e fascino che l’argomento soggetto del concorso stava esercitando sul grande pubblico: l’arte dell’errore, il fallimento potremmo dire, rispetto ad una tecnica di luce, nitidezza, composizione della fotografia, stava esercitando un fascino sul grande pubblico molto più di quanto lo avessero fatto molte altre opere “ben riuscite”.

Ecco quindi come, attraverso lo studio e l’osservazione dell’errore fotografico (e non la sua celebrazione, sia chiaro), il libro di Cleroux cerchi di costruire una teoria della conoscenza della tecnica fotografica, prendendo spunto sia dagli scritti di  G. Blanchard, secondo il quale è proprio “in forma di ostacoli che dovremmo porre il problema della conoscenza scientifica”, che attraverso le conferme di molti altri illustri personaggi dell’epoca sostenitori della verità insita nell’errore (si pensi solamente alle teorie di Freud intorno ai lapsus e agli atti mancati); un saggio sull’errore, qui inteso come quella ardua capacità di incontrare l’imprevisto fotografico, come quello “strafalcione tecnico”, quella discrepanza che intercorre tra la foto giusta e quella sbagliata, proprio lui, l’istanza rivelatrice di verità e di senso, come quell’atto (mancato e inconsapevole) attraverso il quale qualcosa di nuovo e prima d’ora celato, si svela agli occhi degli osservatori.

La lettura del libro ci da la possibilità di rileggere in modo curioso e dettagliato i numerosi eventi che hanno caratterizzato quella che viene chiamata Fautographie – errore fotografico, appunto – che da sempre hanno acceso dibattiti appassionati e costruttivi, contribuendo inoltre, proprio attraverso la loro manifestazione, allo sviluppo della tecnica fotografica stessa: come? Osservandone gli errori.

Se prendiamo per buono l’apparato epistemologico su cui si basa il libro di Cleroux, non possiamo esimerci dal porci una domanda piuttosto centrale nell’epoca contemporanea, dove il culto dell’immagine “perfetta”, esente da errori, ritoccata, smaltata, virata, contrastata polarizzata ritagliata nitida luminosa scura chiara… è oramai ampiamente e preferibilmente praticato; cosa rimane oggi nella fotografia (e forse, non solo) di quell’errore che tanto affascinò ed incuriosì il grande pubblico neanche 20 anni fa?

“Vogliamo sempre che l’immagine sia tale e quale al nostro io, che di per sé è molto frammentato, potesse la fotografia darmi un corpo intatto!” scriveva R. Barthes, perchè in fondo il desiderio esasperato di colui che viene ritratto (così come di chi ritrae), è proprio quello di essere riprodotto fedelmente, tale e quale la propria immagine: non si può scoprire, sottolineare o “incontrare” una smorfia o un’ombra diversa che non ha mai fatto parte di quella immagine, proprio e solo quella, perché?

Forse qualcosa potrebbe compromettersi, forse quell’idea di frammentazione e ignoto prenderebbe troppo spazio nel proprio pensiero.

Cosa sia, non possiamo saperlo, dato che sempre più difficilmente permettiamo che essa si sveli nel suo “errore”: per adesso, infatti, è molto meglio Photoshop.

 

Dott.ssa Claudia Vallebona

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